Nelle Epistulae morales ad
Lucilium (70, 5) (Lettere morali a Lucilio), Seneca scrive: “Cogita semper
qualis vita, non quanta sit” (Liberamente potremmo tradurre così: “Pensa
sempre alla qualità della vita, non alla quantità”). Ecco, quindi, che emerge
la concezione stoica del filosofo, quella per cui non è vero che non abbiamo
tempo, anzi! Di questo ce n’è ad abundantiam, ma l’uomo non lo sa
utilizzare bene. Il concetto viene espresso chiaramente anche in un’altra opera
di Seneca, il De brevitate vitae, nella quale egli distingue le persone
fra Occupati et Otiosi (7,12): i primi sono vittime dei loro affanni,
rincorrono l’apparenza, si affaticano in un affaccendarsi inconcludente.
Insomma, sprecano tempo in cose futili. I secondi, invece, sono coloro che
praticano l’otium, si dedicano allo studio e alla meditazione,
assaporano il tempo nella sua interezza e non inseguono vani traguardi. Bisogna
dunque concentrarsi sul tempo svuotato da occupazioni inutili, significativo
per il percorso di crescita e autoconoscenza del singolo essere umano; un
percorso che deve essere accompagnato dal principio stoico dell’autarchia, che
promuove il dominio su di sé senza dipendere dagli altri.
Se ci pensiamo bene, prima di
Seneca il tempo era stato oggetto di profonde attenzioni da parte di illustri
suoi “colleghi”: Omero, Aristotele, Catullo, Orazio; proprio quest’ultimo,
seguace della filosofia epicurea, riteneva che l’uomo dovesse vivere pienamente
il presente, fugace e dispettoso. Ciò è quanto emerge nel celebre Carpe diem
(Odi, 1, 11), vale a dire non un invito sfrenato al godimento, come in molti
pensano, ma la consapevolezza del fluire inesorabile del tempo. Per l’Epicureismo
il passato non esiste e il futuro non è in nostro controllo, c’è solo il
presente che, come tale, va vissuto in pieno perché la vita è breve. Concetto
diverso da quello di Seneca, che invita sì a non sprecare il tempo, valutato
qualitativamente: la vita non è breve, ma siamo stati noi ad averla resa
tale, buttandola in occupazioni febbrili e dispersive che ci allontanano da noi
stessi. Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perso molto. Ci è stata data
una vita abbastanza lunga e per il compimento di cose grandissime, se venisse
spesa tutta bene; ma quando si perde tra il lusso e la trascuratezza, quando
non la si spende per nessuna cosa utile, quando infine ci costringe la necessità
suprema, ci accorgiamo che è già passata essa che non capivano che stesse
passando. È così: non abbiamo ricevuto una vita breve, ma l’abbiamo resa tale
(Seneca, De brevitate vitae, 10, 1).
Attualizzando il tutto, nel
nostro frenetico tic-tac, pensiamo alle parole dei filosofi antichi: guardiamo
dentro di noi e capiamo quanto tempo gettiamo via “scrollando” lo smartphone,
intontendoci su internet, rimandando sine die (senza data) le cose, non
curando l’anima. Ponendoci piccoli obiettivi, coltivando il respiro e
dedicandoci a ciò che ci ristora interiormente, forse vivremmo molto meglio.
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