Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 25 marzo 2026

Il vino nella letteratura - Parte 1

Cari lettori,

iniziamo oggi il nostro viaggio nel mondo della letteratura, ma in chiave meno convenzionale del solito: tratteremo, infatti, il legame fra una delle sette arti classiche e il vino. Partiamo, naturalmente, dall'antichità.

Nel mondo classico, soprattutto in Grecia e a Roma, il valore del vino è indiscutibile e si associa all’eroismo, alla fedeltà, all’erotismo, alla coesione ed all’amicizia.

Polifemo ubriaco

Omero

Nel IX libro dell’Odissea Ulisse racconta ai Feaci l’incontro con Polifemo. Il termine Κύκλωψ (Kyklops) significa “dal viso o dall’occhio rotondo”. I ciclopi sono rozzi, incivili, violenti, dediti alla pastorizia, incapaci di lavorare la terra e di navigare, non osservano le leggi e tanto più la religione. Quando Polifemo e Odisseo si incontrano, emerge una diversità fisica già evidente nella statura dei due, ma ciò che li differenzia sostanzialmente è la forza bruta che si oppone all’astuzia che risulterà vincitrice. La creatura orripilante divora i compagni di Odisseo e il protagonista riesce a scampare il pericolo e a salvare i sopravvissuti attraverso uno stratagemma. L’uomo dal multiforme ingegno regala al Ciclope un vino scuro e dolcissimo. Il malvagio, sebbene privo di sentimento di gratitudine, offre al re di Itaca la possibilità di essere divorato per ultimo. Stordito dall’alcol il gigante giace tra le braccia di Morfeo. Nel frattempo Odisseo assieme ai compagni pianta nell’unico occhio del mostro un grosso ramo di ulivo e lo acceca.

Vite e ulivo sono simbolo di civiltà. Le popolazioni sedentarie curavano queste piante, e chi non conosceva il vino era considerato un barbaro. Il significato dell’offerta del delizioso nettare rappresenta la vittoria della civiltà sulla barbarie.

Uno dei poeti più importanti, a questo proposito, è Alceo: egli nasce a Mitilene in una famiglia aristocratica, ha due fratelli con i quali si dedica all’impegno politico combattendo contro gli Ateniesi per il possesso di Sigeo, ma senza successo (celebre la resa, evidenziata dall’abbandono dell’óplon, ovvero lo scudo, simbolo di resistenza e valore). Arrivato al potere Mirsilo, Alceo congiura contro di lui ma, il fallimento dell’iniziativa, lo porta ad un primo esilio a Pirra. Alla morte del tiranno, il poeta esulta:

Alceo, VII sec. a.C.

fr. 332 Voigt

Ora bisogna ubriacarsi, e che ciascuno beva anche per forza:

perché Mirsilo è morto.

Alceo muore anziano, come dimostra un suo frammento, tradotto da S. Quasimodo:

Sul mio capo che molto ha sofferto / e sul petto canuto

sparga qualcuno la mirra.

Le odi di Alceo sono state raccolte dagli Alessandrini (grammatici e filologi vissuti ad Alessandria d’Egitto fra il III ed il II secolo a.C.) in almeno 10 libri, divisi per genere: nel primo volume gli inni agli dèi, negli altri i canti di lotta, i canti conviviali, i canti d’amore.

fr. 347 Voigt 

Inonda di vino i polmoni, / infatti la canicola compie il suo giro e la stagione è opprimente,

 ogni cosa è assetata sotto la vampa del sole, / la cicala risuona dolce dalle fronde e il cardo fiorisce.

Ora le donne sono impure quanto mai, e gli uomini emaciati, / Sirio dissecca la testa e le ginocchia.

Il vino è concepito dal poeta come specchio dell’uomo e sono vari i motivi che lo inducono a bere: l’ora del tempo, la dolce o aspra stagione, la visione dello Stato in rovina, il sentimento dell’umana condizione. L’ebbrezza, quindi, come farmaco della vita e come strumento di equilibrio esistenziale.

Solo l’ebbrezza che deriva dal suo consumo può lenire i tetri pensieri di morte, la sofferenza che l’esistenza comporta. Nel frammento intitolato “Non si vince la morte”, l’incipit è chiaro:

Bevi e ubriacati con me, Melanippo

Ma nei suoi versi è possibile scovare enunciazioni ancora più esplicite. E Il rimedio è il vino, è sicuramente la summa totale del suo pensiero:

Esiste una medicina, la migliore: portiamo qui il vino e inebriamoci

Addirittura, la leggenda narra che Alceo abbia composto gran parte delle sue opere da ubriaco.  

Archiloco

Archiloco, nel fr.120, si vanta di saper comporre il ditirambo solamente quando in preda all’eccitazione derivata dal consumo del vino:

Archiloco, 680 - 645 a.C.

Intonar so il ditirambo di Dioniso mio signore, il bel canto io so, dal vino folgorato nel mio cuore

Come non poter, inoltre, ricordare l’importanza di questa bevanda nei poemi omerici. Ma il vino assume, in tal caso, connotati diversi rispetto a quanto evidenziato da Archiloco. Questo ci dice Odisseo:

Il vino, folle, mi spinge, che fa cantare anche l’uomo più saggio e lo costringe a ridere di cuore e a danzare, e suscita parola che è meglio non detta.

Catullo

Carme 13

Cenerai bene, mio Fabullo, da me / tra pochi giorni, se gli dei ti sono favorevoli,

se con te porterai una buona e abbondante / cena, non senza una bella ragazza

e vino e sale e tutta l'allegria.

Se porterai, dico, queste cose, mio caro, / cenerai bene; infatti del tuo Catullo

il borsello è pieno di ragnatele.

Ma in cambio riceverai autentici amori / o quanto c'è di piacevole o raffinato:

infatti (ti) darò un profumo, che alla mia ragazza / hanno regalato le Veneri e gli Amori;

e quando tu lo annuserai, pregherai gli dei, / o Fabullo, di farti diventare tutto naso.


Catullo, I sec. a.C.

Carme 27

Giovane, fai scorrere i calici / più amari di vecchio Falerno,
così come è ordine di Postumia maestra, / che sta più ubriaca di un’uva ubriaca.
E poi voi, levatevi di torno, dove vi pare, / acque, rovina del vino,
e andatevene dai più musoni.
Qui c’è autentico Tioniano.

Orazio

0di, libro I, 11

Orazio, I sec. a.C.

«Tu non domandare – è un male saperlo – quale sia l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà! Sia che sia questo inverno – che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere – l’ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e riduci le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani».

Orazio per le competenze che dimostra in fatto di tecniche di vinificazione ed enografia si può considerare un vero e raffinato enologo del suo tempo. Intanto si può affermare che Orazio conoscesse una discreta quantità di vini, citati nelle sue odi, tanto da permetterci di ricostruire una sorta di prontuario. Eccolo: il vino Cecubo è quello più ricorrente, un’ambrosia che apprezzava assai e cui spesso ricorreva per festeggiare un lieto evento con l’amico Mecenate (Epodi, 9,1-6). Altrettanto graditi al poeta sono il vino di Veio ed il Falerno, che raccomanda di usare con parsimonia o nelle grandi occasioni dato l’alto costo (non dimentichiamo che Orazio viveva in condizioni assai modeste economicamente), quello di Calvi (località vicino Capua), che il poeta è disposto a regalare al fraterno amico Mecenate solo in cambio di un vaso di nardo (Odi, IV, 12). Ma il Nostro non disdegnava neppure vini meno prelibati, come quelli provenienti dalla zona del Minturno o dalla Sabinia.

Ma è nelle tecniche della lavorazione e conservazione del vino che Orazio dà un saggio della sua competenza invitando a travasarlo nelle anfore greche (Odi, I, 20), chiuse già allora con tappi di sughero, argilla o cera e poi sigillati con la pece (Odi, III, 8), e poi a purificarlo attraverso l’uso di filtri, detti colum (Satire, II, 4, e Odi, I, 11). Ma questa approfondita conoscenza della vinificazione da parte del poeta venosino non deve poi sorprendere visto che già al suo tempo di quel succo d’uva tanto caro agli dei si faceva già largo consumo durante i conviti, momenti di vita sociale a Roma. Orazio infatti ci informa sul modo di vestirsi, in particolare le calzature, possibilmente non usate (Satire, II, 8) al rituale preciso che il convito deve seguire nel suo svolgimento, fatto rispettare dal rex convivii o magister o arbiter bibendi, al modo di comportarsi, per esempio mai rifiutando il vino offerto dal padrone di casa (Epistole, I, 18), mai occupando, se di rango inferiore, i posti riservati agli ospiti illustri, mai ubriacandosi per non esagerare nel dialogo e per apprezzare i cibi offerti (Satire, II,8).

Ovidio

Ovidio, I sec. a.C.

Ars amatoria I, 237 - 244

Vina parant animos faciuntque caloribus aptos: / cura fugit multo diluiturque mero.
Tunc veniunt risus, tum pauper cornua sumit, / tum dolor et curae rugaque frontis abit.      
Tunc aperit mentes aevo rarissima nostro / simplicitas, artes excutiente deo.
Illic saepe animos iuvenum rapuere puellae, / et Venus in vinis ignis in igne fuit.

Il vino dispone l'animo all'amore e lo rende pronto alla passione: l'inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante. Allora nasce il riso, ed anche un poveruomo si fa audace; allora se ne vanno dolori affanni e rughe dalla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo così rara, rende aperti i cuori, giacché il divino Bacco bandisce ogni artificio. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco.

di Fabio Pagani

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venerdì 13 marzo 2026

Cittadinanza attiva al Liceo di Lugo: ospitato il dibattito sul referendum costituzionale

di Fabio Pagani
Sabato 7 marzo, nell’aula magna “Giulio Costa” del Liceo di Lugo, è stato organizzato un interessante e molto partecipato dibattito sul quesito referendario al quale i cittadini italiani saranno chiamati al voto i prossimi 22 e 23 marzo. Gli articoli della Costituzione coinvolti sono l’articolo 87, decimo comma; l’articolo 102, primo comma; l’articolo 104, l’articolo 105; l’articolo 106, terzo comma; articolo 107, primo comma; e l’articolo 110, primo comma. Si tratta di un referendum confermativo, detto anche costituzionale o sospensivo, disciplinato dall’articolo 138 della Costituzione, che invita gli aventi diritto a decidere sull’entrata in vigore di una legge costituzionale o una legge di modifica costituzionale, esprimendo la loro opinione con un “Sì” o un “No”.

La spinta all’organizzazione dell’iniziativa è venuta dagli studenti maggiorenni del Liceo, coordinati dai loro rappresentanti eletti nel Consiglio di Istituto, ed è stata moderata dal dott. Andrea Ferri, direttore de “Il Nuovo Diario Messaggero”. Sono scesi in campo l’avvocato Eleonora Zanolli, presidente del Comitato per il “Sì” di Ravenna, mentre per il “No” il magistrato Roberto Riverso, già pretore di Lugo sul finire degli anni ’80, poi consigliere presso la Corte di Cassazione e pubblicista con oltre 70 saggi.

Nella foto, gli studenti, il dott. Riverso, il DS Frassineti,
l'avv. Zanolli e, ultimo a destra, il dott. Ferri

In premessa, il dirigente scolastico Giancarlo Frassineti ha sottolineato il valore dell’espressione di voto come diritto di cittadinanza e attaccamento al proprio Paese, mentre il dott. Ferri ha declinato la natura del quesito referendario, riassumibile in tre punti: 

    1) la costituzione di due consigli, al posto dell’attuale e unico della magistratura, cioè uno formato dai Pubblici Ministeri e l’altro dai Giudici; 

    2) l’introduzione del meccanismo del sorteggio al posto di quello elettivo;

    3) la formazione di un’Alta Corte Disciplinare che irroghi le sanzioni al posto del Consiglio Superiore della Magistratura.

Esaurito il necessario e opportuno prologo, la parola è passata ai due interlocutori: secondo l’avvocato Zanolli, la separazione delle carriere è un bene in quanto conferisce maggiore professionalità ai ruoli e alle competenze di PM e giudici, andando a rafforzare l’indipendenza della magistratura. Di parere opposto il dott. Riverso, che sottolinea come la riforma della Costituzione non sia mai un fatto tecnico, ma sempre anche politico: modificare sette articoli della nostra Carta fondamentale significa minare il vero assetto della magistratura, in piedi dal 1948 e costruito perché si voleva che i pubblici ministeri si affrancassero dalla cultura della politica e sposassero quella della magistratura. Nei fatti, esiste già la separazione delle carriere che garantisce l’imparzialità dei giudici dato che il passaggio da un ruolo all’altro si può effettuare solo nei primi otto anni di professione ed è scelto soltanto dallo 0,4% dei magistrati. Immediata la replica dell’avvocato Zanolli, che ha portato alcuni esempi (in particolare quello del processo accusatorio, introdotto nel 1999 dalla modifica dell’art. 111) atti a dimostrare come la Costituzione sia stata già toccata diverse volte in passato.

Sul secondo quesito, il dott. Riverso ritiene che il sorteggio non segua criteri chiari in quanto in un paese democratico questo sistema può rischiare di ridurre la rappresentanza e la responsabilità democratica, garantita invece dal sistema elettivo. Di avviso diverso l’avvocato Zanolli, che ribadisce come nella Costituzione siano già previsti altri meccanismi di sorteggio, per esempio per giudicare l’operato del Presidente della Repubblica e quello del Presidente del Consiglio, e nel caso del referendum in questione questo criterio potrebbe opportunamente spezzare assetti già consolidati.

Il terzo e ultimo punto dibattuto è stato quello sull’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, formata da quindici giudici (tre eletti dal Capo dello Stato, tre sorteggiati dal Parlamento e nove magistrati – sei giudicanti e tre inquirenti – estratti a sorte). Il dott. Riverso ritiene che questa proposta porti allo smembramento del CSM e ad un sensibile aumento dei costi per lo Stato. Inoltre, il nuovo organo si configura come una sorta di sistema speciale atto a giudicare soltanto i magistrati ordinari e chi venisse colpito da una sua sentenza avrebbe la possibilità di ricorrere non davanti alla Cassazione, ma al cospetto della stessa Alta Corte Disciplinare. L’avvocato Zanolli non ravvisa, al contrario, problemi costituzionali in questo senso, affermando che già nelle idee dei nostri padri costituenti vi fosse quella della creazione di un organo imparziale di questo tipo; sui costi a carico dello Stato, il vero problema non è l’introduzione dell’Alta Corte, quanto gli addebiti che provengono dalle sentenze sbagliate e dai tanti processi che vengono riaperti.

Al termine del contraddittorio è stato dato spazio alle domande degli studenti, che si sono dimostrati molto interessati e partecipi, avendo posto quesiti intelligenti e mirati, a testimonianza della bontà dell’iniziativa promossa dal Liceo, da sempre attento e sensibile ai temi del diritto e della partecipazione attiva.

Riflessione finale: la questione referendaria a cui saremo chiamati alle urne è senz'altro complessa e certamente non soltanto "tecnica": riteniamo, al di là di come la si possa pensare sul tema, che il compito della scuola sia anche quello di spiegare ai ragazzi le ragioni di una scelta, che deve sempre essere personale e frutto di valutazioni proprie e incondizionate.

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mercoledì 4 marzo 2026

Essere Romagnoli: dialetto, poesia e musica

di Fabio Pagani

Che cos’è la Romagna per noi romagnoli? Difficile spiegarlo. Oggi i contorni di questa terra sono un po’ sfumati per via dei tempi che stanno velocemente cambiando; ma la tradizione non va dimenticata. Tramandare, infatti, significa “mandare attraverso”, quindi esprime il concetto dinamico del passaggio di testimone da una generazione all’altra.

"Romagna" deriva dal latino “Romània”, ovvero «terra dei Romani» e più propriamente “domini dei Bizantini” in contrapposizione a “Longobàrdia” (Lombardia), “terra dei Longobardi”.

Nel corso dei secoli, la “Provincia Romandìolae” attraversa varie dominazioni; nel Medioevo, in particolare, i principali centri della Romagna diventano sette e tali rimarranno fino ad oggi: Ravenna, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, Imola e Lugo. Il dialetto era già presente, dato che se ne attestano le prime forme a partire dall’età di Teodorico (V - VI secolo d.C.). “Dialetto” proviene dal sostantivo greco antico “diàlektos” (lingua) e dal suo relativo verbo, “dialègomai” (parlo) e a studiarne l’origine è addirittura un glottologo austriaco, Friedrich Schürr, a cui oggi è intitolata un’importante associazione che ha sede a Santo Stefano di Ravenna.

Nel secondo ‘900, dopo la costituzione della Regione Emilia – Romagna (1 gennaio 1948), non sono stati pochi i tentativi di mantenere staccate Romagna ed Emilia su vari binari: amministrativo, politico, economico, culturale. Nasce, infatti, il M.A.R. (Movimento per l’autonomia della Romagna).

L’avvento del progresso introduce via via dei cambiamenti: il lavoro dei contadini lascia posto a quello delle macchine, certi profumi della campagna si affievoliscono sempre di più. Eloquente, in questo senso, la poesia “I bù” (I buoi) di Tonino Guerra che, a metà del ‘900, all’alba del boom economico, rimpiange l’immediatezza delle cose semplici:

Andé a di acsè mi bu ch’i vaga véa, / che quèl chi à fat i à fatt, / che adèss u s’èra préima se tratour.
E’ pianz e’ còr ma tòtt, ènca mu mè, / avdai ch’i à lavurè dal mièri d’ann
e adèss i à d’andè véa a tèsta basa / dri ma la còrda lònga de’ mazèll.

Ditelo ai miei buoi che l’è finita / che il loro lavoro non ci serve più / che oggi si fa prima col trattore.
E poi commoviamoci pure / a pensare alla fatica che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa / dietro la corda lunga del macello.

E poi c’è la politica, protagonista indiscussa della sanguigna Romagna che, già nel periodo verista (secondo ‘800), è un paese in ebollizione: prorompono le idee socialiste, le lotte, gli scioperi e le masse iniziano gradualmente a prendere coscienza della loro posizione. Strumento della lotta sociale è senz’altro la bicicletta, che nasce come mezzo borghese, per pochi, mentre la massa si deve arrangiare con i “CÔSP” (gli zoccoli) ai piedi, per poi diventare quello strumento possente, veloce ed agile che permetterà anche ai più umili di buttarsi a capofitto nel secolo breve, il ‘900.

Ma su tutto quanto domina il dialetto: nella vita quotidiana, nei campi, nelle case, ma anche nelle arti come la poesia e la musica. Olindo Guerrini, ad esempio, sa cogliere i dettagli del cambiamento sociale e li traduce in un linguaggio diretto e ricco, allo stesso tempo, di ricercatezza e sagacia. Di qui la scelta del dialetto che, nei primi anni del Novecento, è oggetto di aspre polemiche fra i linguisti; Guerrini ne apprezza il ruolo fondamentale per la sua espressività, perché più vivo dell’italiano, ha una su struttura, una sua dinamica interna e subisce trasformazioni notevoli che vanno di pari passo con l’evoluzione del mondo culturale che rappresenta, senza lirismi e slanci voluttuosi, ma in modo pratico e misurato.

Infine, ma non per ultima, la musica: dato che siamo ancora in periodo di Lòm a Mêrz, su gentile suggerimento della signora Riccarda Casadei, ricordiamo il valzer dialettale che suo padre (riportiamo, in fondo all'articolo, il link per ascoltarlo), Secondo Casadei, dedica a questa importante festa della tradizione contadina. 

Secondo Casadei

Una piccola, grande curiosità: il motivo, nella sua incisione originale, è del 1954, lo stesso anno in cui Casadei dà vita al solo e unico inno della nostra terra, conosciuto in tutto il mondo e portato ancora avanti, anche con rivisitazioni in chiave moderna, da suoi eredi: parliamo, naturalmente, di “Romagna mia”.


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giovedì 26 febbraio 2026

Usanze e cibi di una volta nel rito dei “Lòm a Mêrz”

di Fabio Pagani

Un’antica tradizione che si rinnova. Parliamo dei Lòm a Mêrz (in italiano, “Lumi a Marzo”) che, dal 26 febbraio al 3 marzo, vedono le campagne accendersi di fuochi e riti propiziatori della bella stagione in arrivo

Diversi anni fa, quando la vita si sviluppava nei campi, le pire duravano ore e le persone le circondavano per riscaldarsi e illuminare il mese di marzo con l’auspicio che portasse presto la primavera.

Il rito benaugurale aveva lo scopo di propiziare l’arrivo della primavera e allontanare il freddo e la malasorte cosicché i campi potessero produrre il nuovo raccolto. Venivano dunque accesi falò nei campi e sugli argini dei fiumi, utilizzando rami secchi e resti delle potature; i fuochi rimanevano accesi dal tramonto per tutta la notte e attorno ad essi i contadini si radunavano festosi. Si trattava di un rito simbolico e magico: legata all’usanza dei fuochi vi era anche una curiosa formula che veniva pronunciata in questo periodo: “Sole di marzo cuocimi il sedere e non altro”. Era usanza scoprire le natiche al sole e recitare il rituale e così ci si preservava dalle malattie. Altre versioni prevedono che tale rituale fosse praticato solo dalle ragazze, ma altrove si trova una variante che include invece anche gli uomini: “Marzo Marzaccio, bruciami il sedere ma non i mustacchi!”. Si pensa che questo particolare rituale venisse fatto proprio agli inizi di marzo, probabilmente in corrispondenza con il capodanno dell’antico calendario romano, quello di Romolo. L’atto di scoprirsi le terga al sole era considerato una sorta di sfida benevola verso il sole affinché esso splendesse sui campi, ma nel contempo non scottasse troppo i volti. Pare che l’origine del rito sia riconducibile ai Celti e ai Romani: questi ultimi dedicavano i falò a Cerere, dea della terra e della fertilità. Ma oggi cosa rimane di questa antica tradizione? Sicuramente la volontà di portare avanti una storia, che è soprattutto identità. Sono tante le associazioni che, in questi giorni, manterranno vivi i fuochi: la Pro Loco, ad esempio, sarà attiva a Bagnara di Romagna e a Faenza. Sabato 28 febbraio, nel piazzale della Libertà, verrà acceso il fuoco e, insieme ai cibi della cucina romagnola, si racconteranno storie e leggende popolari, insieme all’esposizione dei lavori a tema prodotti dai bambini delle scuole di Bagnara. A Faenza, in località Oriolo dei fichi, presso la celebre torre, i fuochi saluteranno l’inverno e propizieranno l’inizio della primavera. Ancora a Faenza molto attiva è l’associazione “Il Lavoro dei Contadini - Comunità Slow Food APS”: “Buono come il pane… Dalla Terra al Pane: biodiversità, tradizione e condivisione” è un percorso che prende corpo dallo studio degli antichi grani di Romagna, lavorati nelle farine e pronti per il consumo. Questi grani, non processati, conservano un sapore più deciso rispetto a quelli commerciali perché sono ricchi di fibre, sali minerali e vitamine; valorizzarne l’utilizzo non è soltanto una questione di tradizione. Il pane è stato per secoli il cibo principale delle nostre tavole: quando mancava, non si andava a letto contenti.

Sono tantissimi i territori che accenderanno le “focarine”: da Argenta a Bagnacavallo, passando per Faenza, Imola, Forlì, Ravenna fino a Sogliano sul Rubicone. Numerose, poi, le attività commerciali, i ristoranti e gli esercizi enogastronomici che condivideranno l’evento all’insegna dei cibi della tradizione contadina: pane e mela, la merenda di una volta, oppure i tortelli all’ortica, ma anche una degustazione di pane ed erbe di campo, oltre agli immancabili primi piatti della cucina romagnola. Sono queste soltanto alcune delle tante proposte culinarie che, assieme a canti, balli e riti propiziatori, ci accompagneranno verso la rinascita, appunto il lume, che segna l’inizio della primavera.

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domenica 22 febbraio 2026

La fragilità delle "Cose non dette"

di Fabio Pagani

Una “Muccinata”, in pieno stile, anche se cornice e finale del film meritano un plauso. “Le cose non dette”, uscito nelle sale circa un mese fa, riprende idealmente il filone de “L’ultimo bacio” e “Baciami ancora”, più o meno con gli stessi protagonisti.

Questa volta abbiamo due coppie: Carlo ed Elisa (interpretati da Stefano Accorsi e Miriam Leone), lui professore di Filosofia morale, lei brillante giornalista di Vanity Fair; Paolo ed Anna (Claudio Santamaria e Carolina Crescentini), genitori di Vittoria e rispettivamente proprietario di un ristorante e madre ossessiva e ossessionata. Cosa accomuna questo quartetto di adulti? La crisi coniugale. Carlo ed Elisa non sono riusciti ad avere figli, mentre i loro amici non dialogano più per via di una visione opposta nell’educazione della loro bambina. La soluzione, o tampone, alle difficoltà pare essere una vacanza a Tangeri, in Marocco, nella speranza di ritrovare la serenità perduta. Manca, però, un dettaglio: durante le lezioni all’università, Carlo aveva conosciuto una sua allieva di nome Blu, innamorandosene. Il rapporto è complesso dal momento che il professore, pieno di contraddizioni e narcisista patologico, non è in grado di lasciare la moglie né di garantire un futuro alla giovane amante, sempre più insistente e bisognosa di certezze. Il banco salta quando Blu raggiunge Carlo a Tangeri e, senza voler svelare troppo, la situazione precipita.

Nell’attacco dell’articolo parlavamo di cornice e finale: interessante la prolessi (il salto in avanti) con la quale le due coppie raccontano la storia di quella vacanza, procedimento che fa da sfondo narrativo esterno a tutto il film. Sorprendente il finale, sia per quello che fa Blu che per il ruolo della piccola Vittoria. I “non detti” sono i veri protagonisti dell’epilogo e ci lasciano con più di una domanda.

Ma, al di là di questo, resta lo stile inconfondibile del regista: urla, scene strazianti, crisi, pianti e pagine di libri strappate, inquietudine esistenziale. “Le cose non dette” chiude un cerchio aperto nel 2000 con “L’ultimo bacio”, proseguito dieci anni dopo con “Baciami ancora” e arrivato a compimento nel 2026. Idealmente, Carlo, Elisa, Paolo e Anna sono paradigmi dell’instabilità sentimentale di oggi, in cui basta poco per cadere e rovinare la propria e altrui vita. Egoismo e insicurezza, incomprensioni e volontà, spesso inconscia, di ritrovare la vitalità perduta in emozioni nuove e incontaminate. Insomma, una “Muccinata” che, onestamente, non ci ha entusiasmato.

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mercoledì 18 febbraio 2026

D'Annunzio e lo sport: il volo dell'esteta

di Fabio Pagani

Nel 1923 Gabriele D’Annunzio si era ormai ritirato nella villa di Cargnacco, il Vittoriale, ed in quel ritiro volontario si era appassionato al canottaggio, diventando un assiduo frequentatore delle Agonali del Reno, nome da lui ideato per omaggiare le regate sul Lago di Garda. Il Vate si era fatto ambasciatore delle gare di Salò e non perdeva occasione per assistervi. Durante una di queste, invitato a prendere posto nella tribuna d’arrivo in una poltrona rivestita di pelle rossa, accortosi che era l’unica, la prese e la scaraventò nel lago, affermando di non averne bisogno. Applausi scroscianti da tutti i presenti. La figura di D’Annunzio e la sua concezione di sport è tutta in questo gesto: un mix di esaltazione, sbruffonaggine, gentilezza e rispetto.

D'Annunzio e il canottaggio

Ma del resto, la vita stessa del Vate, sempre tesa verso tonalità superomistiche, così come le sue opere, è sempre stata legata all’eccesso. Amante della vita lussuosa e sfarzosa ai limiti del fastidio, amava ripetere:  

La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua. 

Una corsa senza tregua verso il tutto, un eccessivo entusiasmo anche per le cose più banali e ciò che può sembrare amore per la vita probabilmente era paura di morire, il terrore del declino. E di quest’iperattività furiosa, alimentata da strisce di polvere bianca, vi è traccia in ogni attimo della sua vita. Così eccolo in volo sui cieli di Vienna in piena guerra mondiale, lanciando manifesti tricolori provocatori, inneggianti alla resa degli austriaci; eccolo, poi, incarnare la delusione di quanti vedevano la vittoria italiana nella Grande Guerra come una vittoria mutilata ed entrare nella città di Fiume, insieme ad un circo di anime folli e dannate. Ed è proprio in quella cittadina che D’Annunzio divenne un re, dando vita alla Reggenza del Carnaro. In quel breve, quanto intenso periodo di governo, Fiume si trasformò in una “città di vita” in cui personaggi di ogni genere confluivano a formare una comunità in cui lo spirito e la ricerca della bellezza trionfavano sul resto. Ed in quell’estasi fiumana, trovò spazio a gran voce anche lo sport. Nella Carta del Carnaro si scriveva di una: 

Rigenerazione nazionale che andava contemplando il primato della ginnastica, il predominio della forma fisica sulla formazione intellettuale.  

Agire prima di pensare perché non c’è tempo di farlo. L’uomo è un essere limitato e la sua immortalità è figlia del suo agire prima ancora che del suo sapere.

Allora ecco come lo sport, al pari della guerra e dell’arte, rappresenta per D’Annunzio uno strumento per fortificare il suo spirito e, ad onor del vero, fu il suo primo strumento. Nel 1887, quando era già sposato con Maria Hardouin, duchessa di Gallese e principessa di Montenevoso, e padre di tre bambini, ricevette direttamente dall’Inghilterra dall’amico Francesco Paolo Tosti un pallone di cuoio. Il calcio era ancora uno sport ai più sconosciuto e ricevere quella palla di circa un chilo che valeva quanto un quarto del salario di un operaio italiano lo entusiasmò non poco; ci giocò diverse volte al punto da scheggiarsi due denti per un imprevisto rimbalzo. Nel 1895 si imbarcò su un panfilo a vela per la Grecia, un omaggio al Grand Tour degli aristocratici europei del XVIII e XIX secolo, alla scoperta della religio corporis e religio atletae di origine classica.

D'Annunzio inventa la parola "scudetto"

Galvanizzato da quell’esperienza, al rientro decise di buttarsi in politica e, anche se si fece eleggere tra gli schieramenti di destra, ben presto si avvicinò ai socialisti. Ma le discussioni tra gli scranni del Parlamento lo stancarono presto, una nuova e folgorante passione lo colse: il volo. Nel romanzo Forse che sì forse che no, i due protagonisti sono due aviatori, un chiaro omaggio ai fratelli Wright; prima di rifugiarsi in Francia per sfuggire ai creditori, volò davanti al re e ad un giovane Kafka che lo descrisse come “piccolo e debole, sgambetta apparentemente timido”. A Parigi con la sua nuova amante, Nathalie de Goloubeff, si dedicò ad esercizi di ginnastica che disegnava su un quaderno di appunti e, soprattutto, iniziò a seguire gli incontri di boxe, sport molto sentito oltralpe.

D'Annunzio e il volo

Con lo scoppio della Grande Guerra, D’Annunzio si trasferì a Venezia e fu uno dei più accaniti interventisti. In seguito al Volo su Vienna nel 1922 fu nominato “Atleta dell’Anno” dalla Gazzetta dello Sport. Dopo Fiume, a sessant’anni, il Vate si ritirò a Gardone Riviera che fece diventare un mausoleo alla sua persona e meta di diversi campioni. Nel 1925 Francesco De Pinedo si presentò al Vittoriale subito dopo aver compiuto la trasvolata Italia-Giappone e nel 1932 Tazio Nuvolari, dopo la vittoria del Gran Premio di Montecarlo, fu fotografato mentre chiacchierava con il poeta davanti alla Prioria. In quello stesso periodo Mussolini conquistava la scena politica ed imparando da D’Annunzio usò lo sport come leva politica. Si faceva vedere a cavallo o mentre nuotava e lo stesso i suoi luogotenenti, convinto che questo avrebbe aumentato la sua presa del popolo. Ma per D’Annunzio lo sport non era mai stato un mezzo per conquistare le masse, era qualcosa di più intimo. Era un modo per perfezionare il suo corpo, convito che come nei miti classici, l’uomo immortale era un uomo bello, perfetto nella sua fisicità. E le sfide con cui senza sosta si misurava erano il tentativo di affermarsi e di sfuggire alla prova del tempo e alla paura della fine.

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mercoledì 4 febbraio 2026

Storie e leggende della tradizione popolare

 di Fabio Pagani

Febbraio è tempo di carnevale, ma anche di importanti ricorrenze religiose radicate sul territorio. Oggi parleremo di due eventi in particolare: la festa della Madonna del Fuoco e quella di Sant’Apollonia.

La storia. La Madonna del Fuoco, celebrata a Forlì e in Romagna proprio oggi, 4 febbraio, vede nascere la propria leggenda in via Cobelli dove, nel ‘400, c’era l’abitazione, utilizzata come scuola, del maestro Lombardino di Rio Petroso. Nella notte del 4 febbraio del 1428 un terribile incendio devastò la casa, ma dal fuoco emerse qualcosa di incredibile: una xilografia su carta raffigurante la Vergine con in braccio il bambino, circondata da otto figure di santi, sormontata dall’Annunciazione e dalla Crocifissione e con i dodici apostoli, una santa e la Madonna incoronata ai piedi.

La Madonna del Fuoco

Qualche giorno dopo l’incendio, esattamente l’8 febbraio, Monsignor Domenico Capranica, su mandato del Papa, guidò la processione che accompagnava l’immagine sacra fino al Duomo di Forlì; da allora, la devozione popolare sarebbe cresciuta in modo esponenziale, arrivando ai giorni nostri, in cui la xilografia (secondo gli storici, fra le più antiche d’Europa e la più datata d’Italia) è conservata in una cappella costruita appositamente all’interno del Duomo.

Il 9 febbraio si festeggia, in larga parte della Romagna, Sant’Apollonia. Martire cristiana vissuta nel III secolo d.C., è conosciuta grazie al racconto di Eusebio di Cesarea, che cita un brano del Vescovo Dionigi di Alessandria nel quale si fa riferimento ad una sommossa popolare avvenuta nella città egizia contro i cristiani fra il 248 e il 249 d.C. Apollonia, che aveva aiutato le persone di fede cristiana a mettersi in salvo, fu catturata, torturata e le vennero strappati i denti con una tenaglia. In realtà, sono diverse le leggende sul martirio della santa: oltre a quella già raccontata, ne riportiamo un'altra. Già anziana, cresciuta nella fede in Cristo fin dalla fanciullezza e prodigatasi ad assistere gli altri cristiani, Apollonia fu catturata dai persecutori che le fecero cadere tutti i denti colpendola più volte alla mascella. 

Sant'Apollonia

Poi accesero un rogo, minacciando di bruciarla viva se non avesse pubblicamente rinnegato Cristo. Di fronte a questa imposizione, la donna preferì la morte terrena e si gettò fra le fiamme. Nel corso del tempo, Sant’Apollonia è diventata la patrona dei dentisti e protettrice contro il mal di denti; la sua iconografia la vede raffigurata come una giovane donna che tiene in mano una tenaglia che stringe un dente.

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