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giovedì 26 febbraio 2026

Usanze e cibi di una volta nel rito dei “Lòm a Mêrz”

di Fabio Pagani

Un’antica tradizione che si rinnova. Parliamo dei Lòm a Mêrz (in italiano, “Lumi a Marzo”) che, dal 26 febbraio al 3 marzo, vedono le campagne accendersi di fuochi e riti propiziatori della bella stagione in arrivo

Diversi anni fa, quando la vita si sviluppava nei campi, le pire duravano ore e le persone le circondavano per riscaldarsi e illuminare il mese di marzo con l’auspicio che portasse presto la primavera.

Il rito benaugurale aveva lo scopo di propiziare l’arrivo della primavera e allontanare il freddo e la malasorte cosicché i campi potessero produrre il nuovo raccolto. Venivano dunque accesi falò nei campi e sugli argini dei fiumi, utilizzando rami secchi e resti delle potature; i fuochi rimanevano accesi dal tramonto per tutta la notte e attorno ad essi i contadini si radunavano festosi. Si trattava di un rito simbolico e magico: legata all’usanza dei fuochi vi era anche una curiosa formula che veniva pronunciata in questo periodo: “Sole di marzo cuocimi il sedere e non altro”. Era usanza scoprire le natiche al sole e recitare il rituale e così ci si preservava dalle malattie. Altre versioni prevedono che tale rituale fosse praticato solo dalle ragazze, ma altrove si trova una variante che include invece anche gli uomini: “Marzo Marzaccio, bruciami il sedere ma non i mustacchi!”. Si pensa che questo particolare rituale venisse fatto proprio agli inizi di marzo, probabilmente in corrispondenza con il capodanno dell’antico calendario romano, quello di Romolo. L’atto di scoprirsi le terga al sole era considerato una sorta di sfida benevola verso il sole affinché esso splendesse sui campi, ma nel contempo non scottasse troppo i volti. Pare che l’origine del rito sia riconducibile ai Celti e ai Romani: questi ultimi dedicavano i falò a Cerere, dea della terra e della fertilità. Ma oggi cosa rimane di questa antica tradizione? Sicuramente la volontà di portare avanti una storia, che è soprattutto identità. Sono tante le associazioni che, in questi giorni, manterranno vivi i fuochi: la Pro Loco, ad esempio, sarà attiva a Bagnara di Romagna e a Faenza. Sabato 28 febbraio, nel piazzale della Libertà, verrà acceso il fuoco e, insieme ai cibi della cucina romagnola, si racconteranno storie e leggende popolari, insieme all’esposizione dei lavori a tema prodotti dai bambini delle scuole di Bagnara. A Faenza, in località Oriolo dei fichi, presso la celebre torre, i fuochi saluteranno l’inverno e propizieranno l’inizio della primavera. Ancora a Faenza molto attiva è l’associazione “Il Lavoro dei Contadini - Comunità Slow Food APS”: “Buono come il pane… Dalla Terra al Pane: biodiversità, tradizione e condivisione” è un percorso che prende corpo dallo studio degli antichi grani di Romagna, lavorati nelle farine e pronti per il consumo. Questi grani, non processati, conservano un sapore più deciso rispetto a quelli commerciali perché sono ricchi di fibre, sali minerali e vitamine; valorizzarne l’utilizzo non è soltanto una questione di tradizione. Il pane è stato per secoli il cibo principale delle nostre tavole: quando mancava, non si andava a letto contenti.

Sono tantissimi i territori che accenderanno le “focarine”: da Argenta a Bagnacavallo, passando per Faenza, Imola, Forlì, Ravenna fino a Sogliano sul Rubicone. Numerose, poi, le attività commerciali, i ristoranti e gli esercizi enogastronomici che condivideranno l’evento all’insegna dei cibi della tradizione contadina: pane e mela, la merenda di una volta, oppure i tortelli all’ortica, ma anche una degustazione di pane ed erbe di campo, oltre agli immancabili primi piatti della cucina romagnola. Sono queste soltanto alcune delle tante proposte culinarie che, assieme a canti, balli e riti propiziatori, ci accompagneranno verso la rinascita, appunto il lume, che segna l’inizio della primavera.

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domenica 22 febbraio 2026

La fragilità delle "Cose non dette"

di Fabio Pagani

Una “Muccinata”, in pieno stile, anche se cornice e finale del film meritano un plauso. “Le cose non dette”, uscito nelle sale circa un mese fa, riprende idealmente il filone de “L’ultimo bacio” e “Baciami ancora”, più o meno con gli stessi protagonisti.

Questa volta abbiamo due coppie: Carlo ed Elisa (interpretati da Stefano Accorsi e Miriam Leone), lui professore di Filosofia morale, lei brillante giornalista di Vanity Fair; Paolo ed Anna (Claudio Santamaria e Carolina Crescentini), genitori di Vittoria e rispettivamente proprietario di un ristorante e madre ossessiva e ossessionata. Cosa accomuna questo quartetto di adulti? La crisi coniugale. Carlo ed Elisa non sono riusciti ad avere figli, mentre i loro amici non dialogano più per via di una visione opposta nell’educazione della loro bambina. La soluzione, o tampone, alle difficoltà pare essere una vacanza a Tangeri, in Marocco, nella speranza di ritrovare la serenità perduta. Manca, però, un dettaglio: durante le lezioni all’università, Carlo aveva conosciuto una sua allieva di nome Blu, innamorandosene. Il rapporto è complesso dal momento che il professore, pieno di contraddizioni e narcisista patologico, non è in grado di lasciare la moglie né di garantire un futuro alla giovane amante, sempre più insistente e bisognosa di certezze. Il banco salta quando Blu raggiunge Carlo a Tangeri e, senza voler svelare troppo, la situazione precipita.

Nell’attacco dell’articolo parlavamo di cornice e finale: interessante la prolessi (il salto in avanti) con la quale le due coppie raccontano la storia di quella vacanza, procedimento che fa da sfondo narrativo esterno a tutto il film. Sorprendente il finale, sia per quello che fa Blu che per il ruolo della piccola Vittoria. I “non detti” sono i veri protagonisti dell’epilogo e ci lasciano con più di una domanda.

Ma, al di là di questo, resta lo stile inconfondibile del regista: urla, scene strazianti, crisi, pianti e pagine di libri strappate, inquietudine esistenziale. “Le cose non dette” chiude un cerchio aperto nel 2000 con “L’ultimo bacio”, proseguito dieci anni dopo con “Baciami ancora” e arrivato a compimento nel 2026. Idealmente, Carlo, Elisa, Paolo e Anna sono paradigmi dell’instabilità sentimentale di oggi, in cui basta poco per cadere e rovinare la propria e altrui vita. Egoismo e insicurezza, incomprensioni e volontà, spesso inconscia, di ritrovare la vitalità perduta in emozioni nuove e incontaminate. Insomma, una “Muccinata” che, onestamente, non ci ha entusiasmato.

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