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lunedì 6 settembre 2021

VIVI NELLA PAROLA... IN PILLOLE

 

Cari amici,

continuiamo la nostra breve rassegna sugli autori che troverete nell'antologia "Vivi nella parola. I sepolcri dei poeti romagnoli", edita da "L'arcolaio" e scritta da me e da Nevio Spadoni. Oggi parliamo di Olindo Guerrini, che non è soltanto poeta dialettale, ma uomo di grande cultura e formazione classica. 

Con l’affermarsi, nella seconda metà dell’Ottocento, del positivismo come concezione del mondo e del naturalismo come canone dell’arte, nascono in letteratura la scientificità, l’impersonalità e l’impiego di un linguaggio parlato dimesso che attinge molte parole dal dialetto e dall’uso quotidiano, per poter presentare, con realtà e schiettezza, il parlare dei personaggi. Il termine “realismo” viene usato a significare soprattutto gli aspetti sporchi e deformi della realtà ed il suo elemento di maggiore incisività è l’efficacia dell’evocazione, di cui il francese Baudelaire esprime la cifra simbolica più vera. In Italia non esiste un momento di contemporaneità a Baudelaire, ma un prima e un dopo; ritroviamo in Guerrini questo realismo baudelairiano e la capacità di cogliere l’aspetto sensuale della vita rivestendolo di eleganti forme, divenendo così un poeta prediletto dal pubblico. La critica, tuttavia, non è tenera con Guerrini (vedi Croce, che lo taccia di oscenità), mentre Carducci, nel periodo bolognese, spiega che le liriche di Guerrini “non glorificavano la guerra civile, ma erano un’ispirazione sociale, tradotta in versi per amore dell’arte”. Entrambi i poeti alzano la bandiera contro le putredini cattoliche e romantiche, legati entrambi alla realtà storica in cui vivono e da cui traggono i loro ideali. Guerrini, eccellente latinista, si distingue, al di là degli strali della critica (Croce e Flora), per la grandezza con cui traduce e recupera gli immortali versi di Catullo (Odi et amo), di Orazio (Odi, libro I, n. 11), di Baudelaire, Hugo, del Leopardi dei Canti (in comune: l’abbandono della donna amata), di Byron e, naturalmente, di Carducci.

Ad maiora!

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