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sabato 11 luglio 2026

Quanto tempo sprechiamo? Risponde Seneca

di Fabio Pagani

In queste giornate di tempo lento e di clima afoso, mi tornano in mente le parole del filosofo latino Seneca, che sosteneva che il male peggiore dell’uomo fosse quello di pensare di non avere mai tempo sufficiente per fare le cose.

Nelle Epistulae morales ad Lucilium (70, 5) (Lettere morali a Lucilio), Seneca scrive: “Cogita semper qualis vita, non quanta sit” (Liberamente potremmo tradurre così: “Pensa sempre alla qualità della vita, non alla quantità”). Ecco, quindi, che emerge la concezione stoica del filosofo, quella per cui non è vero che non abbiamo tempo, anzi! Di questo ce n’è ad abundantiam, ma l’uomo non lo sa utilizzare bene. Il concetto viene espresso chiaramente anche in un’altra opera di Seneca, il De brevitate vitae, nella quale egli distingue le persone fra Occupati et Otiosi (7,12): i primi sono vittime dei loro affanni, rincorrono l’apparenza, si affaticano in un affaccendarsi inconcludente. Insomma, sprecano tempo in cose futili. I secondi, invece, sono coloro che praticano l’otium, si dedicano allo studio e alla meditazione, assaporano il tempo nella sua interezza e non inseguono vani traguardi. Bisogna dunque concentrarsi sul tempo svuotato da occupazioni inutili, significativo per il percorso di crescita e autoconoscenza del singolo essere umano; un percorso che deve essere accompagnato dal principio stoico dell’autarchia, che promuove il dominio su di sé senza dipendere dagli altri.

Se ci pensiamo bene, prima di Seneca il tempo era stato oggetto di profonde attenzioni da parte di illustri suoi “colleghi”: Omero, Aristotele, Catullo, Orazio; proprio quest’ultimo, seguace della filosofia epicurea, riteneva che l’uomo dovesse vivere pienamente il presente, fugace e dispettoso. Ciò è quanto emerge nel celebre Carpe diem (Odi, 1, 11), vale a dire non un invito sfrenato al godimento, come in molti pensano, ma la consapevolezza del fluire inesorabile del tempo. Per l’Epicureismo il passato non esiste e il futuro non è in nostro controllo, c’è solo il presente che, come tale, va vissuto in pieno perché la vita è breve. Concetto diverso da quello di Seneca, che invita sì a non sprecare il tempo, valutato qualitativamente: la vita non è breve, ma siamo stati noi ad averla resa tale, buttandola in occupazioni febbrili e dispersive che ci allontanano da noi stessi. Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto. Ci è stata data una vita abbastanza lunga e per il compimento di cose grandissime, se venisse spesa tutta bene; ma quando si perde tra il lusso e la trascuratezza, quando non la si spende per nessuna cosa utile, quando infine ci costringe la necessità suprema, ci accorgiamo che è già passata essa che non capivano che stesse passando. È così: non abbiamo ricevuto una vita breve, ma l’abbiamo resa tale (Seneca, De brevitate vitae, 10, 1).

Attualizzando il tutto, nel nostro frenetico tic-tac, pensiamo alle parole dei filosofi antichi: guardiamo dentro di noi e capiamo quanto tempo gettiamo via “scrollando” lo smartphone, intontendoci su internet, rimandando sine die (senza data) le cose, non curando l’anima. Ponendoci piccoli obiettivi, coltivando il respiro e dedicandoci a ciò che ci ristora interiormente, forse vivremmo molto meglio.

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martedì 7 luglio 2026

La scuola fumosa del merito fra Europa, progetti e ventilatori rotti

di Fabio Pagani

Di recente, il ministro Valditara ha annunciato due importanti novità: la costituzione del liceo matematico e il potenziamento della mobilità “Erasmus”, che coinvolge sia gli studenti che gli insegnanti. Riguardo al secondo punto, come riportato da “Il Sole 24 ORE”, lo stanziamento è di 420 milioni di euro e riguarda soggiorni all’estero, dalle 2 settimane ai 6 mesi, di ragazzi e docenti (questi ultimi, con retribuzione aggiuntiva per il lavoro che svolgeranno) per sviluppare la lingua e conoscere meglio la cultura del paese ospitante. Parliamo, nei fatti, di 150mila studenti e 15mila docenti coinvolti.

Il liceo matematico, invece, prevede due ore settimanali aggiuntive di matematica nel primo biennio e un’ora aggiuntiva nel triennio per le classi coinvolte; attività laboratoriali progettate autonomamente da ciascuna scuola e l’attenzione alla piena fruizione dell’esperienza educativa anche per studenti con bisogni educativi speciali. De facto, il tutto senza nuovi oneri per la finanza pubblica. Tradotto: il carico di lavoro graverà sull’organico già stabilito dagli uffici scolastici territoriali (gli ex provveditorati agli studi) e sulle scuole. Non c’è finanziamento, non ci sono risorse.

Di per sé, l’idea di potenziare la matematica e le lingue straniere è lodevole e spendibile, ma si corre il rischio di derubricare tutto il resto; è già evidente che, nei licei, ormai il timone sia in mano alle discipline scientifiche, così come a quelle linguistiche, con i tanti scambi culturali che prendono molte settimane di lezione, togliendole, ad esempio, alle materie umanistiche. Senza contare la formazione scuola-lavoro, sempre più ipertrofica. Ma è chiaro che ciò non interessi; l’Europa finanzia continuamente le scuole con soldi per attivare progetti che, di realmente didattico, non hanno niente. E mentre questo fiume scorre, i nostri ragazzi impoveriscono il loro lessico, perdono la capacità di riflettere e ragionare, non sanno più sedimentare. E non è sempre colpa dei professori! Questi, almeno quelli che lavorano in modo serio (eh sì, caro popolino, non esistono solo gli insegnanti nullafacenti con 3 mesi di vacanza), fanno i salti mortali per trasmettere i contenuti delle loro materie e spesso passano intere settimane senza vedere le classi perché impegnate nei già citati progetti. Ecco, il denaro pubblico andrebbe distribuito meglio, senza dimenticare un altro grande punto, le strutture scolastiche: “scuole aperte anche in estate!”, si urla da più parti. Invitiamo queste persone a venirci a trovare a scuola, proprio in questi giorni, e toccheranno con mano quanto sia complicato lavorare di intelletto in aule che sono dei veri forni. Perché non si pensa ad un piano economico per dotare le scuole di pannelli fotovoltaici e di pompe di calore? Siamo rimasti agli anni ’90, con ventilatori degli anni ’90 e con discorsi sempre uguali dagli anni ’90; ma, caro ministro, non siamo più, purtroppo, negli anni ‘90.

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