di Fabio Pagani
Cari lettori,
pubblichiamo la terza parte del nostro viaggio nel rapporto fra vino e letteratura. Spazio, oggi, a '800 e '900.
Nel XIX secolo i cambiamenti
e le innovazioni, unite alle tante malattie che colpirono i vigneti italiani ed
europei, portarono ad enormi cambiamenti nella viticoltura che, sebbene lenti,
investirono quasi inevitabilmente anche il secolo successivo.
A fine Ottocento e nei primi decenni del Novecento furono due i fattori
fondamentali che fecero da propulsori di rinnovamento in ambito italiano: da un
lato la nascita di due Regie Scuole di Enologia, una in Piemonte e una in
Veneto; dall'altro la diffusione delle cantine sociali, prima al Nord e
poi al Sud. La causa che più di tutte spinse molti produttori ad associarsi in
queste nuove realtà fu la volontà di contrastare la crisi di
sovrapproduzione di quegli anni.
Allo stesso tempo fiorirono differenti iniziative, tutte finalizzate a
diffondere la conoscenza agraria specifica della vite e dei nuovi sistemi
colturali, con lo scopo di dare nuovo impulso alla viticoltura italiana.
Il periodo analizzato non fu
caratterizzato solo da un forte aumento della tecnica e quindi dal
miglioramento generale della viticoltura ma anche dal dilagante fenomeno
dell'adulterazione, fenomeni riconducibili a due aspetti: da un lato la sempre
più crescente richiesta di vini a buon mercato e quindi a prezzo contenuto, dal
lato opposto, a seguito del diffuso benessere (periodo della Belle Époque) che
determinò un aumento della richiesta di vini costosi.
A seguito di ciò avveniva spesso
che vini inadatti al commercio venissero comunque utilizzati per colmare
la domanda. Tanti erano i metodi illeciti impiegati, tuttavia i più conosciuti
erano due: annacquare il vino o produrlo a partire da uva passa che veniva
importata ad un costo assai inferiore.
I letterati e il
vino
Alcuni aneddoti biografici
possono servirci per penetrare i testi. Leopardi rimpiange i suoi vini
marchigiani, sorseggiandone di pessimi a Milano e di «fatturati» a Bologna;
allo scapigliato Praga basta un solo bicchiere per ubriacarsi; Pascoli muore
forse per cirrosi; l’astemio D’Annunzio, infine, brinda a Carducci citando
Pindaro, «ottima è l’acqua», e suscita la brusca replica del ‘maestro avverso’:
«...e io bevo vino». Altro deve attrarci, di uno scrittore! La pista
dionisiaca, vogliamo percorrerla per penetrare nel cuore dell’opera, per
illuminarne l’interpretazione.
Giuseppe Parini
(1729 – 1799)
l secolo dei lumi, come sappiamo, al vino preferisce il caffè, che èccita la ragione senza offuscarla. Nel Giorno, dove il vino fa continue apparizioni, anche Parini parrebbe maltrattarlo, considerandolo emblema dell’ozio, del vizio, del privilegio. Il Giovin Signore, infatti, fa le ore piccole fra i «licor lieti di Francesi colli / e d’Ispani e di Toschi o l’Ungarese / bottiglia» (dunque Bordeaux, Chianti, Xerès, Tokay); il brindisi con l’«altrui cara sposa» che accosta le labbra al cristallo «castissimo» colmo di «annoso licor», si trasforma in un segreto bacio inviato al suo cicisbeo; nella favola del Piacere, il vino è il privilegio dei «semidei» aristocratici negato al volgo plebeo; e nella sfilata d’imbecilli che compare verso la fine del poemetto spicca il frequentatore d’osterie, i luoghi dove «si ministran bevande ozio e novelle».
Giacomo Leopardi
(1798 – 1837)
Ma il vero pensatore dionisiaco –
chi lo sospetterebbe? – è Giacomo Leopardi. Nello Zibaldone dà la stura
a una vera e propria filosofia bacchica: «piacere misto di corporale e di
spirituale», il vino era, con il riso, il patrimonio di un’umanità primigenia e
vigorosa, pre-razionale; l’homo ridens et bibens era dunque più felice
dell’homo sapiens: il quale può trarre dal vino l’«entusiasmo» che potenzia la
capacità sintetica del pensiero, dà ali pindariche al volo del poeta e rende audace
il corteggiatore timido (lo sa per esperienza lo stesso Giacomo, come confessa
incidentalmente). Persino l’ubriachezza, abitualmente condannata anche dai più
convinti lodatori del vino, viene esaltata dal recanatese perché induce «una
specie di letargo, d’irriflessione, e di anaisthesìa» pur lasciando l’uomo
«straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo».
Il caso
particolare de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni (1785 – 1873)
E viti e vino, che ruolo hanno
nel romanzo di Manzoni? Fin dalla prima pagina dei Promessi sposi, in
cui è dipinto panoramicamente il luogo in cui prende avvio la storia di Renzo e
Lucia, la vigna appare due volte. La prima per dare un tocco di colore a un
paesaggio idillico:
Il lembo estremo,
tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto,
campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi,
che si prolungano su per la montagna». La seconda, per accennare alle birbonate
che commettevano, nel territorio di Lecco, i soldati spagnoli «che insegnavan
la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in
tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate,
non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’
contadini le fatiche della vendemmia.
Quando, nel romanzo, la guerra si
aggiunge alla fame e alla peste (a peste, fame et bello libera nos, Domine,
invocava l’antica preghiera), l’agronomo Manzoni soffre per il saccheggio del
vino e ancor più per la devastazione delle viti. Il primo segno dello scempio
compiuto dai lanzichenecchi, nel capitolo XXX, qual è?
Dopo un’altra po’
di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a veder co’ loro occhi qualche
cosa di quello che avevan tanto sentito descrivere: vigne spogliate, non come
dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla bufera che fossero venute in
compagnia: tralci a terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali,
calpestato il terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi.
Possiamo fin d’ora vedere che
Manzoni, da grande scrittore, della vite e del vino sa fare il paradigma di
vicende collettive e di storie individuali. A partire da quella di don
Abbondio, che si affaccia nel romanzo in compagnia della sua pavidità. Dopo
l’incontro con i due bravi, il suo cuore è in affanno tachicardico. Basta
un’occhiata a quel viso stravolto per far capire a Perpetua che al povero prete
ne è capitata una davvero una grossa. Ma che cosa?
Ohimè! tacete, e
non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.
E qui comincia il tira-e-molla
del bicchiere, che dà forma al contrasto tra curiosità e reticenza: Perpetua lo
riempie e lo tiene in mano, come se volesse mollarlo solo in premio della
confidenza che si fa tanto aspettare:
Date qui, date
qui, – disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma,
e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.
Diametralmente opposto, anche
rispetto al bicchier di vino, l’atteggiamento di padre Cristoforo il quale, nel
capitolo V, quando si reca nel castello di don Rodrigo per perorare la causa di
Lucia, trova il tirannello a mensa e deve accettare suo malgrado il calice
offerto con una battuta arrogante:
Il padre voleva
schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch’era
ricominciato, gridava: - no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai
vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio
vino, né un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de’ miei
boschi». Alla tavola imbandita nel palazzotto di don Rodrigo, bevendo, si parla
di bastonate agli ambasciatori, di guerra e di politica. Il padrone di casa
propone un brindisi: «Signor podestà, e signori miei! - disse poi: - un
brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del
personaggio». Nel gran finale i commensali, privati dall’alcol dei freni
inibitori, rivelano la brutale volontà di difendere i propri privilegi con la
violenza più estrema. Un delirio morale e mentale, che preesiste
all’ubriacatura etilica: «S’andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal
vino; e le lodi di esso venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze
di giurisprudenza economica; sicché le parole che s’udivan più sonore e più
frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli.
Ma l’episodio che basterebbe da
solo a collocare i Promessi sposi sullo scaffale dei capolavori della
letteratura sul vino, è quello celeberrimo di Renzo all’osteria della Luna piena,
nei capitoli XIV e XV. Non occorre insistere sulla maestria manzoniana nella
resa della «spranghetta» del giovane e dei suoi duetti con lo sbirro, con
l’oste, con l’avventore ‘poeta’. Per la nostra inchiesta, basterà osservare che
il narratore, dopo aver espressamente rinunciato a contare i bicchieri
tracannati dal suo eroe dopo il terzo (ma è descritta la bevuta di altri due)
del primo fiasco (che è «fesso» e «crocchia») e avergliene fatto servire un
secondo, cerca paternamente di giustificarlo:
«Que’ pochi
bicchieri che aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il
suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa
alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero
subito alla testa: a un bevitore un po’ esercitato non avrebbero fatto altro
che levargli la sete».
Dopo la brutta esperienza, il
nostro eroe abbandona per sempre la rivoluzione. Non definitiva è invece la sua
rinuncia al vino. Alla prima sosta, durante la fuga verso Bergamo descritta nel
capitolo XVI, egli lo rifiuta:
«Chiese un
boccone; gli fu offerto un po’ di stracchino e del vin buono: accettò lo
stracchino, del vino la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo
che gli aveva fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che
facesse presto».
Ma all’osteria di Gorgonzola il
transfuga è già diventato meno intransigente:
«Chiese un
boccone, e una mezzetta di vino: le miglia di più, e il tempo gli avevan fatto
passare quell’odio così estremo e fanatico».
Giosuè Carducci
(1835 – 1907)
La nebbia a
gl'irti colli / piovigginando sale,
e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo / dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini / l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando / su l'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi / stormi d'uccelli
neri
com'esuli pensieri, / nel vespero migrar.
Evidente il contrasto tra
l'atmosfera del borgo e il suono del mare in tempesta agitato
dal maestrale, simbolo di un'inquietudine che, a mano a mano che si
sale con fatica verso la cima del colle, quasi svapora attraverso
la nebbia che vela la realtà, che non ci fa capire cosa veramente
vogliamo, finché si giunge alla chiara allegrezza del borgo dove il rumore del
mare è ormai lontano e dove si diffondono gli odori del vino che si sta facendo
e della carne che gira sullo spiedo. Questi sono i suoni della pace, il vino
che bolle nelle botti, la legna dello spiedo che scoppietta contrapposti alla furia
del vento che agita il mare dell'esistenza umana.
Al termine della faticosa salita
per la conquista della tranquillità ci attendono il vino e il cibo, una
consolazione e un modo per raggiungere serenità, lasciare alle spalle giù in
basso, il mare agitato della vita.
La serenità, oltre che negli
odori, qui tinta di tristezza, è nel suono: nel fischiettio del cacciatore che
appoggiato alla porta di casa guarda pensoso le nuvole rosse per il tramonto
dove si stagliano uccelli neri che volano via come i foschi pensieri.
È una pace questa che si
percepisce durerà poco, poiché ancora si sente là, in basso, il mare della vita
rumoreggiare e poiché il poeta è ormai al tramonto che precede le tenebre della
notte.
Gabriele
D’Annunzio (1863 – 1938)
Nel mondo di Andrea Sperelli, invece, si preferiscono prodotti d’importazione: «vieux cognac» e soprattutto «vin ghiacciato di Sciampagna», «quel vino chiaro e brillante, che ha su le donne» la virtù di risvegliare «il piccolo dèmone isterico» e di «farlo correre per tutti i loro nervi propagando la follia».
I piaceri del Piacere, Bacco,
tabacco e Venere, del resto, sono d’importazione inglese, come si conviene a un
vero precursore di Dorian Gray. Il fumo entra nell’edonismo di Sperelli, ma non
sappiamo se lo aspiri con voluttà, come fa con l’effluvio dei fasci di fiori e
del sudore equino. Bere il vino dal cavo della mano femminile è un gioco
eccitante, che non è nulla a paragone con il tè che Andrea sorseggia
direttamente dalla bocca dell’amata. E non è preparando religiosamente quella
bevanda che Andrea aspetta l’amante? Di fatto, le ebbrezze del Piacere, come
poi quelle dell’Alcyone, sono quasi tutte metaforiche: ci si inebria di parole,
di melodia, di aria fragrante, del «possente profumo d’amore», dell’esplosione
pànica della natura, del «vino dell’estate». Non c’è dunque da stupirsi che
D’Annunzio disprezzasse chi, per ‘sregolare’ i sensi, ricorreva al vino.
Giovanni Pascoli
(1855 – 1912)
Giovanni Pascoli chiedeva al vino
non l’esaltazione, ma consolazione e oblìo, anche se conosceva le insidie
celate in quella medicina del dolore. Ce lo dice nella poesia “I tre
grappoli”:
Ha tre, Giacinto,
grappoli la vite. / Bevi del primo il limpido piacere; / bevi dell’altro
l’oblio breve e mite;
e...più non bere:
/ ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto / nel nero sonno vigila, da un
canto, /
sappi, il dolore;
e alto grida un muto / pianto già pianto.
Un filo enoico percorre
tenacemente tutta la sua poesia, dalle Myricae, in cui si nasconde sotto
la vite e l’uva («È del fior d’uva questa ambra che sento?»), ai Canti di
Castelvecchio, dove scorre nei bicchieri dei contadini esiodei raccolti intorno
Ciocco ardente; ai Poemi conviviali, in cui brilla nelle anfore e nelle coppe,
dalla civiltà greca (da Omero a Socrate, «placido Sileno»).
Italo Svevo (1861
– 1928)
“Il vino generoso” è uno
splendido racconto nel quale troviamo tutta la cifra stilistica di Svevo.
In occasione della cena di
vigilia delle nozze di una nipote, il protagonista, un vecchio socialista
acciaccato, viene dispensato dal suo dottore dal divieto di consumare vino.
Per il Vecchio è un’occasione da
non perdere:
Mangiavo e bevevo,
non per sete o per fame, ma avido di libertà. Ogni boccone, ogni sorso doveva
essere l'asserzione della mia indipendenza.
Il protagonista non si fa pregare:
Il vino passava dalla bottiglia nel bicchiere fino a traboccare, e non ve lo lasciavo che per un istante solo” e ci racconta i suoi gusti: “gli altri si dedicavano allo champagne, ma io dopo averne preso qualche bicchiere per rispondere ai vari brindisi, ero ritornato al vino da pasto comune, un vino istriano secco e sincero, che un amico di casa aveva inviato per l'occasione. Io l'amavo quel vino, come si amano i ricordi e non diffidavo di esso.
Durante la cena nascono polemiche
animate e litigi anche aspri fra il protagonista e vari familiari. Conclusa la
serata, il protagonista torna a casa e mentre dorme intraprende un viaggio
onirico che lo metterà di fronte a rimorsi, ricordi, paure e debolezze. Il vino
in questo caso non sarà tanto la causa dei litigi e degli incubi ma una
metafora di liberazione da certe catene mentali, di acquisizione di
consapevolezza e un tramite per collegarci a quello che abbiamo nel profondo
della nostra anima.
Ne “La Coscienza di Zeno”,
il capolavoro di Svevo, questo concetto ci viene svelato in maniera più
esplicita dai pensieri (o dalla Coscienza!) di Zeno stesso, il protagonista del
romanzo. Nel capitolo “La moglie e l’amante” è descritta una scena molto simile
alla precedente, ma la situazione qui è capovolta, in questo caso non è Zeno
(non sia mai...) a non poter bere per problemi di salute, ma suo suocero. Tra
scene divertenti e discussioni accese anche Zeno vuota i calici uno dopo
l’altro e stravolge il famoso detto “In vino veritas” illuminandoci con il suo
pensiero:
Il vino è un
grande pericolo specie perché non porta a galla la verità. Tutt’altro che la
verità anzi: rivela dell’individuo specialmente la storia passata e dimenticata
e non la sua attuale volontà; […] legge tutto quello ch’è ancora percettibile
nel nostro cuore. […] Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la
grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse.






