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mercoledì 29 luglio 2026

Cum grano salis - Modi di dire dall'antichità

Cari lettori,

oggi dedichiamo qualche riga al doppio tema guerra-pace, due risvolti opposti della stessa medaglia. E lo facciamo rispolverando tre massime latine, come sempre attuali (non sappiamo, però, se questo sia un pregio o un limite).

Alea iacta est (Il dado è tratto): secondo lo storico Svetonio, vissuto nel I-II secolo d.C., Caio Giulio Cesare pronunciò questa celebre frase il 10 gennaio del 49 a.C. in occasione dell’attraversamento del fiume Rubicone. Il fiume sanciva un confine politico che era vietato oltrepassare armati, pena l’essere dichiarati nemici di Roma. Cesare, con questo celebre gesto, aveva l’intenzione di rivendicare il proprio potere sfidando il Senato, con il sostegno del suo vittorioso esercito dopo le spedizioni in Gallia. Una volta compiuta l'impresa, non sarebbe più potuto tornare indietro, da qui il significato comune dell’espressione: la scelta è presa, la sfida è ormai lanciata.

Moneta celebrativa delle Idi di Marzo

Desertum fecerunt et pacem appellaverunt (Fecero un deserto e lo chiamarono “pace”): frase dello storico latino Tacito (I-II sec. d.C.), estrapolata dall’opera sulla vita di Giulio Agricola, essa è ampiamente impiegata per contrastare la guerra e la devastazione che questo fenomeno porta con sé. Il motto fu utilizzato dal movimento studentesco contro la guerra del Vietnam (1955-1975) e più in generale per criticare un potere oppressivo. Già l’oratore e console romano Cicerone, all’interno del De consulatu meo, aveva preso una posizione contro le tendenze belliche con queste parole: Cedant arma togae, concedat laurea linguae (Le armi facciano posto alla toga, il trionfo militare all’eloquenza).

I famosi guerriglieri vietnamiti, detti Vietcong

Dulce bellum inexpertis, expertus metuit (La guerra è attraente per gli inesperti, mentre chi la conosce la teme): questo proverbio medievale indica come la guerra appaia dolce solo a coloro che non l’hanno ancora sperimentata. Conoscendone le conseguenze, gli anziani sono soliti opporvisi per via della loro esperienza. Citiamo lo storico Livio (I sec.) e la frase da lui attribuita al condottiero cartaginese Annibale: Melior tutiorque est certa pax quam sperata victoria (Migliore e più sicura è una pace certa rispetto a una vittoria solo sperata).

Impareremo mai?

di Fabio Pagani

(c) Riproduzione riservata)

martedì 28 aprile 2026

Il vino nella letteratura - Parte 3

di Fabio Pagani

Cari lettori,

pubblichiamo la terza parte del nostro viaggio nel rapporto fra vino e letteratura. Spazio, oggi, a '800 e '900.

Nel XIX secolo i cambiamenti e le innovazioni, unite alle tante malattie che colpirono i vigneti italiani ed europei, portarono ad enormi cambiamenti nella viticoltura che, sebbene lenti, investirono quasi inevitabilmente anche il secolo successivo.
A fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento furono due i fattori fondamentali che fecero da propulsori di rinnovamento in ambito italiano: da un lato la nascita di due Regie Scuole di Enologia, una in Piemonte e una in Veneto; dall'altro la diffusione delle cantine sociali, prima al Nord e poi al Sud. La causa che più di tutte spinse molti produttori ad associarsi in queste nuove realtà fu la volontà di contrastare la crisi di sovrapproduzione di quegli anni.
Allo stesso tempo fiorirono differenti iniziative, tutte finalizzate a diffondere la conoscenza agraria specifica della vite e dei nuovi sistemi colturali, con lo scopo di dare nuovo impulso alla viticoltura italiana.

Il periodo analizzato non fu caratterizzato solo da un forte aumento della tecnica e quindi dal miglioramento generale della viticoltura ma anche dal dilagante fenomeno dell'adulterazione, fenomeni riconducibili a due aspetti: da un lato la sempre più crescente richiesta di vini a buon mercato e quindi a prezzo contenuto, dal lato opposto, a seguito del diffuso benessere (periodo della Belle Époque) che determinò un aumento della richiesta di vini costosi.

A seguito di ciò avveniva spesso che vini inadatti al commercio venissero comunque utilizzati per colmare la domanda. Tanti erano i metodi illeciti impiegati, tuttavia i più conosciuti erano due: annacquare il vino o produrlo a partire da uva passa che veniva importata ad un costo assai inferiore.

I letterati e il vino

Alcuni aneddoti biografici possono servirci per penetrare i testi. Leopardi rimpiange i suoi vini marchigiani, sorseggiandone di pessimi a Milano e di «fatturati» a Bologna; allo scapigliato Praga basta un solo bicchiere per ubriacarsi; Pascoli muore forse per cirrosi; l’astemio D’Annunzio, infine, brinda a Carducci citando Pindaro, «ottima è l’acqua», e suscita la brusca replica del ‘maestro avverso’: «...e io bevo vino». Altro deve attrarci, di uno scrittore! La pista dionisiaca, vogliamo percorrerla per penetrare nel cuore dell’opera, per illuminarne l’interpretazione.

Giuseppe Parini (1729 – 1799)

l secolo dei lumi, come sappiamo, al vino preferisce il caffè, che èccita la ragione senza offuscarla. Nel Giorno, dove il vino fa continue apparizioni, anche Parini parrebbe maltrattarlo, considerandolo emblema dell’ozio, del vizio, del privilegio. Il Giovin Signore, infatti, fa le ore piccole fra i «licor lieti di Francesi colli / e d’Ispani e di Toschi o l’Ungarese / bottiglia» (dunque Bordeaux, Chianti, Xerès, Tokay); il brindisi con l’«altrui cara sposa» che accosta le labbra al cristallo «castissimo» colmo di «annoso licor», si trasforma in un segreto bacio inviato al suo cicisbeo; nella favola del Piacere, il vino è il privilegio dei «semidei» aristocratici negato al volgo plebeo; e nella sfilata d’imbecilli che compare verso la fine del poemetto spicca il frequentatore d’osterie, i luoghi dove «si ministran bevande ozio e novelle».

Giacomo Leopardi (1798 – 1837)

Ma il vero pensatore dionisiaco – chi lo sospetterebbe? – è Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone dà la stura a una vera e propria filosofia bacchica: «piacere misto di corporale e di spirituale», il vino era, con il riso, il patrimonio di un’umanità primigenia e vigorosa, pre-razionale; l’homo ridens et bibens era dunque più felice dell’homo sapiens: il quale può trarre dal vino l’«entusiasmo» che potenzia la capacità sintetica del pensiero, dà ali pindariche al volo del poeta e rende audace il corteggiatore timido (lo sa per esperienza lo stesso Giacomo, come confessa incidentalmente). Persino l’ubriachezza, abitualmente condannata anche dai più convinti lodatori del vino, viene esaltata dal recanatese perché induce «una specie di letargo, d’irriflessione, e di anaisthesìa» pur lasciando l’uomo «straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo».

Il caso particolare de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

E viti e vino, che ruolo hanno nel romanzo di Manzoni? Fin dalla prima pagina dei Promessi sposi, in cui è dipinto panoramicamente il luogo in cui prende avvio la storia di Renzo e Lucia, la vigna appare due volte. La prima per dare un tocco di colore a un paesaggio idillico:

Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna». La seconda, per accennare alle birbonate che commettevano, nel territorio di Lecco, i soldati spagnoli «che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia.

Quando, nel romanzo, la guerra si aggiunge alla fame e alla peste (a peste, fame et bello libera nos, Domine, invocava l’antica preghiera), l’agronomo Manzoni soffre per il saccheggio del vino e ancor più per la devastazione delle viti. Il primo segno dello scempio compiuto dai lanzichenecchi, nel capitolo XXX, qual è?

Dopo un’altra po’ di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder co’ loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi.

Possiamo fin d’ora vedere che Manzoni, da grande scrittore, della vite e del vino sa fare il paradigma di vicende collettive e di storie individuali. A partire da quella di don Abbondio, che si affaccia nel romanzo in compagnia della sua pavidità. Dopo l’incontro con i due bravi, il suo cuore è in affanno tachicardico. Basta un’occhiata a quel viso stravolto per far capire a Perpetua che al povero prete ne è capitata una davvero una grossa. Ma che cosa?

Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.

E qui comincia il tira-e-molla del bicchiere, che dà forma al contrasto tra curiosità e reticenza: Perpetua lo riempie e lo tiene in mano, come se volesse mollarlo solo in premio della confidenza che si fa tanto aspettare:

Date qui, date qui, – disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.

Diametralmente opposto, anche rispetto al bicchier di vino, l’atteggiamento di padre Cristoforo il quale, nel capitolo V, quando si reca nel castello di don Rodrigo per perorare la causa di Lucia, trova il tirannello a mensa e deve accettare suo malgrado il calice offerto con una battuta arrogante:

Il padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch’era ricominciato, gridava: - no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de’ miei boschi». Alla tavola imbandita nel palazzotto di don Rodrigo, bevendo, si parla di bastonate agli ambasciatori, di guerra e di politica. Il padrone di casa propone un brindisi: «Signor podestà, e signori miei! - disse poi: - un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del personaggio». Nel gran finale i commensali, privati dall’alcol dei freni inibitori, rivelano la brutale volontà di difendere i propri privilegi con la violenza più estrema. Un delirio morale e mentale, che preesiste all’ubriacatura etilica: «S’andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s’udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli.

Ma l’episodio che basterebbe da solo a collocare i Promessi sposi sullo scaffale dei capolavori della letteratura sul vino, è quello celeberrimo di Renzo all’osteria della Luna piena, nei capitoli XIV e XV. Non occorre insistere sulla maestria manzoniana nella resa della «spranghetta» del giovane e dei suoi duetti con lo sbirro, con l’oste, con l’avventore ‘poeta’. Per la nostra inchiesta, basterà osservare che il narratore, dopo aver espressamente rinunciato a contare i bicchieri tracannati dal suo eroe dopo il terzo (ma è descritta la bevuta di altri due) del primo fiasco (che è «fesso» e «crocchia») e avergliene fatto servire un secondo, cerca paternamente di giustificarlo:

«Que’ pochi bicchieri che aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un bevitore un po’ esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la sete».

Dopo la brutta esperienza, il nostro eroe abbandona per sempre la rivoluzione. Non definitiva è invece la sua rinuncia al vino. Alla prima sosta, durante la fuga verso Bergamo descritta nel capitolo XVI, egli lo rifiuta:

«Chiese un boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che facesse presto».

Ma all’osteria di Gorgonzola il transfuga è già diventato meno intransigente:

«Chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le miglia di più, e il tempo gli avevan fatto passare quell’odio così estremo e fanatico».

Giosuè Carducci (1835 – 1907)

La nebbia a gl'irti colli / piovigginando sale,
e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo / dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini / l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando / su l'uscio a rimirar
 tra le rossastre nubi / stormi d'uccelli neri
com'esuli pensieri, / nel vespero migrar.

Evidente il contrasto tra l'atmosfera del borgo e il suono del mare in tempesta agitato dal maestrale, simbolo di un'inquietudine che, a mano a mano che si sale con fatica verso la cima del colle, quasi svapora attraverso la nebbia che vela la realtà, che non ci fa capire cosa veramente vogliamo, finché si giunge alla chiara allegrezza del borgo dove il rumore del mare è ormai lontano e dove si diffondono gli odori del vino che si sta facendo e della carne che gira sullo spiedo. Questi sono i suoni della pace, il vino che bolle nelle botti, la legna dello spiedo che scoppietta contrapposti alla furia del vento che agita il mare dell'esistenza umana.

Al termine della faticosa salita per la conquista della tranquillità ci attendono il vino e il cibo, una consolazione e un modo per raggiungere serenità, lasciare alle spalle giù in basso, il mare agitato della vita.

La serenità, oltre che negli odori, qui tinta di tristezza, è nel suono: nel fischiettio del cacciatore che appoggiato alla porta di casa guarda pensoso le nuvole rosse per il tramonto dove si stagliano uccelli neri che volano via come i foschi pensieri.

È una pace questa che si percepisce durerà poco, poiché ancora si sente là, in basso, il mare della vita rumoreggiare e poiché il poeta è ormai al tramonto che precede le tenebre della notte.

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938)

Nel mondo di Andrea Sperelli, invece, si preferiscono prodotti d’importazione: «vieux cognac» e soprattutto «vin ghiacciato di Sciampagna», «quel vino chiaro e brillante, che ha su le donne» la virtù di risvegliare «il piccolo dèmone isterico» e di «farlo correre per tutti i loro nervi propagando la follia». 

I piaceri del Piacere, Bacco, tabacco e Venere, del resto, sono d’importazione inglese, come si conviene a un vero precursore di Dorian Gray. Il fumo entra nell’edonismo di Sperelli, ma non sappiamo se lo aspiri con voluttà, come fa con l’effluvio dei fasci di fiori e del sudore equino. Bere il vino dal cavo della mano femminile è un gioco eccitante, che non è nulla a paragone con il tè che Andrea sorseggia direttamente dalla bocca dell’amata. E non è preparando religiosamente quella bevanda che Andrea aspetta l’amante? Di fatto, le ebbrezze del Piacere, come poi quelle dell’Alcyone, sono quasi tutte metaforiche: ci si inebria di parole, di melodia, di aria fragrante, del «possente profumo d’amore», dell’esplosione pànica della natura, del «vino dell’estate». Non c’è dunque da stupirsi che D’Annunzio disprezzasse chi, per ‘sregolare’ i sensi, ricorreva al vino.

Giovanni Pascoli (1855 – 1912)

Giovanni Pascoli chiedeva al vino non l’esaltazione, ma consolazione e oblìo, anche se conosceva le insidie celate in quella medicina del dolore. Ce lo dice nella poesia “I tre grappoli”:

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite. / Bevi del primo il limpido piacere; / bevi dell’altro l’oblio breve e mite;

e...più non bere: / ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto / nel nero sonno vigila, da un canto, /

sappi, il dolore; e alto grida un muto / pianto già pianto.

Un filo enoico percorre tenacemente tutta la sua poesia, dalle Myricae, in cui si nasconde sotto la vite e l’uva («È del fior d’uva questa ambra che sento?»), ai Canti di Castelvecchio, dove scorre nei bicchieri dei contadini esiodei raccolti intorno Ciocco ardente; ai Poemi conviviali, in cui brilla nelle anfore e nelle coppe, dalla civiltà greca (da Omero a Socrate, «placido Sileno»).

Italo Svevo (1861 – 1928)

Il vino generoso” è uno splendido racconto nel quale troviamo tutta la cifra stilistica di Svevo.

In occasione della cena di vigilia delle nozze di una nipote, il protagonista, un vecchio socialista acciaccato, viene dispensato dal suo dottore dal divieto di consumare vino.

Per il Vecchio è un’occasione da non perdere:

Mangiavo e bevevo, non per sete o per fame, ma avido di libertà. Ogni boccone, ogni sorso doveva essere l'asserzione della mia indipendenza.

Il protagonista non si fa pregare:

Il vino passava dalla bottiglia nel bicchiere fino a traboccare, e non ve lo lasciavo che per un istante solo” e ci racconta i suoi gusti: “gli altri si dedicavano allo champagne, ma io dopo averne preso qualche bicchiere per rispondere ai vari brindisi, ero ritornato al vino da pasto comune, un vino istriano secco e sincero, che un amico di casa aveva inviato per l'occasione. Io l'amavo quel vino, come si amano i ricordi e non diffidavo di esso.

Durante la cena nascono polemiche animate e litigi anche aspri fra il protagonista e vari familiari. Conclusa la serata, il protagonista torna a casa e mentre dorme intraprende un viaggio onirico che lo metterà di fronte a rimorsi, ricordi, paure e debolezze. Il vino in questo caso non sarà tanto la causa dei litigi e degli incubi ma una metafora di liberazione da certe catene mentali, di acquisizione di consapevolezza e un tramite per collegarci a quello che abbiamo nel profondo della nostra anima.

Ne “La Coscienza di Zeno”, il capolavoro di Svevo, questo concetto ci viene svelato in maniera più esplicita dai pensieri (o dalla Coscienza!) di Zeno stesso, il protagonista del romanzo. Nel capitolo “La moglie e l’amante” è descritta una scena molto simile alla precedente, ma la situazione qui è capovolta, in questo caso non è Zeno (non sia mai...) a non poter bere per problemi di salute, ma suo suocero. Tra scene divertenti e discussioni accese anche Zeno vuota i calici uno dopo l’altro e stravolge il famoso detto “In vino veritas” illuminandoci con il suo pensiero:

Il vino è un grande pericolo specie perché non porta a galla la verità. Tutt’altro che la verità anzi: rivela dell’individuo specialmente la storia passata e dimenticata e non la sua attuale volontà; […] legge tutto quello ch’è ancora percettibile nel nostro cuore. […] Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse.

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giovedì 2 aprile 2026

Il vino nella letteratura - Parte 2

di Fabio Pagani

Il Medioevo, Il Rinascimento, l’Età moderna e il vino

Per Rinascimento intendiamo un periodo artistico e culturale della storia d’Europa che conobbe il suo inizio in Italia, soprattutto a Firenze, tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna, in un arco di tempo che va all’incirca dalla metà del XIV secolo fino al XVI secolo. L’inizio del Rinascimento viene fatto coincidere con la presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453, mentre la sua fine non è così definita e si potrebbe far cadere attorno alla metà del 1600.

Sante Lancerio, sommelier di Papa Paolo III

Tracce “enologiche” nella letteratura di Medioevo, Rinascimento e Seicento

Francesco Petrarca, Res Seniles, XII, 1

Sento già da qui te e medici da ogni parte concordi nel dire che il bere acqua è l’unica o la principale causa del male. O ebbrezza felice! Non è forse vero che tanti vecchi decrepiti nel deserto ebbero come squisitezze un rozzo pane e l’acqua di un torrente, resi forti e sani dal perpetuo digiuno? 89 Non hai letto in Girolamo di Antonio quasi centenario e Paolo ultracentenario che celebravano con un solo pane e la vena di una piccola fonte quel loro banchetto lieto e sacro? 90 Ogni volta che ascoltiamo questo con orecchie devote e lo leggiamo con occhi devoti siamo rinfrancati senza alcun cibo o bevanda dal solo ricordo di tali uomini. 91 «Ma loro» dirà qualcuno «erano assistiti da Dio». 92 E chi lo ignora? Ma anche noi lo siamo; altrimenti non ci saremmo neppure. 93 Posso forse credere che Dio non mi assisterà, specialmente quando intraprendo qualcosa di buono? 94 Forse che chi mi fu accanto quando lo disprezzavo e peccavo non lo sarà quando mi pento e prego? 95 Posso digiunare, amico, non dubitare. 96 Non credere tutto ai tuoi autori; credi qualcosa a un amico a cui mai il digiuno nocque o nuocerà. 97 Quale motivo infatti potrei trovare per il fatto che tremule vecchiette digiunano mesi interi con poco e duro cibo e noi uomini con cibo lauto e abbondante non possiamo digiunare un giorno? 98 Questa non è fragilità, credimi, ma gola. 99 Non c’è dunque ragione perché io interrompa un costume onesto e innocuo, anzi, come canta la santa Chiesa, istituito per la salute al tempo stesso dell’anima e del corpo. 100 Questa è infatti la mia opinione: che alcuni siano morti di fame, molti per gli eccessi di cibo, nessuno mai per il digiuno.

La Viticoltura tra Rinascimento ed Età Moderna

Il Cinquecento fu un secolo di importanza determinante per l’evoluzione delle conoscenze vitivinicole. L’invenzione della stampa (Gutenberg, 1448) e la conseguente diffusione delle trascrizioni di opere classiche, aprì a molti la possibilità di conoscere le pratiche di coltivazione della vite e i processi di vinificazione. Si arrivò quindi allo sviluppo di un’ampia letteratura dedicata alla vite e si iniziò ad osservare e descrivere i fenomeni naturali sulla base dell’esperienza valorizzata dalla ragione.

A livello di territorio si ebbe una capillare diffusione dei terreni vitati, man mano sottratti alle zone boschive, fenomeno cominciato già nel secolo precedente. I contadini, non più obbligati alla servitù ma legati al terreno da contratti di mezzadria, coltivarono l’uva di loro iniziativa, con il consenso del proprietario, spesso commerciante trasferitosi in città. La mezzadria e le altre forme di compartecipazione rendevano stabile il rapporto dei contadini con le terre, consentendo la coltivazione di specie arboree a ciclo biologico lungo, come anche la vite, che richiedono diligenti e frequenti cure colturali.

Le scoperte geografiche con le quali iniziò l’Età moderna furono determinanti per la diffusione della vite in tutto il mondo: America Meridionale, Africa e Australia divennero terre proficue per la produzione del vino, al contrario dell’America Settentrionale in cui la vite europea deperì in fretta a causa del clima poco propizio e dell’attacco di alcuni parassiti.  La coltura della vite venne introdotta nel Nuovo Mondo all’inizio con finalità religiose, cioè per produrre vino per la Messa, ma in seguito la vite divenne sempre più importante.

L’Enologia tra Rinascimento ed Età Moderna

L’Età moderna segna l’inizio dell’evoluzione e della diffusione delle tecniche legate alla produzione e alla conservazione del vino. Uno dei maggiori progressi dell’Età moderna fu l’introduzione della bottiglia di vetro. La prima bottiglia di vetro fu il fiasco, recipiente impagliato che nacque circa nel XIV secolo in Toscana come evoluzione del boccale. L’idea dell’inserimento obbligato del tappo nel collo della bottiglia arrivò dalla Francia, dove a partire dalla seconda metà del XVII secolo divenne sempre più frequente l’uso dei tappi di sughero. La tradizione attribuisce la scoperta al creatore dello champagne, Pierre Dom Pérignon. Sembra infatti che il famoso monaco benedettino sia stato anche l’inventore del tappo di sughero per “imprigionare” il gas contenuto nel vino. Le tappature in sughero sostituirono di qui innanzi quelle in legno e stoppa, permisero la conservazione più lunga del vino di moderata gradazione alcolica e divennero il metodo d’affinamento e di trasporto più semplice per il vino, facendo scomparire le botti più piccole.

Il vino e la vita di corte

Il vino di un certo pregio, da sempre appannaggio delle classi sociali più alte, fece un importante salto di qualità nei fastosi banchetti dei signori italiani del tempo: i Gonzaga a Mantova, gli Sforza a Milano, i Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, la corte pontificia e il ducato di Urbino.

Le nozze di Cana del Veronese (1562-63)

Il banchetto rappresentava un momento importante della vite di corte e della diplomazia. Ogni elemento era parte di una rappresentazione scenografica accuratamente studiata, tesa a mostrare agli illustri ospiti la potenza e la magnificenza del Signore, espressa con raffinatezza e gusto. Qui si svolgevano conversazioni colte, si doveva saper sfoggiare le buone maniere con grazia e disinvoltura. Ricordiamo a questo proposito il famoso trattato “Il Galateo”, scritto da Giovanni della Casa (1552), che ebbe un successo strepitoso in tutta Europa:

Lo invitare a bere (…) cioè far brindisi, è verso di sé biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, siché egli non si dee fare. E se altri inviterà te, potrai agevolmente non accettar lo ’nvito, e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, senza altramente bere”.

I banchetti resero la ricerca ed il servizio del vino di pregio una sorta di cerimonia, con servitori e dignitari dedicati esclusivamente ad essa. Nel ‘500, ad esempio, alla corte dei Savoia si introdusse il sommelier de corps, in altre corti detto bottigliere, che si occupava solo della selezione dei vini da acquistare, del loro approvvigionamento, della scelta per le diverse occasioni e negli abbinamenti ai cibi. Il coppiere era invece responsabile del servizio del vino, allungava con acqua, vigilava che nessuno aggiungesse veleni alla coppa. Ci sono trattati che ne descrivono le capacità, l’aspetto, il vestiario, la gestualità, il lato da cui doveva avvenire il servizio, ecc. Nacque una figura che si è trasformata nel tempo, fino ai moderni sommelier.

Lorenzo de’ Medici, il “Magnifico”, canto di Bacco e Arianna (1490)

Quant’è bella giovinezza, /che si fugge tuttavia! /chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arïanna, / belli, e l’un dell’altro ardenti: / perché ’l tempo fugge e inganna, / sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti / sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza. Donne e giovinetti amanti, / viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti! / Arda di dolcezza il core! / Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha a esser, convien sia. / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza.

Poggio Bracciolini, Facetiae, libri 72 e 76

LXXII - DI UN PADRE CHE RIMPROVERAVA IL FIGLIO UBRIACO Un padre, che molto spesso aveva rimproverata l'ubriachezza del figlio, visto una volta un ubriaco sulla strada, che giaceva turpemente, con tutte le cose scoperte, con una frotta di monelli intorno che l'irridevano, invitò il figliuolo ad assistere a così triste spettacolo, sperando che questo esempio, dal vizio dell'ubriachezza correggere lo potesse. Ma questo, veduto l'ubriaco, disse: «Ti prego, padre mio, di dirmi dov'è che si vende tal vino, per cui questo si è fatto ubriaco, perché di esso possa io gustar la dolcezza». E si mostrò commosso non dalla bruttezza dell'ubriaco, ma dal desiderio del vino.

LXXVI - MOTTO ALLEGRO DI UN PERUGINO Un Perugino aveva una botte di vino squisito, ma era essa assai piccola botte. Una volta un tale gli mandò a chieder del vino per un fanciullo con un vaso molto grande, ed egli, preso fra le mani il vaso, lo fiutò e disse: «Oh, come pute questo vaso! giammai io vi metterò dentro il mio vino. Va' dunque e riportalo a colui che t'ha mandato».

Poggio Bracciolini

Teofilo Folengo, il Baldus (1552)

Pur raccontando una sorta di poema epico-cavalleresco, ne rappresenta la parodia. Sembra sempre iniziare ogni discorso con insegnamenti morali e costruttivi, che poi vengono deformati e presi in giro in modo spiritoso. Ad esempio, sembra che esalti la sobrietà degli uomini dell’Età dell’Oro e dei monaci del deserto, per poi descrivere orge di cibo e vino. Descrive il banchetto del re di Francia, preparato dal cuoco Gambone, maestro dell’arte “pappatoria”, con un elenco infinito di selvaggina, salse, salsicce, lasagne, ostriche, torte, pasticcini e fiumi di vino, che servono a “spegnere la fiamma con la fiamma”. Nel proemio (l’introduzione) non chiede aiuto alle classiche Muse per l’ispirazione, come era d’uso, ma alle “dee grasse”, Muse inventate da lui, che lo devono aiutare ingozzandolo di cibo e vino. Ecco entrare in ballo i maccheroni, dai quali è nato il termine di linguaggio “maccheronico”.

Mi è venuta l’ispirazione più che bizzarra di cantare la storia di Baldo, con l’aiuto delle grasse Camene. La sua fama e il suo nome gagliardo fan tremare la terra, e al sentirlo l’inferno se la fa addosso dalla paura.

Ma prima mi occorre invocare il vostro aiuto, o Muse che effondete l’arte maccheronica. Potrebbe forse la mia barchetta superare gli scogli del mare, se non sarà raccomandata dal vostro aiuto?

Mi dettino i versi non Melpomene, non quella minchiona di Talia, non Febo che strimpella la chitarrina; infatti, quando penso alle budella della mia pancia, le chiacchiere del Parnaso non sono adatte alla nostra zampogna. Solo le Muse pancifiche, le dotte sorelle (Gosa, Comina, Striace, Mafelina, Togna, Pedrala) vengano ad imboccare di maccheroni il poeta, e gli diano cinque o otto catini di polenta. Queste sono quelle dee grasse, quelle ninfe sgocciolanti, la cui dimora, la cui regione e territorio son racchiusi in un angolo remoto del mondo, che le caravelle spagnole non hanno ancora scoperto.

Francesco Redi, Bacco in Toscana (1685)

Questo poema giocoso, al di là del valore letterario, è interessante perché elenca i vini prodotti in Toscana all’epoca, oltre che citare altri vini italiani, come alcuni campani (il Falerno, la Tolfa, la Verdea, la Lacrima di Vesuvio, ecc.). È poi divertente leggere come Redi deprechi le nuove bevande che arrivavano dal nord o dell’Oriente, come la birra (cervogia), il sidro, la cioccolata (detta anche “cioccolatte”), il tè ed il caffè:

Chi la squallida Cervogia / alle labbra sue congiunge / presto muore, o rado giunge / all’età vecchia e barbogia: beva il Sidro d’Inghilterra / chi vuol gir presto sotterra; / chi vuol gir presto alla morte / le bevande usi del Norte / Non fia già, che il cioccolatte / v’adoprassi, ovvero il tè, / medicine così fatte / non saran giammai per me: / beverei prima il veleno, / che un bicchier che fosse pieno / dell’amaro e reo caffè.

Ben altre parole sono spese per il vino:

Manna dal ciel sulle tue trecce piova, / vigna gentil, che questa ambrosia infondi;

ogni tua vite in ogni tempo muova / nuovi fior, nuovi frutti e nuove frondi;

un rio di latte in dolce foggia, e nuova / i sassi tuoi placidamente innondi:

né pigro giel, né tempestosa piova / ti perturbi giammai, né mai ti sfrondi:

e ‘l tuo Signor nell’età sua più vecchia / possa del vino tuo ber colla secchia.

 

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mercoledì 25 marzo 2026

Il vino nella letteratura - Parte 1

Cari lettori,

iniziamo oggi il nostro viaggio nel mondo della letteratura, ma in chiave meno convenzionale del solito: tratteremo, infatti, il legame fra una delle sette arti classiche e il vino. Partiamo, naturalmente, dall'antichità.

Nel mondo classico, soprattutto in Grecia e a Roma, il valore del vino è indiscutibile e si associa all’eroismo, alla fedeltà, all’erotismo, alla coesione ed all’amicizia.

Polifemo ubriaco

Omero

Nel IX libro dell’Odissea Ulisse racconta ai Feaci l’incontro con Polifemo. Il termine Κύκλωψ (Kyklops) significa “dal viso o dall’occhio rotondo”. I ciclopi sono rozzi, incivili, violenti, dediti alla pastorizia, incapaci di lavorare la terra e di navigare, non osservano le leggi e tanto più la religione. Quando Polifemo e Odisseo si incontrano, emerge una diversità fisica già evidente nella statura dei due, ma ciò che li differenzia sostanzialmente è la forza bruta che si oppone all’astuzia che risulterà vincitrice. La creatura orripilante divora i compagni di Odisseo e il protagonista riesce a scampare il pericolo e a salvare i sopravvissuti attraverso uno stratagemma. L’uomo dal multiforme ingegno regala al Ciclope un vino scuro e dolcissimo. Il malvagio, sebbene privo di sentimento di gratitudine, offre al re di Itaca la possibilità di essere divorato per ultimo. Stordito dall’alcol il gigante giace tra le braccia di Morfeo. Nel frattempo Odisseo assieme ai compagni pianta nell’unico occhio del mostro un grosso ramo di ulivo e lo acceca.

Vite e ulivo sono simbolo di civiltà. Le popolazioni sedentarie curavano queste piante, e chi non conosceva il vino era considerato un barbaro. Il significato dell’offerta del delizioso nettare rappresenta la vittoria della civiltà sulla barbarie.

Uno dei poeti più importanti, a questo proposito, è Alceo: egli nasce a Mitilene in una famiglia aristocratica, ha due fratelli con i quali si dedica all’impegno politico combattendo contro gli Ateniesi per il possesso di Sigeo, ma senza successo (celebre la resa, evidenziata dall’abbandono dell’óplon, ovvero lo scudo, simbolo di resistenza e valore). Arrivato al potere Mirsilo, Alceo congiura contro di lui ma, il fallimento dell’iniziativa, lo porta ad un primo esilio a Pirra. Alla morte del tiranno, il poeta esulta:

Alceo, VII sec. a.C.

fr. 332 Voigt

Ora bisogna ubriacarsi, e che ciascuno beva anche per forza:

perché Mirsilo è morto.

Alceo muore anziano, come dimostra un suo frammento, tradotto da S. Quasimodo:

Sul mio capo che molto ha sofferto / e sul petto canuto

sparga qualcuno la mirra.

Le odi di Alceo sono state raccolte dagli Alessandrini (grammatici e filologi vissuti ad Alessandria d’Egitto fra il III ed il II secolo a.C.) in almeno 10 libri, divisi per genere: nel primo volume gli inni agli dèi, negli altri i canti di lotta, i canti conviviali, i canti d’amore.

fr. 347 Voigt 

Inonda di vino i polmoni, / infatti la canicola compie il suo giro e la stagione è opprimente,

 ogni cosa è assetata sotto la vampa del sole, / la cicala risuona dolce dalle fronde e il cardo fiorisce.

Ora le donne sono impure quanto mai, e gli uomini emaciati, / Sirio dissecca la testa e le ginocchia.

Il vino è concepito dal poeta come specchio dell’uomo e sono vari i motivi che lo inducono a bere: l’ora del tempo, la dolce o aspra stagione, la visione dello Stato in rovina, il sentimento dell’umana condizione. L’ebbrezza, quindi, come farmaco della vita e come strumento di equilibrio esistenziale.

Solo l’ebbrezza che deriva dal suo consumo può lenire i tetri pensieri di morte, la sofferenza che l’esistenza comporta. Nel frammento intitolato “Non si vince la morte”, l’incipit è chiaro:

Bevi e ubriacati con me, Melanippo

Ma nei suoi versi è possibile scovare enunciazioni ancora più esplicite. E Il rimedio è il vino, è sicuramente la summa totale del suo pensiero:

Esiste una medicina, la migliore: portiamo qui il vino e inebriamoci

Addirittura, la leggenda narra che Alceo abbia composto gran parte delle sue opere da ubriaco.  

Archiloco

Archiloco, nel fr.120, si vanta di saper comporre il ditirambo solamente quando in preda all’eccitazione derivata dal consumo del vino:

Archiloco, 680 - 645 a.C.

Intonar so il ditirambo di Dioniso mio signore, il bel canto io so, dal vino folgorato nel mio cuore

Come non poter, inoltre, ricordare l’importanza di questa bevanda nei poemi omerici. Ma il vino assume, in tal caso, connotati diversi rispetto a quanto evidenziato da Archiloco. Questo ci dice Odisseo:

Il vino, folle, mi spinge, che fa cantare anche l’uomo più saggio e lo costringe a ridere di cuore e a danzare, e suscita parola che è meglio non detta.

Catullo

Carme 13

Cenerai bene, mio Fabullo, da me / tra pochi giorni, se gli dei ti sono favorevoli,

se con te porterai una buona e abbondante / cena, non senza una bella ragazza

e vino e sale e tutta l'allegria.

Se porterai, dico, queste cose, mio caro, / cenerai bene; infatti del tuo Catullo

il borsello è pieno di ragnatele.

Ma in cambio riceverai autentici amori / o quanto c'è di piacevole o raffinato:

infatti (ti) darò un profumo, che alla mia ragazza / hanno regalato le Veneri e gli Amori;

e quando tu lo annuserai, pregherai gli dei, / o Fabullo, di farti diventare tutto naso.


Catullo, I sec. a.C.

Carme 27

Giovane, fai scorrere i calici / più amari di vecchio Falerno,
così come è ordine di Postumia maestra, / che sta più ubriaca di un’uva ubriaca.
E poi voi, levatevi di torno, dove vi pare, / acque, rovina del vino,
e andatevene dai più musoni.
Qui c’è autentico Tioniano.

Orazio

0di, libro I, 11

Orazio, I sec. a.C.

«Tu non domandare – è un male saperlo – quale sia l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà! Sia che sia questo inverno – che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere – l’ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e riduci le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani».

Orazio per le competenze che dimostra in fatto di tecniche di vinificazione ed enografia si può considerare un vero e raffinato enologo del suo tempo. Intanto si può affermare che Orazio conoscesse una discreta quantità di vini, citati nelle sue odi, tanto da permetterci di ricostruire una sorta di prontuario. Eccolo: il vino Cecubo è quello più ricorrente, un’ambrosia che apprezzava assai e cui spesso ricorreva per festeggiare un lieto evento con l’amico Mecenate (Epodi, 9,1-6). Altrettanto graditi al poeta sono il vino di Veio ed il Falerno, che raccomanda di usare con parsimonia o nelle grandi occasioni dato l’alto costo (non dimentichiamo che Orazio viveva in condizioni assai modeste economicamente), quello di Calvi (località vicino Capua), che il poeta è disposto a regalare al fraterno amico Mecenate solo in cambio di un vaso di nardo (Odi, IV, 12). Ma il Nostro non disdegnava neppure vini meno prelibati, come quelli provenienti dalla zona del Minturno o dalla Sabinia.

Ma è nelle tecniche della lavorazione e conservazione del vino che Orazio dà un saggio della sua competenza invitando a travasarlo nelle anfore greche (Odi, I, 20), chiuse già allora con tappi di sughero, argilla o cera e poi sigillati con la pece (Odi, III, 8), e poi a purificarlo attraverso l’uso di filtri, detti colum (Satire, II, 4, e Odi, I, 11). Ma questa approfondita conoscenza della vinificazione da parte del poeta venosino non deve poi sorprendere visto che già al suo tempo di quel succo d’uva tanto caro agli dei si faceva già largo consumo durante i conviti, momenti di vita sociale a Roma. Orazio infatti ci informa sul modo di vestirsi, in particolare le calzature, possibilmente non usate (Satire, II, 8) al rituale preciso che il convito deve seguire nel suo svolgimento, fatto rispettare dal rex convivii o magister o arbiter bibendi, al modo di comportarsi, per esempio mai rifiutando il vino offerto dal padrone di casa (Epistole, I, 18), mai occupando, se di rango inferiore, i posti riservati agli ospiti illustri, mai ubriacandosi per non esagerare nel dialogo e per apprezzare i cibi offerti (Satire, II,8).

Ovidio

Ovidio, I sec. a.C.

Ars amatoria I, 237 - 244

Vina parant animos faciuntque caloribus aptos: / cura fugit multo diluiturque mero.
Tunc veniunt risus, tum pauper cornua sumit, / tum dolor et curae rugaque frontis abit.      
Tunc aperit mentes aevo rarissima nostro / simplicitas, artes excutiente deo.
Illic saepe animos iuvenum rapuere puellae, / et Venus in vinis ignis in igne fuit.

Il vino dispone l'animo all'amore e lo rende pronto alla passione: l'inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante. Allora nasce il riso, ed anche un poveruomo si fa audace; allora se ne vanno dolori affanni e rughe dalla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo così rara, rende aperti i cuori, giacché il divino Bacco bandisce ogni artificio. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco.

di Fabio Pagani

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mercoledì 4 marzo 2026

Essere Romagnoli: dialetto, poesia e musica

di Fabio Pagani

Che cos’è la Romagna per noi romagnoli? Difficile spiegarlo. Oggi i contorni di questa terra sono un po’ sfumati per via dei tempi che stanno velocemente cambiando; ma la tradizione non va dimenticata. Tramandare, infatti, significa “mandare attraverso”, quindi esprime il concetto dinamico del passaggio di testimone da una generazione all’altra.

"Romagna" deriva dal latino “Romània”, ovvero «terra dei Romani» e più propriamente “domini dei Bizantini” in contrapposizione a “Longobàrdia” (Lombardia), “terra dei Longobardi”.

Nel corso dei secoli, la “Provincia Romandìolae” attraversa varie dominazioni; nel Medioevo, in particolare, i principali centri della Romagna diventano sette e tali rimarranno fino ad oggi: Ravenna, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, Imola e Lugo. Il dialetto era già presente, dato che se ne attestano le prime forme a partire dall’età di Teodorico (V - VI secolo d.C.). “Dialetto” proviene dal sostantivo greco antico “diàlektos” (lingua) e dal suo relativo verbo, “dialègomai” (parlo) e a studiarne l’origine è addirittura un glottologo austriaco, Friedrich Schürr, a cui oggi è intitolata un’importante associazione che ha sede a Santo Stefano di Ravenna.

Nel secondo ‘900, dopo la costituzione della Regione Emilia – Romagna (1 gennaio 1948), non sono stati pochi i tentativi di mantenere staccate Romagna ed Emilia su vari binari: amministrativo, politico, economico, culturale. Nasce, infatti, il M.A.R. (Movimento per l’autonomia della Romagna).

L’avvento del progresso introduce via via dei cambiamenti: il lavoro dei contadini lascia posto a quello delle macchine, certi profumi della campagna si affievoliscono sempre di più. Eloquente, in questo senso, la poesia “I bù” (I buoi) di Tonino Guerra che, a metà del ‘900, all’alba del boom economico, rimpiange l’immediatezza delle cose semplici:

Andé a di acsè mi bu ch’i vaga véa, / che quèl chi à fat i à fatt, / che adèss u s’èra préima se tratour.
E’ pianz e’ còr ma tòtt, ènca mu mè, / avdai ch’i à lavurè dal mièri d’ann
e adèss i à d’andè véa a tèsta basa / dri ma la còrda lònga de’ mazèll.

Ditelo ai miei buoi che l’è finita / che il loro lavoro non ci serve più / che oggi si fa prima col trattore.
E poi commoviamoci pure / a pensare alla fatica che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa / dietro la corda lunga del macello.

E poi c’è la politica, protagonista indiscussa della sanguigna Romagna che, già nel periodo verista (secondo ‘800), è un paese in ebollizione: prorompono le idee socialiste, le lotte, gli scioperi e le masse iniziano gradualmente a prendere coscienza della loro posizione. Strumento della lotta sociale è senz’altro la bicicletta, che nasce come mezzo borghese, per pochi, mentre la massa si deve arrangiare con i “CÔSP” (gli zoccoli) ai piedi, per poi diventare quello strumento possente, veloce ed agile che permetterà anche ai più umili di buttarsi a capofitto nel secolo breve, il ‘900.

Ma su tutto quanto domina il dialetto: nella vita quotidiana, nei campi, nelle case, ma anche nelle arti come la poesia e la musica. Olindo Guerrini, ad esempio, sa cogliere i dettagli del cambiamento sociale e li traduce in un linguaggio diretto e ricco, allo stesso tempo, di ricercatezza e sagacia. Di qui la scelta del dialetto che, nei primi anni del Novecento, è oggetto di aspre polemiche fra i linguisti; Guerrini ne apprezza il ruolo fondamentale per la sua espressività, perché più vivo dell’italiano, ha una su struttura, una sua dinamica interna e subisce trasformazioni notevoli che vanno di pari passo con l’evoluzione del mondo culturale che rappresenta, senza lirismi e slanci voluttuosi, ma in modo pratico e misurato.

Infine, ma non per ultima, la musica: dato che siamo ancora in periodo di Lòm a Mêrz, su gentile suggerimento della signora Riccarda Casadei, ricordiamo il valzer dialettale che suo padre (riportiamo, in fondo all'articolo, il link per ascoltarlo), Secondo Casadei, dedica a questa importante festa della tradizione contadina. 

Secondo Casadei

Una piccola, grande curiosità: il motivo, nella sua incisione originale, è del 1954, lo stesso anno in cui Casadei dà vita al solo e unico inno della nostra terra, conosciuto in tutto il mondo e portato ancora avanti, anche con rivisitazioni in chiave moderna, da suoi eredi: parliamo, naturalmente, di “Romagna mia”.


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mercoledì 18 febbraio 2026

D'Annunzio e lo sport: il volo dell'esteta

di Fabio Pagani

Nel 1923 Gabriele D’Annunzio si era ormai ritirato nella villa di Cargnacco, il Vittoriale, ed in quel ritiro volontario si era appassionato al canottaggio, diventando un assiduo frequentatore delle Agonali del Reno, nome da lui ideato per omaggiare le regate sul Lago di Garda. Il Vate si era fatto ambasciatore delle gare di Salò e non perdeva occasione per assistervi. Durante una di queste, invitato a prendere posto nella tribuna d’arrivo in una poltrona rivestita di pelle rossa, accortosi che era l’unica, la prese e la scaraventò nel lago, affermando di non averne bisogno. Applausi scroscianti da tutti i presenti. La figura di D’Annunzio e la sua concezione di sport è tutta in questo gesto: un mix di esaltazione, sbruffonaggine, gentilezza e rispetto.

D'Annunzio e il canottaggio

Ma del resto, la vita stessa del Vate, sempre tesa verso tonalità superomistiche, così come le sue opere, è sempre stata legata all’eccesso. Amante della vita lussuosa e sfarzosa ai limiti del fastidio, amava ripetere:  

La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua. 

Una corsa senza tregua verso il tutto, un eccessivo entusiasmo anche per le cose più banali e ciò che può sembrare amore per la vita probabilmente era paura di morire, il terrore del declino. E di quest’iperattività furiosa, alimentata da strisce di polvere bianca, vi è traccia in ogni attimo della sua vita. Così eccolo in volo sui cieli di Vienna in piena guerra mondiale, lanciando manifesti tricolori provocatori, inneggianti alla resa degli austriaci; eccolo, poi, incarnare la delusione di quanti vedevano la vittoria italiana nella Grande Guerra come una vittoria mutilata ed entrare nella città di Fiume, insieme ad un circo di anime folli e dannate. Ed è proprio in quella cittadina che D’Annunzio divenne un re, dando vita alla Reggenza del Carnaro. In quel breve, quanto intenso periodo di governo, Fiume si trasformò in una “città di vita” in cui personaggi di ogni genere confluivano a formare una comunità in cui lo spirito e la ricerca della bellezza trionfavano sul resto. Ed in quell’estasi fiumana, trovò spazio a gran voce anche lo sport. Nella Carta del Carnaro si scriveva di una: 

Rigenerazione nazionale che andava contemplando il primato della ginnastica, il predominio della forma fisica sulla formazione intellettuale.  

Agire prima di pensare perché non c’è tempo di farlo. L’uomo è un essere limitato e la sua immortalità è figlia del suo agire prima ancora che del suo sapere.

Allora ecco come lo sport, al pari della guerra e dell’arte, rappresenta per D’Annunzio uno strumento per fortificare il suo spirito e, ad onor del vero, fu il suo primo strumento. Nel 1887, quando era già sposato con Maria Hardouin, duchessa di Gallese e principessa di Montenevoso, e padre di tre bambini, ricevette direttamente dall’Inghilterra dall’amico Francesco Paolo Tosti un pallone di cuoio. Il calcio era ancora uno sport ai più sconosciuto e ricevere quella palla di circa un chilo che valeva quanto un quarto del salario di un operaio italiano lo entusiasmò non poco; ci giocò diverse volte al punto da scheggiarsi due denti per un imprevisto rimbalzo. Nel 1895 si imbarcò su un panfilo a vela per la Grecia, un omaggio al Grand Tour degli aristocratici europei del XVIII e XIX secolo, alla scoperta della religio corporis e religio atletae di origine classica.

D'Annunzio inventa la parola "scudetto"

Galvanizzato da quell’esperienza, al rientro decise di buttarsi in politica e, anche se si fece eleggere tra gli schieramenti di destra, ben presto si avvicinò ai socialisti. Ma le discussioni tra gli scranni del Parlamento lo stancarono presto, una nuova e folgorante passione lo colse: il volo. Nel romanzo Forse che sì forse che no, i due protagonisti sono due aviatori, un chiaro omaggio ai fratelli Wright; prima di rifugiarsi in Francia per sfuggire ai creditori, volò davanti al re e ad un giovane Kafka che lo descrisse come “piccolo e debole, sgambetta apparentemente timido”. A Parigi con la sua nuova amante, Nathalie de Goloubeff, si dedicò ad esercizi di ginnastica che disegnava su un quaderno di appunti e, soprattutto, iniziò a seguire gli incontri di boxe, sport molto sentito oltralpe.

D'Annunzio e il volo

Con lo scoppio della Grande Guerra, D’Annunzio si trasferì a Venezia e fu uno dei più accaniti interventisti. In seguito al Volo su Vienna nel 1922 fu nominato “Atleta dell’Anno” dalla Gazzetta dello Sport. Dopo Fiume, a sessant’anni, il Vate si ritirò a Gardone Riviera che fece diventare un mausoleo alla sua persona e meta di diversi campioni. Nel 1925 Francesco De Pinedo si presentò al Vittoriale subito dopo aver compiuto la trasvolata Italia-Giappone e nel 1932 Tazio Nuvolari, dopo la vittoria del Gran Premio di Montecarlo, fu fotografato mentre chiacchierava con il poeta davanti alla Prioria. In quello stesso periodo Mussolini conquistava la scena politica ed imparando da D’Annunzio usò lo sport come leva politica. Si faceva vedere a cavallo o mentre nuotava e lo stesso i suoi luogotenenti, convinto che questo avrebbe aumentato la sua presa del popolo. Ma per D’Annunzio lo sport non era mai stato un mezzo per conquistare le masse, era qualcosa di più intimo. Era un modo per perfezionare il suo corpo, convito che come nei miti classici, l’uomo immortale era un uomo bello, perfetto nella sua fisicità. E le sfide con cui senza sosta si misurava erano il tentativo di affermarsi e di sfuggire alla prova del tempo e alla paura della fine.

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mercoledì 5 novembre 2025

"La strada" verso la verità nel romanzo di Mc Carthy

 di Fabio Pagani

La strada è un romanzo che tutti dovrebbero leggere; è la storia di un padre e di un figlio, sopravvissuti alla distruzione di un mondo nel quale umanità e solidarietà sono sentimenti scomparsi.

Confortati da un carrello, sul quale caricano le loro uniche speranze di sopravvivenza, i due protagonisti cercano di percorrere centinaia di km per raggiungere la costa della California, con l’auspicio di trovare un clima ed un ambiente migliori. Cormac McCarthy, l’autore del romanzo, immagina che l’umanità si sia quasi del tutto estinta e che, fra le poche persone rimaste vive, sia arduo trovarne di buone; nelle parole e nei gesti del bambino ritroviamo non solo quel disperato desiderio di rimanere aggrappato alla vita (spesso, lungo la storia, il piccolo chiede a suo padre quanto sia vicina la morte per entrambi), ma anche la scintilla, la fiamma, il fuoco – appunto – che alimenta le speranze dell’uomo, che protegge e, nello stesso tempo, dà al proprio figlio gli strumenti per poter sopravvivere anche senza di lui.

È questo, a nostro modo di vedere, il passaggio chiave di un libro scritto in modo incalzante, con frasi brevi ed incisive: nel legame indissolubile fra un padre ed un figlio si trova il senso della vita, della trasmissione di valori che restano; l’uomo, sempre più devastato dalla malattia e dalla fame, rincuora il giovane, lo difende e lo accudisce lasciandogli l’arma più importante (che non è la pistola con la quale l’adulto va in giro): la speranza. “Quella notte il bambino dormì vicino al padre e lo tenne abbracciato, ma quando al mattino si svegliò il padre era freddo e rigido. […] Pianse per un bel pezzo. “Ti parlerò tutti i giorni”, sussurrò, “e non mi dimenticherò. Per niente al mondo. Poi si alzò, si voltò e tornò verso la strada”.

Alla fine della storia, il giovane proseguirà il proprio cammino con un uomo, un reduce, uno dei pochi rimasti in vita, ed una donna: “Ogni tanto la donna gli parlava di Dio, ma la cosa migliore era parlare con il padre e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai. La donna diceva che andava bene così. Diceva che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno”.

Il bambino è il vero portatore del “fuoco”, della luce e della compassione umana, trasmessagli da un padre latore di valori etici e morali, ma costretto a fare i conti con la dura realtà della guerra e della distruzione. Il bambino questo lo sa e riconosce al suo salvatore l’umano sentimento della paura, che spinge l’adulto, in più occasioni, a pensare solo alla salvezza del proprio figlio.

Cormac Mc Carthy (1933-2023)

L’amore incondizionato del padre verso il figlio contrasta molto con il contesto drammatico in cui è ambientata la storia: durante il loro viaggio, i due incontreranno Ely, l’unico personaggio a cui McCarthy dà un nome: una sorta di vecchio profeta, forse Elia, che mette a nudo la differenza sostanziale fra padre e figlio: il primo pensa alla sopravvivenza del bambino, a cui lo lega un amore assoluto, il secondo pare sempre connotato da sentimenti di pietà e compassione. Chiudiamo con una riflessione religiosa: “Sapeva [il padre] che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. La lezione più importante del romanzo è legata all’amore: che esista o meno Dio, che si possa avere fede oppure no, l’unica cosa che conta sono i valori e l’impegno che dobbiamo mettere per perseguirli, conservarli e tramandarli, come un buon genitore deve fare con i propri figli.

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mercoledì 15 ottobre 2025

Una serata per Vincenzo Monti: il lato comico del poeta nell'anniversario della morte

 di Fabio Pagani

Lunedì 13 ottobre, la città di Alfonsine ha omaggiato la memoria del suo figlio più illustre, il poeta Vincenzo Monti. Nell’affascinante collocazione di Casa Monti, il Comitato Montiano ha organizzato un evento che ha voluto far conoscere al pubblico presente il lato meno noto del letterato: il presidente, prof. Luca Frassineti, fra i massimi esperti in Italia di ‘700 e ‘800, ha infatti sottolineato la vena comica ed eroicomica del Monti, introducendo le letture dei testi, declamati da Giulia Torelli, apprezzata regista teatrale. Prima di tutto, una doverosa premessa: la serata è stata dedicata al prof. Arnaldo Bruni, presidente onorario del Comitato Montiano, scomparso pochi giorni fa.

Il primo frammento è quello di una lettera del luglio 1774, indirizzata da Monti all’amico di studi Ercole II Calcagnini; in quel periodo, il poeta – non ancora tale – aveva 20 anni e si trovava a Ferrara per gli studi universitari in Medicina (a lui, in realtà, imposti dal padre). I toni ed i contenuti della missiva sono volutamente ironici e di spiccato gusto cameratesco, il ché sta a testimoniare chiaramente il rapporto di stretta amicizia fra i due interlocutori; eccone uno stralcio: Olà, corpo di mia Nonna: a che gioco giochiamo? Io son vivo, e però non sono morto. Se voi siate tale, v’è molto da dubitare, ed io non vorrei che foste già convertito in qualche costellazione. Fate i miei complimenti all’Orsa Maggiore, e pregatela a favorirmi una cassa del suo freddo, che ne ho bisogno in questo caldo maledetto.

Il secondo testo è una canzonetta dal titolo Per un grave incommodo emorroidale (novembre 1779), di cui il Monti soffriva cronicamente; qui emerge l’attenzione sull’argomento canonico della malattia, solitamente trattata riguardo agli altri, ma in questo caso resa propria. I modelli di questa “canzonetta sopra il culo” fanno riferimento alla preziosa elegia X, libro III, di Tibullo (poeta latino del I secolo a.C.). Nei versi montiani, vi è il voluto slittamento dal registro elegiaco a quello epico, con la chiara intenzione di prendere in giro il genere alto della poesia: La bell’arte dei poeti / mente chiede ognor serena; / ma i pensier ridenti e lieti / fuggon via se il culo è in pena.

Il terzo ed ultimo contributo concerne la versione in ottava rima della Pucelle d’Orléans di Voltaire (traduzione del 1798-99): i passi scelti sono incentrati sull’attentato alla castità della protagonista, Giovanna d’Arco: Stende la grassa man verso l’amante / senza pensarvi, e tosto la ritira / rossa in volto, pentita e palpitante, / e poi si rassicura e poi sospira. / Poi dice alfin: - Bell’asino galante, / vana è la speme che pel cor vi gira; / è una chimera: pregovi d’avere / rispetto alla mia gloria, e al mio dovere.

A fine serata, molti dei presenti si sono meravigliati di questa versione del Monti, assai poco nota: da sempre, infatti, la fama del poeta è legata alla somma traduzione dell’Iliade, alle tragedie, alle poesie e non certamente - almeno per noi profani - a questo lato letterario che lo rende, senza dubbio, più terreno, ma non in modo banale.

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