Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 18 febbraio 2026

D'Annunzio e lo sport: il volo dell'esteta

di Fabio Pagani

Nel 1923 Gabriele D’Annunzio si era ormai ritirato nella villa di Cargnacco, il Vittoriale, ed in quel ritiro volontario si era appassionato al canottaggio, diventando un assiduo frequentatore delle Agonali del Reno, nome da lui ideato per omaggiare le regate sul Lago di Garda. Il Vate si era fatto ambasciatore delle gare di Salò e non perdeva occasione per assistervi. Durante una di queste, invitato a prendere posto nella tribuna d’arrivo in una poltrona rivestita di pelle rossa, accortosi che era l’unica, la prese e la scaraventò nel lago, affermando di non averne bisogno. Applausi scroscianti da tutti i presenti. La figura di D’Annunzio e la sua concezione di sport è tutta in questo gesto: un mix di esaltazione, sbruffonaggine, gentilezza e rispetto.

D'Annunzio e il canottaggio

Ma del resto, la vita stessa del Vate, sempre tesa verso tonalità superomistiche, così come le sue opere, è sempre stata legata all’eccesso. Amante della vita lussuosa e sfarzosa ai limiti del fastidio, amava ripetere:  

La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua. 

Una corsa senza tregua verso il tutto, un eccessivo entusiasmo anche per le cose più banali e ciò che può sembrare amore per la vita probabilmente era paura di morire, il terrore del declino. E di quest’iperattività furiosa, alimentata da strisce di polvere bianca, vi è traccia in ogni attimo della sua vita. Così eccolo in volo sui cieli di Vienna in piena guerra mondiale, lanciando manifesti tricolori provocatori, inneggianti alla resa degli austriaci; eccolo, poi, incarnare la delusione di quanti vedevano la vittoria italiana nella Grande Guerra come una vittoria mutilata ed entrare nella città di Fiume, insieme ad un circo di anime folli e dannate. Ed è proprio in quella cittadina che D’Annunzio divenne un re, dando vita alla Reggenza del Carnaro. In quel breve, quanto intenso periodo di governo, Fiume si trasformò in una “città di vita” in cui personaggi di ogni genere confluivano a formare una comunità in cui lo spirito e la ricerca della bellezza trionfavano sul resto. Ed in quell’estasi fiumana, trovò spazio a gran voce anche lo sport. Nella Carta del Carnaro si scriveva di una: 

Rigenerazione nazionale che andava contemplando il primato della ginnastica, il predominio della forma fisica sulla formazione intellettuale.  

Agire prima di pensare perché non c’è tempo di farlo. L’uomo è un essere limitato e la sua immortalità è figlia del suo agire prima ancora che del suo sapere.

Allora ecco come lo sport, al pari della guerra e dell’arte, rappresenta per D’Annunzio uno strumento per fortificare il suo spirito e, ad onor del vero, fu il suo primo strumento. Nel 1887, quando era già sposato con Maria Hardouin, duchessa di Gallese e principessa di Montenevoso, e padre di tre bambini, ricevette direttamente dall’Inghilterra dall’amico Francesco Paolo Tosti un pallone di cuoio. Il calcio era ancora uno sport ai più sconosciuto e ricevere quella palla di circa un chilo che valeva quanto un quarto del salario di un operaio italiano lo entusiasmò non poco; ci giocò diverse volte al punto da scheggiarsi due denti per un imprevisto rimbalzo. Nel 1895 si imbarcò su un panfilo a vela per la Grecia, un omaggio al Grand Tour degli aristocratici europei del XVIII e XIX secolo, alla scoperta della religio corporis e religio atletae di origine classica.

D'Annunzio inventa la parola "scudetto"

Galvanizzato da quell’esperienza, al rientro decise di buttarsi in politica e, anche se si fece eleggere tra gli schieramenti di destra, ben presto si avvicinò ai socialisti. Ma le discussioni tra gli scranni del Parlamento lo stancarono presto, una nuova e folgorante passione lo colse: il volo. Nel romanzo Forse che sì forse che no, i due protagonisti sono due aviatori, un chiaro omaggio ai fratelli Wright; prima di rifugiarsi in Francia per sfuggire ai creditori, volò davanti al re e ad un giovane Kafka che lo descrisse come “piccolo e debole, sgambetta apparentemente timido”. A Parigi con la sua nuova amante, Nathalie de Goloubeff, si dedicò ad esercizi di ginnastica che disegnava su un quaderno di appunti e, soprattutto, iniziò a seguire gli incontri di boxe, sport molto sentito oltralpe.

D'Annunzio e il volo

Con lo scoppio della Grande Guerra, D’Annunzio si trasferì a Venezia e fu uno dei più accaniti interventisti. In seguito al Volo su Vienna nel 1922 fu nominato “Atleta dell’Anno” dalla Gazzetta dello Sport. Dopo Fiume, a sessant’anni, il Vate si ritirò a Gardone Riviera che fece diventare un mausoleo alla sua persona e meta di diversi campioni. Nel 1925 Francesco De Pinedo si presentò al Vittoriale subito dopo aver compiuto la trasvolata Italia-Giappone e nel 1932 Tazio Nuvolari, dopo la vittoria del Gran Premio di Montecarlo, fu fotografato mentre chiacchierava con il poeta davanti alla Prioria. In quello stesso periodo Mussolini conquistava la scena politica ed imparando da D’Annunzio usò lo sport come leva politica. Si faceva vedere a cavallo o mentre nuotava e lo stesso i suoi luogotenenti, convinto che questo avrebbe aumentato la sua presa del popolo. Ma per D’Annunzio lo sport non era mai stato un mezzo per conquistare le masse, era qualcosa di più intimo. Era un modo per perfezionare il suo corpo, convito che come nei miti classici, l’uomo immortale era un uomo bello, perfetto nella sua fisicità. E le sfide con cui senza sosta si misurava erano il tentativo di affermarsi e di sfuggire alla prova del tempo e alla paura della fine.

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mercoledì 4 febbraio 2026

Storie e leggende della tradizione popolare

 di Fabio Pagani

Febbraio è tempo di carnevale, ma anche di importanti ricorrenze religiose radicate sul territorio. Oggi parleremo di due eventi in particolare: la festa della Madonna del Fuoco e quella di Sant’Apollonia.

La storia. La Madonna del Fuoco, celebrata a Forlì e in Romagna proprio oggi, 4 febbraio, vede nascere la propria leggenda in via Cobelli dove, nel ‘400, c’era l’abitazione, utilizzata come scuola, del maestro Lombardino di Rio Petroso. Nella notte del 4 febbraio del 1428 un terribile incendio devastò la casa, ma dal fuoco emerse qualcosa di incredibile: una xilografia su carta raffigurante la Vergine con in braccio il bambino, circondata da otto figure di santi, sormontata dall’Annunciazione e dalla Crocifissione e con i dodici apostoli, una santa e la Madonna incoronata ai piedi.

La Madonna del Fuoco

Qualche giorno dopo l’incendio, esattamente l’8 febbraio, Monsignor Domenico Capranica, su mandato del Papa, guidò la processione che accompagnava l’immagine sacra fino al Duomo di Forlì; da allora, la devozione popolare sarebbe cresciuta in modo esponenziale, arrivando ai giorni nostri, in cui la xilografia (secondo gli storici, fra le più antiche d’Europa e la più datata d’Italia) è conservata in una cappella costruita appositamente all’interno del Duomo.

Il 9 febbraio si festeggia, in larga parte della Romagna, Sant’Apollonia. Martire cristiana vissuta nel III secolo d.C., è conosciuta grazie al racconto di Eusebio di Cesarea, che cita un brano del Vescovo Dionigi di Alessandria nel quale si fa riferimento ad una sommossa popolare avvenuta nella città egizia contro i cristiani fra il 248 e il 249 d.C. Apollonia, che aveva aiutato le persone di fede cristiana a mettersi in salvo, fu catturata, torturata e le vennero strappati i denti con una tenaglia. In realtà, sono diverse le leggende sul martirio della santa: oltre a quella già raccontata, ne riportiamo un'altra. Già anziana, cresciuta nella fede in Cristo fin dalla fanciullezza e prodigatasi ad assistere gli altri cristiani, Apollonia fu catturata dai persecutori che le fecero cadere tutti i denti colpendola più volte alla mascella. 

Sant'Apollonia

Poi accesero un rogo, minacciando di bruciarla viva se non avesse pubblicamente rinnegato Cristo. Di fronte a questa imposizione, la donna preferì la morte terrena e si gettò fra le fiamme. Nel corso del tempo, Sant’Apollonia è diventata la patrona dei dentisti e protettrice contro il mal di denti; la sua iconografia la vede raffigurata come una giovane donna che tiene in mano una tenaglia che stringe un dente.

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martedì 27 gennaio 2026

Il Cristo - Baracca ad Alfonsine: la (ri)nascita di un dipinto

di Fabio Pagani

Che legame può unire Alfonsine e l’aviatore lughese Francesco Baracca? Apparentemente, nessuno. In realtà, è l’arte a coniugare i due mondi e, nello specifico, il pittore Anacleto Margotti. Era l’anno 1914 e Alfonsine fu travolta dagli eventi della “settimana rossa”, una sommossa consistente nell’assalto ai palazzi delle istituzioni e alle chiese da parte degli anarchici e socialisti. Proprio ai piedi della chiesa arcipretale di Santa Maria, andata a fuoco, vennero ritrovati i resti di quadri e opere d’arte, finite in un grande falò; tra queste, la leggenda narra che vi fosse anche una preziosa tela di Guido Reni (pittore bolognese del ‘600), il “Battesimo”, che il parroco del tempo, don Tellarini, volle assolutamente far riprodurre. L’incarico della nuova tela venne allora affidato ad Anacleto Margotti, lughese di San Potito, nato in una famiglia molto povera, ma dotato di un grande talento artistico. 

Il primo battesimo di Cristo di Margotti (1914)

La casa in cui abitava Margotti era di proprietà della famiglia Baracca, ragion per cui al pittore venne la brillante idea di far posare come modello del Cristo il ventiseienne Francesco, da poco nominato sottotenente di cavalleria. Francesco, per rientrare nel quadro del Margotti, si prestò ad essere camuffato con una parrucca e una barba finta prestata dal sacerdote Don Paolo Rambelli, che dirigeva le commedie del teatrino parrocchiale di Lugo. Gli fu messa una pelle di capra addosso, dopodichè andò lungo le scarse acque del fiume Senio, dove il Baracca dovette immergersi e rimanere in posa. L'opera fu poi ridisegnata in una parete della chiesa Santa Maria che, all'epoca, era in Piazza Monti.

La seconda guerra mondiale, però, spazzò via tutto: i bombardamenti di cui Alfonsine fu vittima, venendo tragicamente distrutta nella sua quasi totalità, cancellarono anche la chiesa e, di conseguenza, il dipinto. 

La vecchia chiesa di Santa Maria, distrutta dalle bombe, nel 1945

Ma, dopo la tempesta, viene sempre il sole: qualche anno dopo la fine del conflitto, un ex aviatore americano (tale L. F.), che aveva combattuto nei cieli italiani, venne in possesso di una rivista in cui si parlava di un’opera di Margotti, raffigurante il Cristo – Baracca, andata colpita da un bombardiere statunitense. Fortuna volle che quel pilota avesse preso parte ai bombardamenti sul fiume Senio ad Alfonsine; Francesco Baracca era l’idolo dell’aviatore americano (di cui non si conosceva, né si sarebbe mai saputo il nome), perciò egli, forse sentendosi in colpa per la perdita del dipinto, tentò di rintracciare Margotti per commissionarli una nuova tela raffigurante il vecchio soggetto.

Il nuovo battesimo di Cristo di Margotti (anni '70)

L’opera, che dovette costare molto all’ex militare statunitense, fu collocata all’interno della nuova chiesa di Santa Maria, costruita dopo la guerra nella parte nuova di Alfonsine, alla riva sinistra del Senio. Per volontà del generoso committente, sul quadro fu scritta la seguente dedica: “Ex aviatore americano - operante cielo di Romagna - umilmente dona - a risorta chiesa Alfonsine - Battesimo Cristo - a ricordo Eroe Baracca - passate storiche vicende - auspicando Pace fra i Popoli. L. F.

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mercoledì 14 gennaio 2026

Epifania, Befana, Pasquetta: quanti nomi per il 6 gennaio!

di Fabio Pagani 

Abbiamo da poco trascorso le festività natalizie che, come noto, si chiudono con l’Epifania. La presentazione di Gesù ai Re Magi rappresenta l’inizio di una nuova era, quella della cristianità che cambierà il mondo.

In pochi, però, celebrano il significato religioso dell’Epifania, meglio nota, nella cultura popolare, come giornata della befana. Ma c’è un nesso fra i Re Magi e la befana? Inoltre, lo sapevate che in alcune zone d’Italia, compresa la Romagna, il 6 gennaio è conosciuto come Pasquetta? Andiamo con ordine.

Adorazione dei Magi
(Giotto, affresco, Cappella degli Scrovegni, 1303 circa)

Secondo una leggenda che compare in più testi, i Magi (che forse non erano né Re né in tre! Probabilmente erano astrologi…) non riuscivano a trovare la strada per Betlemme e allora chiesero informazioni ad un’anziana signora, che li aiutò, rifiutandosi però di accompagnarli. Pentitasi di non aver seguito i pellegrini, preparò una cesta piena di dolci e uscì alla ricerca dei Magi, senza trovarli; a quel punto decise che si sarebbe fermata in ogni casa lungo il suo cammino, donando sempre qualcosa ai bimbi, nella speranza che uno di questi fosse Gesù. Ecco, quindi, che da allora la vecchia è diventata la nostra befana, colei che, nella cultura di massa, porta regali ai più piccoli, di notte, scendendo dai camini delle case. Non ha l’opulenza di Babbo Natale, ha meno possibilità: mandarini, frutta secca, qualche caramella e, se non si è stati buoni, un po’ di carbone.

La befana vien di notte...

Ma i nostri Re Magi? Mentre la vecchia signora li cerca, loro sono arrivati a Betlemme: è il momento dell’Epifania. Parola greca, ἐπιϕάνεια, cioè “apparizione”, quella di Gesù al mondo intero.

L’Epifania, che tutte le feste porta via!”. Quante volte abbiamo sentito questo detto? Forse i più giovani non lo conoscono, ma noi ricordiamo molto bene che l’approssimarsi del 6 gennaio emetteva sinistri segnali di campanelle e voti sul registro: riprendeva la scuola e non poteva esserci epilogo peggiore.

Abbiamo in sospeso l’ultima curiosità, se ricordate: perché da noi, ma anche in altre zone d’Italia come Liguria e Veneto, l’Epifania è detta Pasquetta? La parola ebraica da cui ha origine è Pesach, che significa “passare oltre”. Questa festività, dunque, demarca un cambiamento: come il 6 gennaio corrisponde alla natività di Gesù e, successivamente, al passaggio dalle tenebre alla luce, così il lunedì dell’Angelo saluta la Risurrezione del Cristo e l’inizio della bella stagione. In Romagna c’è anche il detto “Par la Pasquéta un’uréta” (dal 6 gennaio un’ora in più di luce), così come fanno parte della tradizione i canti dei Pasqualotti (i Pasquarùl, le anime dei defunti tornati sulla terra), che nei primi giorni di gennaio portano di casa in casa i canti augurali per il nuovo anno.

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sabato 3 gennaio 2026

Aperitivo etimologico

di Fabio Pagani

Cari lettori,

nell'augurarvi buon anno, vi regalo tre modi di dire molto utilizzati ancora oggi nel nostro "parlato".

Lapsus linguae = Scivolone della lingua (modo di dire).

E’ espressione di origine biblica, atta a significare la pronuncia di una parola al posto di un’altra che si ha in mente. La sua fortuna, in epoca contemporanea, è dovuta soprattutto agli studi di Freud condotti sul fenomeno. Nel linguaggio quotidiano si usa semplicemente la forma lapsus, senza far seguire il genitivo linguae.

Qui pro quo =  Una cosa per l’altra (detto proverbiale).

Questa espressione, di origine ignota anche se probabilmente legata alla filosofia scolastica medioevale, deriva forse dalla “corruzione” popolare di qualche altro modo di dire, dato che nell’attuale formulazione non ha alcun significato (infatti la sua traduzione letterale sarebbe:” il quale per il quale”. E’ probabile che il primo pronome fosse in origine un quis o un quid, dando come traduzione o “quale cosa al posto di un’altra” oppure “chi al posto di chi”. Comunque la formula gode ancora oggi di grande popolarità tanto da venire considerata alla stregua di un sostantivo (“il quiproquo”, “un quiproquo”), che è sinonimo di equivoco. Nel mondo anglosassone invece ha assunto il significato di scambio, di una cosa in cambio dell’altra.

Errata corrige  = Correggi gli errori (dal linguaggio editoriale).

Anche se l’espressione ha il verbo all’imperativo, questa locuzione sta ad indicare un elenco di errori che si usa collocare in calce ad un testo, quando l’editore si accorge della loro presenza, ma non può provi rimedio dato che la stampa è già avviata. E’ molto frequente in ristampe e riedizioni, forse perché i lettori più attenti hanno segnalato sviste che vengono poi puntualmente corrette.

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venerdì 26 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 3

di Fabio Pagani

Cari lettori,

oggi ci addentriamo nella terza e ultima parte del nostro viaggio: parliamo di Palazzo Grazioli e di Palazzo Marini, luoghi storici di Alfonsine vecchia, due dei pochissimi rimasti in piedi dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.  

PALAZZO GRAZIOLI

Sul lato sud di piazza Monti, uno dei pochi edifici rimasti di Alfonsine “vecchia”: i Grazioli erano una famiglia trentina che si stabilì in paese ad inizio ‘900, aprendo un negozio di ferramenta. L’attività fruttò molto bene, tant’è che i Grazioli costruirono per sé un palazzo a tre piani che, ancora oggi, porta il loro nome. Con la recente ristrutturazione, l’edificio è passato nelle mani di una immobiliare e ospita negozi, uffici di una banca e abitazioni private.

Una curiosità: come mai questo lato di Alfonsine è stato preservato dalla distruzione? Si pensa che i tedeschi avessero finito le bombe per minare la zona o che non fossero arrivati in tempo per farlo prima del 10 aprile. Meglio così.

Palazzo Grazioli, al centro (1930)



Palazzo Grazioli, oggi


PALAZZO MARINI

Siamo all’inizio di via Roma, in uscita da Alfonsine. Questo palazzo, risalente al XVIII secolo e ristrutturato in anni recenti dal Fayat Group – Marini, da cui prende il nome, è la testimonianza architettonica più importante e antica del nostro paese, con la sua sala ad archi utilizzata per mostre, concerti e presentazioni culturali. A metà ‘700, il palazzo era un complesso unico insieme alla casa abbinata che dava su corso Garibaldi e che fu la prima locanda del paese, detta “della Colombina”; palazzo Marini, qualche anno dopo, fu uno stallatico, cioè un alloggio per cavalli, mentre nel 1914 divenne sede dei monarchici conservatori di Alfonsine e fu il primo luogo assalito dai rivoltosi durante la “Settimana rossa”. Negli anni ’30, Giuseppe Marini acquisto il palazzo e lo trasformò prima in fabbrica e poi in magazzino; con la ristrutturazione degli ultimi anni, gli è stato attribuito il nome con cui tutti lo conoscono.


Palazzo Marini oggi e ieri




Le fotografie sono state scaricate dal sito www.alfonsinemonamour.it

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mercoledì 17 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 2

di Fabio Pagani

Proseguiamo il nostro tour nei posti più iconici della città al fine di trasmettere, anche ai più giovani, il significato più profondo delle nostre radici.

Oggi parliamo del Santuario di Madonna del Bosco e del Museo della battaglia del Senio.

Santuario della Madonna del Bosco

Il Santuario di Madonna del Bosco si trova lungo la via Raspona, poco prima del ponte sul Reno: qui, nel primo ‘700, a seguito di un evento drammatico che provocò la morte di un contadino, Domenico Pochintesta, il fattore degli allora marchesi Spreti decise di invocare la protezione di Maria, apponendone l’immagine sacra sul luogo della disgrazia. E così sarebbe stato nei tempi a seguire, con il Santuario che venne costruito grazie alla permuta che gli Spreti fecero di alcuni loro terreni e alle elemosine raccolte, per una cifra totale di 2419 scudi. La chiesa, fino a qualche decennio fa, conteneva le originali tavolette votive, ora custodite presso la Curia di Faenza. Si può trovare ampia documentazione su quanto detto non solo sul web, ma anche nei testi cartacei quali i Quaderni Alfonsinesi ed i volumi sulla storia di Alfonsine, consultabili presso la biblioteca comunale.


Il Santuario della Madonna del Bosco

Museo della battaglia del Senio

Il Museo del Senio nasce nel 1981 per custodire e tramandare la memoria dell’ultimo biennio della seconda guerra mondiale. Un luogo dedicato alla Resistenza, alla lotta per la liberazione e al territorio non soltanto comunale, ma anche del distretto e oltre. Voluto dall’ANPI e dallo stato maggiore dell’esercito, questo spazio racconta di battaglie, di armi, di persone.
All’esterno si nota un iconico oggetto evocativo, vale a dire parte di un esemplare di “ponte Bailey”, utilizzato dall’esercito inglese per procedere sul territorio nelle zone vallive.
All’ingresso, si viene accolti da grandi immagini che rappresentano i protagonisti del racconto: soldati tedeschi ed alleati, civili, mezzi militari e scene della drammatica distruzione dell’abitato. Al piano superiore vi sono armi, cartografie e oggetti militari, oltre ad accattivanti pannelli fotografici; completano il museo le nuove camere emozionali, che permettono al pubblico di vivere l’esperienza immersiva della ricostruzione di un rifugio antiaereo.

Sala interna del Museo del Senio


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