Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 29 luglio 2026

Cum grano salis - Modi di dire dall'antichità

Cari lettori,

oggi dedichiamo qualche riga al doppio tema guerra-pace, due risvolti opposti della stessa medaglia. E lo facciamo rispolverando tre massime latine, come sempre attuali (non sappiamo, però, se questo sia un pregio o un limite).

Alea iacta est (Il dado è tratto): secondo lo storico Svetonio, vissuto nel I-II secolo d.C., Caio Giulio Cesare pronunciò questa celebre frase il 10 gennaio del 49 a.C. in occasione dell’attraversamento del fiume Rubicone. Il fiume sanciva un confine politico che era vietato oltrepassare armati, pena l’essere dichiarati nemici di Roma. Cesare, con questo celebre gesto, aveva l’intenzione di rivendicare il proprio potere sfidando il Senato, con il sostegno del suo vittorioso esercito dopo le spedizioni in Gallia. Una volta compiuta l'impresa, non sarebbe più potuto tornare indietro, da qui il significato comune dell’espressione: la scelta è presa, la sfida è ormai lanciata.

Moneta celebrativa delle Idi di Marzo

Desertum fecerunt et pacem appellaverunt (Fecero un deserto e lo chiamarono “pace”): frase dello storico latino Tacito (I-II sec. d.C.), estrapolata dall’opera sulla vita di Giulio Agricola, essa è ampiamente impiegata per contrastare la guerra e la devastazione che questo fenomeno porta con sé. Il motto fu utilizzato dal movimento studentesco contro la guerra del Vietnam (1955-1975) e più in generale per criticare un potere oppressivo. Già l’oratore e console romano Cicerone, all’interno del De consulatu meo, aveva preso una posizione contro le tendenze belliche con queste parole: Cedant arma togae, concedat laurea linguae (Le armi facciano posto alla toga, il trionfo militare all’eloquenza).

I famosi guerriglieri vietnamiti, detti Vietcong

Dulce bellum inexpertis, expertus metuit (La guerra è attraente per gli inesperti, mentre chi la conosce la teme): questo proverbio medievale indica come la guerra appaia dolce solo a coloro che non l’hanno ancora sperimentata. Conoscendone le conseguenze, gli anziani sono soliti opporvisi per via della loro esperienza. Citiamo lo storico Livio (I sec.) e la frase da lui attribuita al condottiero cartaginese Annibale: Melior tutiorque est certa pax quam sperata victoria (Migliore e più sicura è una pace certa rispetto a una vittoria solo sperata).

Impareremo mai?

di Fabio Pagani

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sabato 11 luglio 2026

Quanto tempo sprechiamo? Risponde Seneca

di Fabio Pagani

In queste giornate di tempo lento e di clima afoso, mi tornano in mente le parole del filosofo latino Seneca, che sosteneva che il male peggiore dell’uomo fosse quello di pensare di non avere mai tempo sufficiente per fare le cose.

Nelle Epistulae morales ad Lucilium (70, 5) (Lettere morali a Lucilio), Seneca scrive: “Cogita semper qualis vita, non quanta sit” (Liberamente potremmo tradurre così: “Pensa sempre alla qualità della vita, non alla quantità”). Ecco, quindi, che emerge la concezione stoica del filosofo, quella per cui non è vero che non abbiamo tempo, anzi! Di questo ce n’è ad abundantiam, ma l’uomo non lo sa utilizzare bene. Il concetto viene espresso chiaramente anche in un’altra opera di Seneca, il De brevitate vitae, nella quale egli distingue le persone fra Occupati et Otiosi (7,12): i primi sono vittime dei loro affanni, rincorrono l’apparenza, si affaticano in un affaccendarsi inconcludente. Insomma, sprecano tempo in cose futili. I secondi, invece, sono coloro che praticano l’otium, si dedicano allo studio e alla meditazione, assaporano il tempo nella sua interezza e non inseguono vani traguardi. Bisogna dunque concentrarsi sul tempo svuotato da occupazioni inutili, significativo per il percorso di crescita e autoconoscenza del singolo essere umano; un percorso che deve essere accompagnato dal principio stoico dell’autarchia, che promuove il dominio su di sé senza dipendere dagli altri.

Se ci pensiamo bene, prima di Seneca il tempo era stato oggetto di profonde attenzioni da parte di illustri suoi “colleghi”: Omero, Aristotele, Catullo, Orazio; proprio quest’ultimo, seguace della filosofia epicurea, riteneva che l’uomo dovesse vivere pienamente il presente, fugace e dispettoso. Ciò è quanto emerge nel celebre Carpe diem (Odi, 1, 11), vale a dire non un invito sfrenato al godimento, come in molti pensano, ma la consapevolezza del fluire inesorabile del tempo. Per l’Epicureismo il passato non esiste e il futuro non è in nostro controllo, c’è solo il presente che, come tale, va vissuto in pieno perché la vita è breve. Concetto diverso da quello di Seneca, che invita sì a non sprecare il tempo, valutato qualitativamente: la vita non è breve, ma siamo stati noi ad averla resa tale, buttandola in occupazioni febbrili e dispersive che ci allontanano da noi stessi. Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto. Ci è stata data una vita abbastanza lunga e per il compimento di cose grandissime, se venisse spesa tutta bene; ma quando si perde tra il lusso e la trascuratezza, quando non la si spende per nessuna cosa utile, quando infine ci costringe la necessità suprema, ci accorgiamo che è già passata essa che non capivano che stesse passando. È così: non abbiamo ricevuto una vita breve, ma l’abbiamo resa tale (Seneca, De brevitate vitae, 10, 1).

Attualizzando il tutto, nel nostro frenetico tic-tac, pensiamo alle parole dei filosofi antichi: guardiamo dentro di noi e capiamo quanto tempo gettiamo via “scrollando” lo smartphone, intontendoci su internet, rimandando sine die (senza data) le cose, non curando l’anima. Ponendoci piccoli obiettivi, coltivando il respiro e dedicandoci a ciò che ci ristora interiormente, forse vivremmo molto meglio.

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martedì 7 luglio 2026

La scuola fumosa del merito fra Europa, progetti e ventilatori rotti

di Fabio Pagani

Di recente, il ministro Valditara ha annunciato due importanti novità: la costituzione del liceo matematico e il potenziamento della mobilità “Erasmus”, che coinvolge sia gli studenti che gli insegnanti. Riguardo al secondo punto, come riportato da “Il Sole 24 ORE”, lo stanziamento è di 420 milioni di euro e riguarda soggiorni all’estero, dalle 2 settimane ai 6 mesi, di ragazzi e docenti (questi ultimi, con retribuzione aggiuntiva per il lavoro che svolgeranno) per sviluppare la lingua e conoscere meglio la cultura del paese ospitante. Parliamo, nei fatti, di 150mila studenti e 15mila docenti coinvolti.

Il liceo matematico, invece, prevede due ore settimanali aggiuntive di matematica nel primo biennio e un’ora aggiuntiva nel triennio per le classi coinvolte; attività laboratoriali progettate autonomamente da ciascuna scuola e l’attenzione alla piena fruizione dell’esperienza educativa anche per studenti con bisogni educativi speciali. De facto, il tutto senza nuovi oneri per la finanza pubblica. Tradotto: il carico di lavoro graverà sull’organico già stabilito dagli uffici scolastici territoriali (gli ex provveditorati agli studi) e sulle scuole. Non c’è finanziamento, non ci sono risorse.

Di per sé, l’idea di potenziare la matematica e le lingue straniere è lodevole e spendibile, ma si corre il rischio di derubricare tutto il resto; è già evidente che, nei licei, ormai il timone sia in mano alle discipline scientifiche, così come a quelle linguistiche, con i tanti scambi culturali che prendono molte settimane di lezione, togliendole, ad esempio, alle materie umanistiche. Senza contare la formazione scuola-lavoro, sempre più ipertrofica. Ma è chiaro che ciò non interessi; l’Europa finanzia continuamente le scuole con soldi per attivare progetti che, di realmente didattico, non hanno niente. E mentre questo fiume scorre, i nostri ragazzi impoveriscono il loro lessico, perdono la capacità di riflettere e ragionare, non sanno più sedimentare. E non è sempre colpa dei professori! Questi, almeno quelli che lavorano in modo serio (eh sì, caro popolino, non esistono solo gli insegnanti nullafacenti con 3 mesi di vacanza), fanno i salti mortali per trasmettere i contenuti delle loro materie e spesso passano intere settimane senza vedere le classi perché impegnate nei già citati progetti. Ecco, il denaro pubblico andrebbe distribuito meglio, senza dimenticare un altro grande punto, le strutture scolastiche: “scuole aperte anche in estate!”, si urla da più parti. Invitiamo queste persone a venirci a trovare a scuola, proprio in questi giorni, e toccheranno con mano quanto sia complicato lavorare di intelletto in aule che sono dei veri forni. Perché non si pensa ad un piano economico per dotare le scuole di pannelli fotovoltaici e di pompe di calore? Siamo rimasti agli anni ’90, con ventilatori degli anni ’90 e con discorsi sempre uguali dagli anni ’90; ma, caro ministro, non siamo più, purtroppo, negli anni ‘90.

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giovedì 18 giugno 2026

LONGASTRINO, FILO E ANITA: STORIE DI FRAZIONI, UOMINI E CAMPAGNE

di Fabio Pagani

Le origini di Longastrino sono intimamente legate alla geografia storica del suo territorio, contraddistinto da valli e da fiumi. Di grande importanza è il legame che il paese stringe con il Po di Primaro e con le Valli di Comacchio: il fiume costituisce la trama principale dei rapporti con Ravenna, Argenta e Ferrara, mentre le valli rappresentano l’ambiente naturale nel quale si sviluppa storicamente Longastrino.

Dal punto di vista cronologico, l’esistenza di Longastrino è documentata a partire dall’anno 1195: era infatti nell’interesse della chiesa ravennate garantire lungo il corso del Po di Primaro, da Sant’Alberto ad Argenta, la sicurezza dei possessi e della giurisdizione. Nel corso dei secoli, il paese subisce profonde modificazioni, dovute essenzialmente a fattori naturali. Già nel Medioevo, con l’abbassamento del terreno, si viene a formare un bacino d’acqua di vaste proporzioni, insieme a sottilissime strisce di terra: è su queste lingue di terra che il villaggio propriamente detto “Longaria terrae” ha fatto pensare a Longastrino. Delle trentatré famiglie che, nel 1371, popolavano il paese, è rimasta in eredità ai longastrinesi la caparbietà e la voglia di riscatto: diversi episodi (ne riportiamo un paio) segnano la storia di Longastrino, come quello del 1708, quando tutto il paese, esasperato per i soprusi subiti nell’incendio delle abitazioni, si ribella agli austriaci. Oppure, compiendo un salto di due secoli abbondanti, pensiamo agli ostaggi allineati davanti alla Chiesa nel 1944, in attesa di essere fucilati dai tedeschi invasori, e salvati all’ultimo quasi per miracolo.

Longastrino, edificazione della nuova chiesa (1944)

Episodi importanti, quindi, che segnano la storia di questo piccolo-grande paese, importante non solo per la posizione geografica, ma anche per un percorso millenario e ricco di fascino.

Riguardo a Filo, tante sono le ipotesi sull’origine del nome: sul Corriere Padano del 13 agosto 1937, Oreste Barbieri sostiene che Filo fu fondata nel 221 a.C. dal console romano Publio Furio Filo, quando si accampò con le sue legioni su questa testa di ponte per cacciare definitivamente i Galli. Più plausibile è l’ipotesi formulata da Ugo Malaga che, nella sua Guida del ferrarese (1967), fa riferimento ad un’iscrizione risalente all’anno 854 presso San Bartolo (Ferrara), dove si accennava ad un “Filo canale”, legato alla leggenda della principessa Latta e del figlio Marino.

Nel corso dei secoli, Filo è stata colpita da terremoti, da alluvioni, come quella del 1597, quando il Po ruppe a San Biagio e allagò parte del territorio di Filo ed è stata soggetta a bonifiche, con grandi trasformazioni idrauliche che, nel corso dei secoli, hanno interessato il territorio. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Filo fu segnata da eventi tragici: ricordiamo, per esempio, i rastrellamenti operati dai fascisti nei confronti dei contadini filesi, che si opposero all’ordine di trebbiare il grano per non sfamare le truppe nazi-fasciste nell’ultimo inverno di guerra. Nella storia della provincia di Ferrara, Filo rappresenta una delle esperienze più particolari e significative: le vicende dei suoi abitanti sono contrassegnate da coraggio e umanità, da sogni e speranze grandi come lo sono stati i sacrifici che i filesi hanno dovuto affrontare.

Filo, antica bottega di fianco alla Casa del Popolo

Anita è una piccola frazione del Comune di Argenta e la sua storia risale al 20 dicembre 1939, quando furono gettate le fondamenta dei principali edifici che circondano la sua maestosa piazza: in quel giorno, infatti, per volere di Benito Mussolini, il Ministro degli Esteri del Regime Fascista, Italo Balbo e il Ministro dell’Agricoltura, Tassinari, posero la prima pietra del “Villaggio Anita”, che sorse nella Bonifica del Mantello, nel Comune di Argenta. Prima di quella data, pochissime erano le case che popolavano la vasta pianura chiusa fra le Valli di Comacchio e il fiume Reno. Nel 1940-41 sorsero le scuole, la Chiesa e l’ex Casa Littoria: dopo la fine della guerra, il paese di Anita – che così si chiama poiché da lì passò, nel 1849, Anita Garibaldi morente – riprese la sua espansione edilizia e vennero costruiti il Consorzio Agrario, la Casa del Popolo e numerose abitazioni private.

Fondazione del paese di Anita alla presenza di Italo Balbo (1939)

(Le fonti da cui sono state tratte le notizie su Longastrino, Filo e Anita sono: Storia di Longastrino in età medievale e moderna, di Dante Leoni e Giovanni Montanari, All’ombra del Campanile, di Sergio Felletti, Filo della Memoria, di Egidio Checcoli e, per quanto riguarda Anita, alcuni appunti gentilmente concessi dall’insegnante delle ex scuole elementari di Anita, signora Iride Cassani).

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giovedì 4 giugno 2026

Quattro volumi per fare luce sulla storia dei conti Manzoni

di Fabio Pagani

Mercoledì 3 giugno, nell’aula magna del liceo “Ricci Curbastro” di Lugo, sono stati presentati i quattro volumi della ricerca storica, sulla base degli atti processuali, relativa alla tragica vicenda dei conti Manzoni, trucidati a Frascata, frazione di Lugo di Romagna, fra i 7 e l’8 luglio 1945. In quella notte, infatti, morirono la contessa Beatrice, i tre figli Giacomo, Luigi e Reginaldo e la domestica Francesca Lanconelli.

La loro storia ha profondamente scosso il territorio ed ha avuto anche eco nazionale; per l’eccidio furono condannati, inizialmente all’ergastolo, 13 partigiani, pena che la successiva “amnistia Togliatti” avrebbe ridotto a 19 anni di carcere, di cui soltanto 5 scontati.

L’obiettivo di fare chiarezza, sgombrando il campo dalle inevitabili supposizioni e congetture, è stato centrato dalla pubblicazione Un processo al dopoguerra in Bassa Romagna, promossa dall’Archivio Diocesano di Imola e pubblicata dall’Editrice Il Nuovo Diario Messaggero, a cura del direttore Andrea Ferri e del professore Luca Baldissara, docente ordinario di storia contemporanea all’università di Bologna.

La locandina dell'evento al liceo di Lugo

Nella partecipatissima serata di Lugo, davanti ad un pubblico di oltre 300 persone, sono stati evidenziati gli aspetti cruciali dell’opera: “Lo scopo dell’iniziativa – ha spiegato Andrea Ferri – è quello di valutare gli episodi controversi e irrisolti del territorio, dando loro una dimensione storica”. “L’ampia affluenza di oggi, eterogenea nelle fasce d’età delle persone presenti, - chiosa il dirigente scolastico del liceo, Giancarlo Frassineti – testimonia la valenza dell’evento e quanto la memoria storia sia ancora viva e ci porti a guardare al passato con occhi nuovi e imparziali per riconciliarsi con la storia stessa”.

Nello specifico, il prof. Baldissara ha sottolineato come “ricondurre alla storia una vicenda di per sé drammatica ha senso solo se si riescono a fornire gli strumenti di comprensione del passato, necessari per mettere a fuoco il presente. I volumi di cui stiamo parlando hanno recuperato dagli archivi gli atti processuali (ricordiamo che questi si tennero, dopo il 1953, nei tribunali di Macerata e di Ancona, N.d.A.), che hanno il pregio di mettere anche in evidenza il mondo di allora, un mondo contadino che adesso non c’è più. In quegli anni drammatici si viveva in un contesto di trapasso e di transizione se consideriamo che l’Italia, dal 1943 al 1945, non ha praticamente avuto uno Stato. La memoria, spesso personale e parziale, distorce il passato e, per definizione, non può essere condivisa: io ho la mia, un altro ha la propria. Lo sforzo di questa pubblicazione, quindi, è quello di far giungere il lettore alla comprensione storica, fondamentale per avere una visione complessiva dei concetti di comunità e società”.

L'aula magna gremita e i relatori della serata

Ancora Ferri: “Le carte processuali confermano che l’eccidio dei conti Manzoni non fu casuale, ma programmato. È certo che la famiglia fosse iscritta al partito fascista, così come è acclarato che fu trucidata da quel manipolo di partigiani; non emerge, invece, che i Manzoni abbiano commesso, o contribuito a far commettere, azioni violente nei confronti di antifascisti o gente comune”.

La serata, nella parte finale, ha lasciato spazio alle tante domande del pubblico, alcune animate da un certo trasporto emotivo, il ché dimostra come la storia dei conti Manzoni sia ancora oggi una ferita aperta, che la pregevole pubblicazione Un processo al dopoguerra in Bassa Romagna cerca in qualche modo di sanare.

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sabato 30 maggio 2026

Trebbiano, dalla Romagna al Giappone

di Fabio Pagani

Lo scorso 29 maggio, nello storico stabilimento di Alfonsine, la cooperativa Terre Cevico ha presentato l’annuale evento rivolto ai soci. Al centro di tutto, il vino Trebbiano, riferimento di tutta la filiera enologica dell’azienda. In una cornice di grande fascino, i relatori hanno illustrato il bilancio dell’attività del gruppo, gli obiettivi e i progetti di innovazione.

Foto di gruppo edizione 2025 (tratta da ravennatoday.it)

Franco Donati, presidente di Terre Cevico:Penso sia nostro dovere, come imprenditori e dirigenti cooperatori, comprendere le nuove tendenze di consumo ed evolvere una risposta verso i giovani di oggi che saranno i consumatori di domani. L’obiettivo è produrre, comunicare e internazionalizzare il Trebbiano, che è un vino da valorizzare; capisco sia meno affascinante di altri, penso ai nettari collinari, di cui è facile parlare, ma ha una bella bevuta, è resistente e generoso ed è leader nel settore delle bollicine con produzioni pari a oltre 10 milioni di bottiglie prodotte nell’ultimo anno. Non dimentichiamo, infine, che si sta consolidando anche nel settore “mixology” (Spritz e Bellini, per esempio), dove il Trebbiano rappresenta la base per 16 referenze a rotazione stabile”.

Un vino del territorio, che sa guardare lontano: “Da poche settimane - sottolinea Paolo Galassi, direttore generale del gruppo Terre Cevico -, in società con la cooperativa Uve Unite, nelle Marche, ha acquisito il marchio Moncaro, noto per la produzione del vino Verdicchio. Per quel che riguarda l’export, siamo presenti in 90 paesi nel mondo, 22 dei quali importano il nostro Trebbiano. Nell’ultimo anno, nel solo Giappone abbiamo venduto 1 milione di bottiglie di spumante ed anche gli spumanti venduti in Svezia con un progetto dedicato ad un solo cliente si assestano su questo dato. La crescita è evidente pure in Italia, con un trend pari al +8%”.

I vini di Terre Cevico (foto dal sito terrecevico.com)

E poi ci sono innovazione e sostenibilità: “Nello stabilimento di Alfonsine – certifica Luca Frulli, responsabile investimenti Terre Cevicoabbiamo un impianto fotovoltaico da 500 MWh, il ché ci consente di risparmiare circa 80mila euro annui; sempre qui, consumiamo 2,5 kWh per quintale, molto meno rispetto a quanto fanno i nostri antagonisti. Siamo anche dotati di un modernissimo macchinario che sfrutta l’AI (Intelligenza artificiale, N.d.A.) per ottimizzare la lavorazione dell’uva. Insomma, la sostenibilità è al centro delle nostre politiche aziendali”.

Il prestigioso evento, che si è fregiato anche dei preziosi contributi del Sindaco di Alfonsine, l’avvocato Riccardo Graziani, e di Giovanni Solaroli, autore del volume “Trebbiano, una storia universale”, si è concluso con un brindisi augurale (naturalmente a base di Trebbiano) e con la cena terra e mare, dove i vini hanno incontrato il pesce del mare Adriatico, grigliato dai pescatori della cooperativa di Cesenatico.

Viva la Romagna, viva il Trebbiano!

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mercoledì 6 maggio 2026

Contesa Estense: la storia dei rioni di Lugo

di Fabio Pagani

La Contesa Estense è alle porte. Lugo si prepara alla settimana nella quale festeggia il proprio patrono, Sant’Ilaro, il prossimo 15 maggio e lo fa, come da tradizione, con rievocazioni storiche: su tutte, l’omaggio al duca Borso d’Este, la rappresentazione della Soave Creatura e il palio della Caveja.

Protagonisti assoluti dell’evento sono i quattro rioni che, dal 1968 ad oggi, descrivono le circoscrizioni della città legate ai canali all’interno dei quali era delimitata Lugo nel Medioevo. Grazie all’iniziativa dei cittadini lughesi, è stato istituita la gara del tiro alla fune, la Caveja, e dal 1992 è nata l’associazione che comprende le contrade, vale a dire i rioni de’ Brozzi, Cento, la contrada del Ghetto e il rione Madonna delle Stuoie.

I quattro rioni di Lugo

Con la nostra rubrica vogliamo entrare nella culla toponomastica dei rioni, simbolo di tradizione e trasmissione di appartenenza.

Partiamo dal rione de’ Brozzi, situato nel borgo risalente ai primi anni del 1200. Esso ha come stemma l’antica porta di Birozzo, che prende il nome da una famiglia di Lugo che possedeva, in questa zona, dei terreni; non è da scartare l’ipotesi del legame con i “birocci”, ovvero dei carri agricoli che percorrevano quotidianamente la strada per raggiungere il centrale mercato cittadino. Asse nevralgico del rione è via Mazzini: il 13 ottobre 1970, il Consiglio comunale di Lugo deliberò di cambiare il vecchio nome di via provinciale Lughese in quello di viale de' Brozzi, scatenando le perplessità dei lughesi che, per strada Brozzi, intendevano da sempre la via Mazzini. Al di là di ciò, il rione, con il suo caratteristico scudo sormontato da elmo con cimiero, su sfondo oro-verde, è presente da oltre cinquant’anni non solo a Lugo, ma anche in tante manifestazioni sparse in giro per l’Italia e all’estero.

Il rione Cento deve il proprio nome all’omonima strada che, da corso Garibaldi, dà accesso a via Emaldi. È certamente il toponimo più antico di Lugo, inalterato da almeno tredici secoli. La parte sud-ovest dell’attuale centro urbano è formata da due fondi, lo Stiliano e il Cento; in una bolla emanata da papa Adriano I (siamo nell’anno 782), che reclamava i presunti terreni di proprietà della chiesa, troviamo il fondo Centum che, da campagna abitata, divenne un vero e proprio borgo. Il 28 ottobre 1576 vi fu posta la prima pietra della chiesa dei Cappuccini, mentre nel 1857 Pio IX inaugurò il palazzo degli invalidi; durante il fascismo e la lotta di liberazione, il borgo fu teatro di numerosi episodi di violenza, ma diede anche i natali ad Aurelio Baruzzi. Una curiosità: l’antico toponimo Cento si salvò dal repulisti toponomastico di stampo laico di epoca risorgimentale; era già pronto il nuovo nome, via Oberdan Guglielmo, un giovane patriota triestino impiccato nel 1882. Lo stemma del rione Cento, su sfondo rosso-nero, raffigura la porta di san Bartolomeo, l’unica rimasta in piedi in città.

La mappa dei rioni

La contrada del Ghetto, simboleggiata dallo scudetto oro-blu con l’iscrizione ebraica che significa “santa Sinagoga” e il serpente, riferito alla via Codalunga (l’antico nome di via Matteotti), ha origine nel XII secolo nel segmento abitato oggi corrispondente a via Matteotti. Qui, sin dal 1635, vi era una numerosa comunità ebraica che viveva in armonia e in ricchezza: c’erano la sinagoga, le botteghe, i magazzini e le case erano dotate di porte comunicanti attraverso le quali le persone potevano spostarsi da un’abitazione all’altra. All’interno del ghetto erano ubicati anche l’antico cimitero ebraico (oggi è in via di Giù) e l’università israelitica, attivata grazie alla legge Rattazzi del 1857.

Chiudiamo il nostro tour con il rione Madonna delle Stuoie, ispirato all’antico borgo rinascimentale del Limite. Lo stemma blu e rosso contiene le immagini della Madonna col bambino e di un gallo. Fino al 1870 non esisteva il toponimo Madonna delle Stuoie e tutta la strada, dalla via Sant’Andrea alle Ripe di Cotignola, era denominata via di Giù. Con la costruzione della linea ferroviaria Castelbolognese – Ravenna, la toponomastica locale venne stravolta e l’ultimo tratto del tracciato che conduceva dalla porta del ghetto alla stazione prese l’attuale nome di Madonna delle Stuoie. In realtà, fin dal ‘700, in quell’area c’era un piccolo oratorio che richiamava la medesima dicitura della strada. Sull’origine del termine “delle Stuoie” si può azzardare un’ipotesi: la zona è sempre stata soggetta a inondazioni, dando l’idea di essere a tutti gli effetti una palude. Non è quindi fuori luogo pensare che vi fosse una grande quantità di giunchi e canne palustri dalle quali ricavare facilmente le stuoie, diventate il simbolo del rione di questo borgo sviluppatosi dal punto di vista edilizio a partire dagli anni ’50 del secolo scorso.

La prima foto è tratta dal sito www.contesaestense.com

Questo articolo, scritto e firmato da me, è stato pubblicato sul numero de "Il Nuovo Diario Messaggero" del 30 aprile 2026.

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