di Fabio Pagani
Che cos’è la Romagna per noi
romagnoli? Difficile spiegarlo. Oggi i contorni di questa terra sono un po’
sfumati per via dei tempi che stanno velocemente cambiando; ma la tradizione
non va dimenticata. Tramandare, infatti, significa “mandare attraverso”, quindi
esprime il concetto dinamico del passaggio di testimone da una generazione
all’altra.
"Romagna" deriva dal latino “Romània”, ovvero «terra dei Romani» e più propriamente “domini dei Bizantini” in contrapposizione a “Longobàrdia” (Lombardia), “terra dei Longobardi”.
Nel corso dei secoli, la “Provincia Romandìolae” attraversa varie dominazioni; nel Medioevo, in particolare, i principali centri della Romagna diventano sette e tali rimarranno fino ad oggi: Ravenna, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, Imola e Lugo. Il dialetto era già presente, dato che se ne attestano le prime forme a partire dall’età di Teodorico (V - VI secolo d.C.). “Dialetto” proviene dal sostantivo greco antico “diàlektos” (lingua) e dal suo relativo verbo, “dialègomai” (parlo) e a studiarne l’origine è addirittura un glottologo austriaco, Friedrich Schürr, a cui oggi è intitolata un’importante associazione che ha sede a Santo Stefano di Ravenna.
Nel secondo ‘900, dopo la
costituzione della Regione Emilia – Romagna (1 gennaio 1948), non sono stati
pochi i tentativi di mantenere staccate Romagna ed Emilia su vari binari: amministrativo,
politico, economico, culturale. Nasce, infatti, il M.A.R. (Movimento per
l’autonomia della Romagna).
L’avvento del progresso introduce
via via dei cambiamenti: il lavoro dei contadini lascia posto a quello delle
macchine, certi profumi della campagna si affievoliscono sempre di più.
Eloquente, in questo senso, la poesia “I bù” (I buoi) di Tonino Guerra che, a
metà del ‘900, all’alba del boom economico, rimpiange l’immediatezza delle cose
semplici:
Andé a di acsè mi
bu ch’i vaga véa, / che quèl chi à fat i à fatt, / che adèss u s’èra préima se
tratour.
E’ pianz e’ còr ma tòtt, ènca mu mè, / avdai ch’i à lavurè dal mièri d’ann
e adèss i à d’andè véa a tèsta basa / dri ma la còrda lònga de’ mazèll.
Ditelo ai miei buoi
che l’è finita / che il loro lavoro non ci serve più / che oggi si fa prima col
trattore.
E poi commoviamoci pure / a pensare alla fatica che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa / dietro la corda lunga del macello.
E poi c’è la politica,
protagonista indiscussa della sanguigna Romagna che, già nel periodo verista
(secondo ‘800), è un paese in ebollizione: prorompono le idee socialiste, le
lotte, gli scioperi e le masse iniziano gradualmente a prendere coscienza della
loro posizione. Strumento della lotta sociale è senz’altro la bicicletta, che
nasce come mezzo borghese, per pochi, mentre la massa si deve arrangiare con i
“CÔSP” (gli zoccoli) ai piedi, per poi diventare quello strumento possente,
veloce ed agile che permetterà anche ai più umili di buttarsi a capofitto nel
secolo breve, il ‘900.
Ma su tutto quanto domina il
dialetto: nella vita quotidiana, nei campi, nelle case, ma anche nelle arti
come la poesia e la musica. Olindo Guerrini, ad esempio, sa cogliere i dettagli
del cambiamento sociale e li traduce in un linguaggio diretto e ricco, allo
stesso tempo, di ricercatezza e sagacia. Di qui la scelta del dialetto che, nei
primi anni del Novecento, è oggetto di aspre polemiche fra i linguisti;
Guerrini ne apprezza il ruolo fondamentale per la sua espressività, perché più
vivo dell’italiano, ha una su struttura, una sua dinamica interna e subisce
trasformazioni notevoli che vanno di pari passo con l’evoluzione del mondo
culturale che rappresenta, senza lirismi e slanci voluttuosi, ma in modo
pratico e misurato.
Infine, ma non per ultima, la musica: dato che siamo ancora in periodo di Lòm a Mêrz, su gentile suggerimento della signora Riccarda Casadei, ricordiamo il valzer dialettale che suo padre (riportiamo, in fondo all'articolo, il link per ascoltarlo), Secondo Casadei, dedica a questa importante festa della tradizione contadina.
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| Secondo Casadei |
Una piccola, grande curiosità: il motivo, nella sua incisione originale, è del
1954, lo stesso anno in cui Casadei dà vita al solo e unico inno della nostra
terra, conosciuto in tutto il mondo e portato ancora avanti, anche con
rivisitazioni in chiave moderna, da suoi eredi: parliamo, naturalmente, di
“Romagna mia”.















