Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

giovedì 18 giugno 2026

LONGASTRINO, FILO E ANITA: STORIE DI FRAZIONI, UOMINI E CAMPAGNE

di Fabio Pagani

Le origini di Longastrino sono intimamente legate alla geografia storica del suo territorio, contraddistinto da valli e da fiumi. Di grande importanza è il legame che il paese stringe con il Po di Primaro e con le Valli di Comacchio: il fiume costituisce la trama principale dei rapporti con Ravenna, Argenta e Ferrara, mentre le valli rappresentano l’ambiente naturale nel quale si sviluppa storicamente Longastrino.

Dal punto di vista cronologico, l’esistenza di Longastrino è documentata a partire dall’anno 1195: era infatti nell’interesse della chiesa ravennate garantire lungo il corso del Po di Primaro, da Sant’Alberto ad Argenta, la sicurezza dei possessi e della giurisdizione. Nel corso dei secoli, il paese subisce profonde modificazioni, dovute essenzialmente a fattori naturali. Già nel Medioevo, con l’abbassamento del terreno, si viene a formare un bacino d’acqua di vaste proporzioni, insieme a sottilissime strisce di terra: è su queste lingue di terra che il villaggio propriamente detto “Longaria terrae” ha fatto pensare a Longastrino. Delle trentatré famiglie che, nel 1371, popolavano il paese, è rimasta in eredità ai longastrinesi la caparbietà e la voglia di riscatto: diversi episodi (ne riportiamo un paio) segnano la storia di Longastrino, come quello del 1708, quando tutto il paese, esasperato per i soprusi subiti nell’incendio delle abitazioni, si ribella agli austriaci. Oppure, compiendo un salto di due secoli abbondanti, pensiamo agli ostaggi allineati davanti alla Chiesa nel 1944, in attesa di essere fucilati dai tedeschi invasori, e salvati all’ultimo quasi per miracolo.

Longastrino, edificazione della nuova chiesa (1944)

Episodi importanti, quindi, che segnano la storia di questo piccolo-grande paese, importante non solo per la posizione geografica, ma anche per un percorso millenario e ricco di fascino.

Riguardo a Filo, tante sono le ipotesi sull’origine del nome: sul Corriere Padano del 13 agosto 1937, Oreste Barbieri sostiene che Filo fu fondata nel 221 a.C. dal console romano Publio Furio Filo, quando si accampò con le sue legioni su questa testa di ponte per cacciare definitivamente i Galli. Più plausibile è l’ipotesi formulata da Ugo Malaga che, nella sua Guida del ferrarese (1967), fa riferimento ad un’iscrizione risalente all’anno 854 presso San Bartolo (Ferrara), dove si accennava ad un “Filo canale”, legato alla leggenda della principessa Latta e del figlio Marino.

Nel corso dei secoli, Filo è stata colpita da terremoti, da alluvioni, come quella del 1597, quando il Po ruppe a San Biagio e allagò parte del territorio di Filo ed è stata soggetta a bonifiche, con grandi trasformazioni idrauliche che, nel corso dei secoli, hanno interessato il territorio. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Filo fu segnata da eventi tragici: ricordiamo, per esempio, i rastrellamenti operati dai fascisti nei confronti dei contadini filesi, che si opposero all’ordine di trebbiare il grano per non sfamare le truppe nazi-fasciste nell’ultimo inverno di guerra. Nella storia della provincia di Ferrara, Filo rappresenta una delle esperienze più particolari e significative: le vicende dei suoi abitanti sono contrassegnate da coraggio e umanità, da sogni e speranze grandi come lo sono stati i sacrifici che i filesi hanno dovuto affrontare.

Filo, antica bottega di fianco alla Casa del Popolo

Anita è una piccola frazione del Comune di Argenta e la sua storia risale al 20 dicembre 1939, quando furono gettate le fondamenta dei principali edifici che circondano la sua maestosa piazza: in quel giorno, infatti, per volere di Benito Mussolini, il Ministro degli Esteri del Regime Fascista, Italo Balbo e il Ministro dell’Agricoltura, Tassinari, posero la prima pietra del “Villaggio Anita”, che sorse nella Bonifica del Mantello, nel Comune di Argenta. Prima di quella data, pochissime erano le case che popolavano la vasta pianura chiusa fra le Valli di Comacchio e il fiume Reno. Nel 1940-41 sorsero le scuole, la Chiesa e l’ex Casa Littoria: dopo la fine della guerra, il paese di Anita – che così si chiama poiché da lì passò, nel 1849, Anita Garibaldi morente – riprese la sua espansione edilizia e vennero costruiti il Consorzio Agrario, la Casa del Popolo e numerose abitazioni private.

Fondazione del paese di Anita alla presenza di Italo Balbo (1939)

(Le fonti da cui sono state tratte le notizie su Longastrino, Filo e Anita sono: Storia di Longastrino in età medievale e moderna, di Dante Leoni e Giovanni Montanari, All’ombra del Campanile, di Sergio Felletti, Filo della Memoria, di Egidio Checcoli e, per quanto riguarda Anita, alcuni appunti gentilmente concessi dall’insegnante delle ex scuole elementari di Anita, signora Iride Cassani).

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giovedì 4 giugno 2026

Quattro volumi per fare luce sulla storia dei conti Manzoni

di Fabio Pagani

Mercoledì 3 giugno, nell’aula magna del liceo “Ricci Curbastro” di Lugo, sono stati presentati i quattro volumi della ricerca storica, sulla base degli atti processuali, relativa alla tragica vicenda dei conti Manzoni, trucidati a Frascata, frazione di Lugo di Romagna, fra i 7 e l’8 luglio 1945. In quella notte, infatti, morirono la contessa Beatrice, i tre figli Giacomo, Luigi e Reginaldo e la domestica Francesca Lanconelli.

La loro storia ha profondamente scosso il territorio ed ha avuto anche eco nazionale; per l’eccidio furono condannati, inizialmente all’ergastolo, 13 partigiani, pena che la successiva “amnistia Togliatti” avrebbe ridotto a 19 anni di carcere, di cui soltanto 5 scontati.

L’obiettivo di fare chiarezza, sgombrando il campo dalle inevitabili supposizioni e congetture, è stato centrato dalla pubblicazione Un processo al dopoguerra in Bassa Romagna, promossa dall’Archivio Diocesano di Imola e pubblicata dall’Editrice Il Nuovo Diario Messaggero, a cura del direttore Andrea Ferri e del professore Luca Baldissara, docente ordinario di storia contemporanea all’università di Bologna.

La locandina dell'evento al liceo di Lugo

Nella partecipatissima serata di Lugo, davanti ad un pubblico di oltre 300 persone, sono stati evidenziati gli aspetti cruciali dell’opera: “Lo scopo dell’iniziativa – ha spiegato Andrea Ferri – è quello di valutare gli episodi controversi e irrisolti del territorio, dando loro una dimensione storica”. “L’ampia affluenza di oggi, eterogenea nelle fasce d’età delle persone presenti, - chiosa il dirigente scolastico del liceo, Giancarlo Frassineti – testimonia la valenza dell’evento e quanto la memoria storia sia ancora viva e ci porti a guardare al passato con occhi nuovi e imparziali per riconciliarsi con la storia stessa”.

Nello specifico, il prof. Baldissara ha sottolineato come “ricondurre alla storia una vicenda di per sé drammatica ha senso solo se si riescono a fornire gli strumenti di comprensione del passato, necessari per mettere a fuoco il presente. I volumi di cui stiamo parlando hanno recuperato dagli archivi gli atti processuali (ricordiamo che questi si tennero, dopo il 1953, nei tribunali di Macerata e di Ancona, N.d.A.), che hanno il pregio di mettere anche in evidenza il mondo di allora, un mondo contadino che adesso non c’è più. In quegli anni drammatici si viveva in un contesto di trapasso e di transizione se consideriamo che l’Italia, dal 1943 al 1945, non ha praticamente avuto uno Stato. La memoria, spesso personale e parziale, distorce il passato e, per definizione, non può essere condivisa: io ho la mia, un altro ha la propria. Lo sforzo di questa pubblicazione, quindi, è quello di far giungere il lettore alla comprensione storica, fondamentale per avere una visione complessiva dei concetti di comunità e società”.

L'aula magna gremita e i relatori della serata

Ancora Ferri: “Le carte processuali confermano che l’eccidio dei conti Manzoni non fu casuale, ma programmato. È certo che la famiglia fosse iscritta al partito fascista, così come è acclarato che fu trucidata da quel manipolo di partigiani; non emerge, invece, che i Manzoni abbiano commesso, o contribuito a far commettere, azioni violente nei confronti di antifascisti o gente comune”.

La serata, nella parte finale, ha lasciato spazio alle tante domande del pubblico, alcune animate da un certo trasporto emotivo, il ché dimostra come la storia dei conti Manzoni sia ancora oggi una ferita aperta, che la pregevole pubblicazione Un processo al dopoguerra in Bassa Romagna cerca in qualche modo di sanare.

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sabato 30 maggio 2026

Trebbiano, dalla Romagna al Giappone

di Fabio Pagani

Lo scorso 29 maggio, nello storico stabilimento di Alfonsine, la cooperativa Terre Cevico ha presentato l’annuale evento rivolto ai soci. Al centro di tutto, il vino Trebbiano, riferimento di tutta la filiera enologica dell’azienda. In una cornice di grande fascino, i relatori hanno illustrato il bilancio dell’attività del gruppo, gli obiettivi e i progetti di innovazione.

Foto di gruppo edizione 2025 (tratta da ravennatoday.it)

Franco Donati, presidente di Terre Cevico:Penso sia nostro dovere, come imprenditori e dirigenti cooperatori, comprendere le nuove tendenze di consumo ed evolvere una risposta verso i giovani di oggi che saranno i consumatori di domani. L’obiettivo è produrre, comunicare e internazionalizzare il Trebbiano, che è un vino da valorizzare; capisco sia meno affascinante di altri, penso ai nettari collinari, di cui è facile parlare, ma ha una bella bevuta, è resistente e generoso ed è leader nel settore delle bollicine con produzioni pari a oltre 10 milioni di bottiglie prodotte nell’ultimo anno. Non dimentichiamo, infine, che si sta consolidando anche nel settore “mixology” (Spritz e Bellini, per esempio), dove il Trebbiano rappresenta la base per 16 referenze a rotazione stabile”.

Un vino del territorio, che sa guardare lontano: “Da poche settimane - sottolinea Paolo Galassi, direttore generale del gruppo Terre Cevico -, in società con la cooperativa Uve Unite, nelle Marche, ha acquisito il marchio Moncaro, noto per la produzione del vino Verdicchio. Per quel che riguarda l’export, siamo presenti in 90 paesi nel mondo, 22 dei quali importano il nostro Trebbiano. Nell’ultimo anno, nel solo Giappone abbiamo venduto 1 milione di bottiglie di spumante ed anche gli spumanti venduti in Svezia con un progetto dedicato ad un solo cliente si assestano su questo dato. La crescita è evidente pure in Italia, con un trend pari al +8%”.

I vini di Terre Cevico (foto dal sito terrecevico.com)

E poi ci sono innovazione e sostenibilità: “Nello stabilimento di Alfonsine – certifica Luca Frulli, responsabile investimenti Terre Cevicoabbiamo un impianto fotovoltaico da 500 MWh, il ché ci consente di risparmiare circa 80mila euro annui; sempre qui, consumiamo 2,5 kWh per quintale, molto meno rispetto a quanto fanno i nostri antagonisti. Siamo anche dotati di un modernissimo macchinario che sfrutta l’AI (Intelligenza artificiale, N.d.A.) per ottimizzare la lavorazione dell’uva. Insomma, la sostenibilità è al centro delle nostre politiche aziendali”.

Il prestigioso evento, che si è fregiato anche dei preziosi contributi del Sindaco di Alfonsine, l’avvocato Riccardo Graziani, e di Giovanni Solaroli, autore del volume “Trebbiano, una storia universale”, si è concluso con un brindisi augurale (naturalmente a base di Trebbiano) e con la cena terra e mare, dove i vini hanno incontrato il pesce del mare Adriatico, grigliato dai pescatori della cooperativa di Cesenatico.

Viva la Romagna, viva il Trebbiano!

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mercoledì 6 maggio 2026

Contesa Estense: la storia dei rioni di Lugo

di Fabio Pagani

La Contesa Estense è alle porte. Lugo si prepara alla settimana nella quale festeggia il proprio patrono, Sant’Ilaro, il prossimo 15 maggio e lo fa, come da tradizione, con rievocazioni storiche: su tutte, l’omaggio al duca Borso d’Este, la rappresentazione della Soave Creatura e il palio della Caveja.

Protagonisti assoluti dell’evento sono i quattro rioni che, dal 1968 ad oggi, descrivono le circoscrizioni della città legate ai canali all’interno dei quali era delimitata Lugo nel Medioevo. Grazie all’iniziativa dei cittadini lughesi, è stato istituita la gara del tiro alla fune, la Caveja, e dal 1992 è nata l’associazione che comprende le contrade, vale a dire i rioni de’ Brozzi, Cento, la contrada del Ghetto e il rione Madonna delle Stuoie.

I quattro rioni di Lugo

Con la nostra rubrica vogliamo entrare nella culla toponomastica dei rioni, simbolo di tradizione e trasmissione di appartenenza.

Partiamo dal rione de’ Brozzi, situato nel borgo risalente ai primi anni del 1200. Esso ha come stemma l’antica porta di Birozzo, che prende il nome da una famiglia di Lugo che possedeva, in questa zona, dei terreni; non è da scartare l’ipotesi del legame con i “birocci”, ovvero dei carri agricoli che percorrevano quotidianamente la strada per raggiungere il centrale mercato cittadino. Asse nevralgico del rione è via Mazzini: il 13 ottobre 1970, il Consiglio comunale di Lugo deliberò di cambiare il vecchio nome di via provinciale Lughese in quello di viale de' Brozzi, scatenando le perplessità dei lughesi che, per strada Brozzi, intendevano da sempre la via Mazzini. Al di là di ciò, il rione, con il suo caratteristico scudo sormontato da elmo con cimiero, su sfondo oro-verde, è presente da oltre cinquant’anni non solo a Lugo, ma anche in tante manifestazioni sparse in giro per l’Italia e all’estero.

Il rione Cento deve il proprio nome all’omonima strada che, da corso Garibaldi, dà accesso a via Emaldi. È certamente il toponimo più antico di Lugo, inalterato da almeno tredici secoli. La parte sud-ovest dell’attuale centro urbano è formata da due fondi, lo Stiliano e il Cento; in una bolla emanata da papa Adriano I (siamo nell’anno 782), che reclamava i presunti terreni di proprietà della chiesa, troviamo il fondo Centum che, da campagna abitata, divenne un vero e proprio borgo. Il 28 ottobre 1576 vi fu posta la prima pietra della chiesa dei Cappuccini, mentre nel 1857 Pio IX inaugurò il palazzo degli invalidi; durante il fascismo e la lotta di liberazione, il borgo fu teatro di numerosi episodi di violenza, ma diede anche i natali ad Aurelio Baruzzi. Una curiosità: l’antico toponimo Cento si salvò dal repulisti toponomastico di stampo laico di epoca risorgimentale; era già pronto il nuovo nome, via Oberdan Guglielmo, un giovane patriota triestino impiccato nel 1882. Lo stemma del rione Cento, su sfondo rosso-nero, raffigura la porta di san Bartolomeo, l’unica rimasta in piedi in città.

La mappa dei rioni

La contrada del Ghetto, simboleggiata dallo scudetto oro-blu con l’iscrizione ebraica che significa “santa Sinagoga” e il serpente, riferito alla via Codalunga (l’antico nome di via Matteotti), ha origine nel XII secolo nel segmento abitato oggi corrispondente a via Matteotti. Qui, sin dal 1635, vi era una numerosa comunità ebraica che viveva in armonia e in ricchezza: c’erano la sinagoga, le botteghe, i magazzini e le case erano dotate di porte comunicanti attraverso le quali le persone potevano spostarsi da un’abitazione all’altra. All’interno del ghetto erano ubicati anche l’antico cimitero ebraico (oggi è in via di Giù) e l’università israelitica, attivata grazie alla legge Rattazzi del 1857.

Chiudiamo il nostro tour con il rione Madonna delle Stuoie, ispirato all’antico borgo rinascimentale del Limite. Lo stemma blu e rosso contiene le immagini della Madonna col bambino e di un gallo. Fino al 1870 non esisteva il toponimo Madonna delle Stuoie e tutta la strada, dalla via Sant’Andrea alle Ripe di Cotignola, era denominata via di Giù. Con la costruzione della linea ferroviaria Castelbolognese – Ravenna, la toponomastica locale venne stravolta e l’ultimo tratto del tracciato che conduceva dalla porta del ghetto alla stazione prese l’attuale nome di Madonna delle Stuoie. In realtà, fin dal ‘700, in quell’area c’era un piccolo oratorio che richiamava la medesima dicitura della strada. Sull’origine del termine “delle Stuoie” si può azzardare un’ipotesi: la zona è sempre stata soggetta a inondazioni, dando l’idea di essere a tutti gli effetti una palude. Non è quindi fuori luogo pensare che vi fosse una grande quantità di giunchi e canne palustri dalle quali ricavare facilmente le stuoie, diventate il simbolo del rione di questo borgo sviluppatosi dal punto di vista edilizio a partire dagli anni ’50 del secolo scorso.

La prima foto è tratta dal sito www.contesaestense.com

Questo articolo, scritto e firmato da me, è stato pubblicato sul numero de "Il Nuovo Diario Messaggero" del 30 aprile 2026.

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martedì 28 aprile 2026

Il vino nella letteratura - Parte 3

di Fabio Pagani

Cari lettori,

pubblichiamo la terza parte del nostro viaggio nel rapporto fra vino e letteratura. Spazio, oggi, a '800 e '900.

Nel XIX secolo i cambiamenti e le innovazioni, unite alle tante malattie che colpirono i vigneti italiani ed europei, portarono ad enormi cambiamenti nella viticoltura che, sebbene lenti, investirono quasi inevitabilmente anche il secolo successivo.
A fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento furono due i fattori fondamentali che fecero da propulsori di rinnovamento in ambito italiano: da un lato la nascita di due Regie Scuole di Enologia, una in Piemonte e una in Veneto; dall'altro la diffusione delle cantine sociali, prima al Nord e poi al Sud. La causa che più di tutte spinse molti produttori ad associarsi in queste nuove realtà fu la volontà di contrastare la crisi di sovrapproduzione di quegli anni.
Allo stesso tempo fiorirono differenti iniziative, tutte finalizzate a diffondere la conoscenza agraria specifica della vite e dei nuovi sistemi colturali, con lo scopo di dare nuovo impulso alla viticoltura italiana.

Il periodo analizzato non fu caratterizzato solo da un forte aumento della tecnica e quindi dal miglioramento generale della viticoltura ma anche dal dilagante fenomeno dell'adulterazione, fenomeni riconducibili a due aspetti: da un lato la sempre più crescente richiesta di vini a buon mercato e quindi a prezzo contenuto, dal lato opposto, a seguito del diffuso benessere (periodo della Belle Époque) che determinò un aumento della richiesta di vini costosi.

A seguito di ciò avveniva spesso che vini inadatti al commercio venissero comunque utilizzati per colmare la domanda. Tanti erano i metodi illeciti impiegati, tuttavia i più conosciuti erano due: annacquare il vino o produrlo a partire da uva passa che veniva importata ad un costo assai inferiore.

I letterati e il vino

Alcuni aneddoti biografici possono servirci per penetrare i testi. Leopardi rimpiange i suoi vini marchigiani, sorseggiandone di pessimi a Milano e di «fatturati» a Bologna; allo scapigliato Praga basta un solo bicchiere per ubriacarsi; Pascoli muore forse per cirrosi; l’astemio D’Annunzio, infine, brinda a Carducci citando Pindaro, «ottima è l’acqua», e suscita la brusca replica del ‘maestro avverso’: «...e io bevo vino». Altro deve attrarci, di uno scrittore! La pista dionisiaca, vogliamo percorrerla per penetrare nel cuore dell’opera, per illuminarne l’interpretazione.

Giuseppe Parini (1729 – 1799)

l secolo dei lumi, come sappiamo, al vino preferisce il caffè, che èccita la ragione senza offuscarla. Nel Giorno, dove il vino fa continue apparizioni, anche Parini parrebbe maltrattarlo, considerandolo emblema dell’ozio, del vizio, del privilegio. Il Giovin Signore, infatti, fa le ore piccole fra i «licor lieti di Francesi colli / e d’Ispani e di Toschi o l’Ungarese / bottiglia» (dunque Bordeaux, Chianti, Xerès, Tokay); il brindisi con l’«altrui cara sposa» che accosta le labbra al cristallo «castissimo» colmo di «annoso licor», si trasforma in un segreto bacio inviato al suo cicisbeo; nella favola del Piacere, il vino è il privilegio dei «semidei» aristocratici negato al volgo plebeo; e nella sfilata d’imbecilli che compare verso la fine del poemetto spicca il frequentatore d’osterie, i luoghi dove «si ministran bevande ozio e novelle».

Giacomo Leopardi (1798 – 1837)

Ma il vero pensatore dionisiaco – chi lo sospetterebbe? – è Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone dà la stura a una vera e propria filosofia bacchica: «piacere misto di corporale e di spirituale», il vino era, con il riso, il patrimonio di un’umanità primigenia e vigorosa, pre-razionale; l’homo ridens et bibens era dunque più felice dell’homo sapiens: il quale può trarre dal vino l’«entusiasmo» che potenzia la capacità sintetica del pensiero, dà ali pindariche al volo del poeta e rende audace il corteggiatore timido (lo sa per esperienza lo stesso Giacomo, come confessa incidentalmente). Persino l’ubriachezza, abitualmente condannata anche dai più convinti lodatori del vino, viene esaltata dal recanatese perché induce «una specie di letargo, d’irriflessione, e di anaisthesìa» pur lasciando l’uomo «straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo».

Il caso particolare de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

E viti e vino, che ruolo hanno nel romanzo di Manzoni? Fin dalla prima pagina dei Promessi sposi, in cui è dipinto panoramicamente il luogo in cui prende avvio la storia di Renzo e Lucia, la vigna appare due volte. La prima per dare un tocco di colore a un paesaggio idillico:

Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna». La seconda, per accennare alle birbonate che commettevano, nel territorio di Lecco, i soldati spagnoli «che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia.

Quando, nel romanzo, la guerra si aggiunge alla fame e alla peste (a peste, fame et bello libera nos, Domine, invocava l’antica preghiera), l’agronomo Manzoni soffre per il saccheggio del vino e ancor più per la devastazione delle viti. Il primo segno dello scempio compiuto dai lanzichenecchi, nel capitolo XXX, qual è?

Dopo un’altra po’ di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder co’ loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi.

Possiamo fin d’ora vedere che Manzoni, da grande scrittore, della vite e del vino sa fare il paradigma di vicende collettive e di storie individuali. A partire da quella di don Abbondio, che si affaccia nel romanzo in compagnia della sua pavidità. Dopo l’incontro con i due bravi, il suo cuore è in affanno tachicardico. Basta un’occhiata a quel viso stravolto per far capire a Perpetua che al povero prete ne è capitata una davvero una grossa. Ma che cosa?

Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.

E qui comincia il tira-e-molla del bicchiere, che dà forma al contrasto tra curiosità e reticenza: Perpetua lo riempie e lo tiene in mano, come se volesse mollarlo solo in premio della confidenza che si fa tanto aspettare:

Date qui, date qui, – disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.

Diametralmente opposto, anche rispetto al bicchier di vino, l’atteggiamento di padre Cristoforo il quale, nel capitolo V, quando si reca nel castello di don Rodrigo per perorare la causa di Lucia, trova il tirannello a mensa e deve accettare suo malgrado il calice offerto con una battuta arrogante:

Il padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch’era ricominciato, gridava: - no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de’ miei boschi». Alla tavola imbandita nel palazzotto di don Rodrigo, bevendo, si parla di bastonate agli ambasciatori, di guerra e di politica. Il padrone di casa propone un brindisi: «Signor podestà, e signori miei! - disse poi: - un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del personaggio». Nel gran finale i commensali, privati dall’alcol dei freni inibitori, rivelano la brutale volontà di difendere i propri privilegi con la violenza più estrema. Un delirio morale e mentale, che preesiste all’ubriacatura etilica: «S’andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s’udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli.

Ma l’episodio che basterebbe da solo a collocare i Promessi sposi sullo scaffale dei capolavori della letteratura sul vino, è quello celeberrimo di Renzo all’osteria della Luna piena, nei capitoli XIV e XV. Non occorre insistere sulla maestria manzoniana nella resa della «spranghetta» del giovane e dei suoi duetti con lo sbirro, con l’oste, con l’avventore ‘poeta’. Per la nostra inchiesta, basterà osservare che il narratore, dopo aver espressamente rinunciato a contare i bicchieri tracannati dal suo eroe dopo il terzo (ma è descritta la bevuta di altri due) del primo fiasco (che è «fesso» e «crocchia») e avergliene fatto servire un secondo, cerca paternamente di giustificarlo:

«Que’ pochi bicchieri che aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un bevitore un po’ esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la sete».

Dopo la brutta esperienza, il nostro eroe abbandona per sempre la rivoluzione. Non definitiva è invece la sua rinuncia al vino. Alla prima sosta, durante la fuga verso Bergamo descritta nel capitolo XVI, egli lo rifiuta:

«Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto».

Ma all’osteria di Gorgonzola il transfuga è già diventato meno intransigente:

«Chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le miglia di più, e il tempo gli avevan fatto passare quell’odio così estremo e fanatico».

Giosuè Carducci (1835 – 1907)

La nebbia a gl'irti colli / piovigginando sale,
e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo / dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini / l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando / su l'uscio a rimirar
 tra le rossastre nubi / stormi d'uccelli neri
com'esuli pensieri, / nel vespero migrar.

Evidente il contrasto tra l'atmosfera del borgo e il suono del mare in tempesta agitato dal maestrale, simbolo di un'inquietudine che, a mano a mano che si sale con fatica verso la cima del colle, quasi svapora attraverso la nebbia che vela la realtà, che non ci fa capire cosa veramente vogliamo, finché si giunge alla chiara allegrezza del borgo dove il rumore del mare è ormai lontano e dove si diffondono gli odori del vino che si sta facendo e della carne che gira sullo spiedo. Questi sono i suoni della pace, il vino che bolle nelle botti, la legna dello spiedo che scoppietta contrapposti alla furia del vento che agita il mare dell'esistenza umana.

Al termine della faticosa salita per la conquista della tranquillità ci attendono il vino e il cibo, una consolazione e un modo per raggiungere serenità, lasciare alle spalle giù in basso, il mare agitato della vita.

La serenità, oltre che negli odori, qui tinta di tristezza, è nel suono: nel fischiettio del cacciatore che appoggiato alla porta di casa guarda pensoso le nuvole rosse per il tramonto dove si stagliano uccelli neri che volano via come i foschi pensieri.

È una pace questa che si percepisce durerà poco, poiché ancora si sente là, in basso, il mare della vita rumoreggiare e poiché il poeta è ormai al tramonto che precede le tenebre della notte.

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938)

Nel mondo di Andrea Sperelli, invece, si preferiscono prodotti d’importazione: «vieux cognac» e soprattutto «vin ghiacciato di Sciampagna», «quel vino chiaro e brillante, che ha su le donne» la virtù di risvegliare «il piccolo dèmone isterico» e di «farlo correre per tutti i loro nervi propagando la follia». 

I piaceri del Piacere, Bacco, tabacco e Venere, del resto, sono d’importazione inglese, come si conviene a un vero precursore di Dorian Gray. Il fumo entra nell’edonismo di Sperelli, ma non sappiamo se lo aspiri con voluttà, come fa con l’effluvio dei fasci di fiori e del sudore equino. Bere il vino dal cavo della mano femminile è un gioco eccitante, che non è nulla a paragone con il tè che Andrea sorseggia direttamente dalla bocca dell’amata. E non è preparando religiosamente quella bevanda che Andrea aspetta l’amante? Di fatto, le ebbrezze del Piacere, come poi quelle dell’Alcyone, sono quasi tutte metaforiche: ci si inebria di parole, di melodia, di aria fragrante, del «possente profumo d’amore», dell’esplosione pànica della natura, del «vino dell’estate». Non c’è dunque da stupirsi che D’Annunzio disprezzasse chi, per ‘sregolare’ i sensi, ricorreva al vino.

Giovanni Pascoli (1855 – 1912)

Giovanni Pascoli chiedeva al vino non l’esaltazione, ma consolazione e oblìo, anche se conosceva le insidie celate in quella medicina del dolore. Ce lo dice nella poesia “I tre grappoli”:

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite. / Bevi del primo il limpido piacere; / bevi dell’altro l’oblio breve e mite;

e...più non bere: / ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto / nel nero sonno vigila, da un canto, /

sappi, il dolore; e alto grida un muto / pianto già pianto.

Un filo enoico percorre tenacemente tutta la sua poesia, dalle Myricae, in cui si nasconde sotto la vite e l’uva («È del fior d’uva questa ambra che sento?»), ai Canti di Castelvecchio, dove scorre nei bicchieri dei contadini esiodei raccolti intorno Ciocco ardente; ai Poemi conviviali, in cui brilla nelle anfore e nelle coppe, dalla civiltà greca (da Omero a Socrate, «placido Sileno»).

Italo Svevo (1861 – 1928)

Il vino generoso” è uno splendido racconto nel quale troviamo tutta la cifra stilistica di Svevo.

In occasione della cena di vigilia delle nozze di una nipote, il protagonista, un vecchio socialista acciaccato, viene dispensato dal suo dottore dal divieto di consumare vino.

Per il Vecchio è un’occasione da non perdere:

Mangiavo e bevevo, non per sete o per fame, ma avido di libertà. Ogni boccone, ogni sorso doveva essere l'asserzione della mia indipendenza.

Il protagonista non si fa pregare:

Il vino passava dalla bottiglia nel bicchiere fino a traboccare, e non ve lo lasciavo che per un istante solo” e ci racconta i suoi gusti: “gli altri si dedicavano allo champagne, ma io dopo averne preso qualche bicchiere per rispondere ai vari brindisi, ero ritornato al vino da pasto comune, un vino istriano secco e sincero, che un amico di casa aveva inviato per l'occasione. Io l'amavo quel vino, come si amano i ricordi e non diffidavo di esso.

Durante la cena nascono polemiche animate e litigi anche aspri fra il protagonista e vari familiari. Conclusa la serata, il protagonista torna a casa e mentre dorme intraprende un viaggio onirico che lo metterà di fronte a rimorsi, ricordi, paure e debolezze. Il vino in questo caso non sarà tanto la causa dei litigi e degli incubi ma una metafora di liberazione da certe catene mentali, di acquisizione di consapevolezza e un tramite per collegarci a quello che abbiamo nel profondo della nostra anima.

Ne “La Coscienza di Zeno”, il capolavoro di Svevo, questo concetto ci viene svelato in maniera più esplicita dai pensieri (o dalla Coscienza!) di Zeno stesso, il protagonista del romanzo. Nel capitolo “La moglie e l’amante” è descritta una scena molto simile alla precedente, ma la situazione qui è capovolta, in questo caso non è Zeno (non sia mai...) a non poter bere per problemi di salute, ma suo suocero. Tra scene divertenti e discussioni accese anche Zeno vuota i calici uno dopo l’altro e stravolge il famoso detto “In vino veritas” illuminandoci con il suo pensiero:

Il vino è un grande pericolo specie perché non porta a galla la verità. Tutt’altro che la verità anzi: rivela dell’individuo specialmente la storia passata e dimenticata e non la sua attuale volontà; […] legge tutto quello ch’è ancora percettibile nel nostro cuore. […] Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse.

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lunedì 13 aprile 2026

100 anni di Ducati: la sartoria della moto

di Fabio Pagani

Un anno importante, il 2026, per la scuderia di Borgo Panigale: Ducati festeggia, infatti, i cento anni della nascita e lo fa nel segno della tradizione e dello sviluppo.

L'ing. Antonio Cavalieri Ducati

Fondata nel 1926 dall'ing. Antonio Cavalieri Ducati con il nome di Società Scientifica Radiobrevetti Ducati, la ditta si specializza nell'ambito delle tecnologie radiofoniche dato che il figlio dell'ingegner Ducati, Adriano, brevettava invenzioni per le trasmissioni via radio. 

Una radio Ducati (primi anni '40)

Nel corso degli anni '30, Ducati avvia importanti collaborazioni con l'Istituto Ottico di Firenze, formandosi quindi nel settore, mentre i bombardamenti della seconda guerra mondiale distruggono completamente la fabbrica.

Nel dopoguerra, su richiesta dell'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), Ducati apre il reparto motociclistico: il primo esemplare prodotto è il Cucciolo, motore ad un cilindro e due rapporti da applicare come propulsore alle normali biciclette. A seguito di alcune vicissitudini, la famiglia perde il controllo dell'azienda, che passa prima a Giuseppe Veroi e poi allo Stato italiano. Fra le note positive del periodo c'è senz'altro l'assunzione in azienda del progettista romagnolo Fabio Taglioni, che brevetta fra gli anni '50 e '80 oltre mille moto basate su sistemi ancora oggi validi (il desmodromico, il motore bicilindrico e il telaio a traliccio). Risvolto negativo, la dismissione del reparto corse agonistiche durante il controllo dello Stato e un sensibile crollo delle vendite.

Verso la fine degli anni '90, Ducati passa in mani americane per poi tornare in Italia prima con il gruppo Investindustrial Holdings di Andrea Bonomi (2006) e poi, dal 2012, con Lamborghini Automobili S.p.A.

Oggi, nell'azienda di Borgo Panigale, il gruppo realizza moto che uniscono tecnologia, design italiano e qualità; inutile sottolineare come il reparto corse sia brillantemente impegnato nei vari campionati: nel 2025, Ducati ha conquistato per la quarta volta consecutiva il titolo mondiale di MotoGP, che si aggiunge al sesto trofeo per Costruttori e per il Team. In Super Bike, infine, certifichiamo a referto il ventunesimo gallone per Costruttori.

Francesco "Pecco" Bagnaia, due volte campione MotoGP con Ducati

Ducati è anche altro: esperienza e competenze devono essere trasmesse ai più giovani ed è per questo che esiste una Academy interna dedicata alle nuove leve di meccanici e progettisti al fine di non dissipare il tesoro di abilità acquisite nel tempo in azienda.

Insomma, nello stabilimento di Borgo Panigale, inaugurato nel 1936 e ancora oggi al centro di Ducati nella cosiddetta Motor Valley emiliana, si respirano passione, identità e senso d'appartenenza, ancor più rinforzate dal Museo Ducati, che si sta rifacendo il trucco per i festeggiamenti del centenario.

Buon primo secolo di vita a Ducati, la sartoria della moto!

Fonti utilizzate: QN Economia, edizione di lunedì 13 aprile 2026, pag. 9.

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domenica 5 aprile 2026

Buona Pasqua! ...Con Stecchetti

Cari amici lettori,

Allo scoccare del mezzogiorno, attorno al desco, ci riuniremo per mangiare. Che cosa, direte? I piatti della tradizione, che nella terra di Romagna si declinano in lasagne al forno, forse privilegiate rispetto ai cappelletti in brodo, più natalizi (ma non esecrabili oggi, ovviamente!). Poi, agnello, oppure carne arrosto con patate, infine il dolce: creme caramel, tiramisù, varie.

Chi scrive non è particolarmente amante delle feste comandate, anzi: preferisce i giorni feriali, quelli che gli antichi Romani avrebbero definito fasti, in cui era lecito - fas, appunto - dedicarsi ad attività sia pubbliche che private. Ma, da buon italiano, soprattutto romagnolo, non può dimenticare le tradizioni, vale a dire ciò che si consegna - dannato latino, vero? Tràdere, infatti, significa “trasmettere” -.

E allora, dopo aver pensato e ripensato, ecco l’idea: chi, meglio di Stecchetti, potrebbe suggerirci un vero spunto creativo, ma sempre nel solco delle nostre radici? Molti conoscono la penna irriverente e sapida di Olindo Guerrini, alias Lorenzo Stecchetti, Mercutio, Argia Sbolenfi e tanti altri cognomina, ma alcuni la ignorano (peccato mortale).

Guerrini sulla copertina del periodico "Bologna che dorme", da lui fondato

È, egli, romagnolo di Sant’Alberto, ma bolognese d’adozione, l’autore dei Sonetti romagnoli, ancora oggi ripubblicati da Zanichelli, delle magnifiche parodie dantesche, dei ritratti della Ravenna e dell’anticlericalismo più spinto che, ormai, non esistono più, se non nel cuore degli inguaribili amanti della poesia. Stecchetti, inoltre, scrive versi in lingua molto profondi, traduce i più grandi lirici antichi e moderni, è capace di toccare vette altissime.

Allora, in ossequio alla Pasqua più laica e meno sacra, proponiamo la ricetta delle tagliatelle, utile a chi volesse prepararle magari oggi, domani, o dopodomani, sempre! Firmato, ovviamente, Olindo Guerrini.

L'ELOGIO DELLA TAGLIATELLA

Fate una pasta d’uova e di farina
E riducete rimenando il tutto
In una sfoglia, ma non troppo fina,
Uguale, soda, e sul taglier pulito,
fatene tagliatelle larghe un dito,
Che farete bollire allegramente
In molt'acqua salata, avendo cura
Che come si suol dir, restino al dente,
poiché se passa il punto di cottura,
Diventan pappa molle, porcheria,
Insomma roba da buttar via.
Mettete alcune fette di prosciutto
Tagliato a dadi, misto magro e grasso,
Indi col burro rosolate il tutto,
Scolate la minestra e poi conditela
Con questo istinto e forma, indi servitela.
Questa minestra, che onora Bologna
Detta la grassa non inutilmente,
Carezza l'uomo dove gli bisogna,
Dà molta forza ai muscoli e alla mente,
Fà prender tutto con filosofia.
Piace, nutre, consola e così via.

Buona Pasqua a tutti e… Ad Maiora!

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