di Fabio Pagani
Nel 1923 Gabriele D’Annunzio si era ormai ritirato nella villa di Cargnacco, il Vittoriale, ed in quel ritiro volontario si era appassionato al canottaggio, diventando un assiduo frequentatore delle Agonali del Reno, nome da lui ideato per omaggiare le regate sul Lago di Garda. Il Vate si era fatto ambasciatore delle gare di Salò e non perdeva occasione per assistervi. Durante una di queste, invitato a prendere posto nella tribuna d’arrivo in una poltrona rivestita di pelle rossa, accortosi che era l’unica, la prese e la scaraventò nel lago, affermando di non averne bisogno. Applausi scroscianti da tutti i presenti. La figura di D’Annunzio e la sua concezione di sport è tutta in questo gesto: un mix di esaltazione, sbruffonaggine, gentilezza e rispetto.
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| D'Annunzio e il canottaggio |
Ma del resto, la vita stessa del Vate, sempre tesa verso tonalità superomistiche, così come le sue opere, è sempre stata legata all’eccesso. Amante della vita lussuosa e sfarzosa ai limiti del fastidio, amava ripetere:
La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua.
Una corsa senza tregua verso il tutto, un eccessivo entusiasmo anche per le cose più banali e ciò che può sembrare amore per la vita probabilmente era paura di morire, il terrore del declino. E di quest’iperattività furiosa, alimentata da strisce di polvere bianca, vi è traccia in ogni attimo della sua vita. Così eccolo in volo sui cieli di Vienna in piena guerra mondiale, lanciando manifesti tricolori provocatori, inneggianti alla resa degli austriaci; eccolo, poi, incarnare la delusione di quanti vedevano la vittoria italiana nella Grande Guerra come una vittoria mutilata ed entrare nella città di Fiume, insieme ad un circo di anime folli e dannate. Ed è proprio in quella cittadina che D’Annunzio divenne un re, dando vita alla Reggenza del Carnaro. In quel breve, quanto intenso periodo di governo, Fiume si trasformò in una “città di vita” in cui personaggi di ogni genere confluivano a formare una comunità in cui lo spirito e la ricerca della bellezza trionfavano sul resto. Ed in quell’estasi fiumana, trovò spazio a gran voce anche lo sport. Nella Carta del Carnaro si scriveva di una:
Rigenerazione nazionale che andava contemplando il primato della ginnastica, il predominio della forma fisica sulla formazione intellettuale.
Agire prima di pensare perché
non c’è tempo di farlo. L’uomo è un essere limitato e la sua immortalità è
figlia del suo agire prima ancora che del suo sapere.
Allora ecco come lo sport, al pari della guerra e dell’arte, rappresenta per D’Annunzio uno strumento per fortificare il suo spirito e, ad onor del vero, fu il suo primo strumento. Nel 1887, quando era già sposato con Maria Hardouin, duchessa di Gallese e principessa di Montenevoso, e padre di tre bambini, ricevette direttamente dall’Inghilterra dall’amico Francesco Paolo Tosti un pallone di cuoio. Il calcio era ancora uno sport ai più sconosciuto e ricevere quella palla di circa un chilo che valeva quanto un quarto del salario di un operaio italiano lo entusiasmò non poco; ci giocò diverse volte al punto da scheggiarsi due denti per un imprevisto rimbalzo. Nel 1895 si imbarcò su un panfilo a vela per la Grecia, un omaggio al Grand Tour degli aristocratici europei del XVIII e XIX secolo, alla scoperta della religio corporis e religio atletae di origine classica.
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| D'Annunzio inventa la parola "scudetto" |
Galvanizzato da quell’esperienza,
al rientro decise di buttarsi in politica e, anche se si fece eleggere tra gli
schieramenti di destra, ben presto si avvicinò ai socialisti. Ma le discussioni
tra gli scranni del Parlamento lo stancarono presto, una nuova e
folgorante passione lo colse: il volo. Nel romanzo Forse che
sì forse che no, i due protagonisti sono due aviatori, un chiaro
omaggio ai fratelli Wright; prima di rifugiarsi in Francia per sfuggire ai
creditori, volò davanti al re e ad un giovane Kafka che lo descrisse come “piccolo
e debole, sgambetta apparentemente timido”. A Parigi con la sua nuova amante,
Nathalie de Goloubeff, si dedicò ad esercizi di ginnastica che disegnava su un
quaderno di appunti e, soprattutto, iniziò a seguire gli incontri di boxe,
sport molto sentito oltralpe.
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| D'Annunzio e il volo |
Con lo scoppio della Grande
Guerra, D’Annunzio si trasferì a Venezia e fu uno dei più accaniti
interventisti. In seguito al Volo su Vienna nel 1922 fu nominato “Atleta
dell’Anno” dalla Gazzetta dello Sport. Dopo Fiume, a sessant’anni, il Vate si
ritirò a Gardone Riviera che fece diventare un mausoleo alla sua persona e meta
di diversi campioni. Nel 1925 Francesco De Pinedo si presentò al
Vittoriale subito dopo aver compiuto la trasvolata Italia-Giappone e nel 1932 Tazio
Nuvolari, dopo la vittoria del Gran Premio di Montecarlo, fu fotografato
mentre chiacchierava con il poeta davanti alla Prioria. In quello stesso
periodo Mussolini conquistava la scena politica ed imparando da
D’Annunzio usò lo sport come leva politica. Si faceva vedere a cavallo o mentre
nuotava e lo stesso i suoi luogotenenti, convinto che questo avrebbe aumentato
la sua presa del popolo. Ma per D’Annunzio lo sport non era mai stato un
mezzo per conquistare le masse, era qualcosa di più intimo. Era un modo per
perfezionare il suo corpo, convito che come nei miti classici, l’uomo immortale
era un uomo bello, perfetto nella sua fisicità. E le sfide con cui senza sosta
si misurava erano il tentativo di affermarsi e di sfuggire alla prova del tempo
e alla paura della fine.
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