di Fabio Pagani
Un’antica tradizione che si rinnova. Parliamo dei Lòm a Mêrz (in italiano, “Lumi a Marzo”) che, dal 26 febbraio al 3 marzo, vedono le campagne accendersi di fuochi e riti propiziatori della bella stagione in arrivo.
Diversi anni fa, quando la vita si sviluppava nei campi, le pire duravano ore e le persone le circondavano per riscaldarsi e illuminare il mese di marzo con l’auspicio che portasse presto la primavera.
Il rito benaugurale aveva lo scopo di propiziare l’arrivo della primavera e allontanare il freddo e la malasorte cosicché i campi potessero produrre il nuovo raccolto. Venivano dunque accesi falò nei campi e sugli argini dei fiumi, utilizzando rami secchi e resti delle potature; i fuochi rimanevano accesi dal tramonto per tutta la notte e attorno ad essi i contadini si radunavano festosi. Si trattava di un rito simbolico e magico: legata all’usanza dei fuochi vi era anche una curiosa formula che veniva pronunciata in questo periodo: “Sole di marzo cuocimi il sedere e non altro”. Era usanza scoprire le natiche al sole e recitare il rituale e così ci si preservava dalle malattie. Altre versioni prevedono che tale rituale fosse praticato solo dalle ragazze, ma altrove si trova una variante che include invece anche gli uomini: “Marzo Marzaccio, bruciami il sedere ma non i mustacchi!”. Si pensa che questo particolare rituale venisse fatto proprio agli inizi di marzo, probabilmente in corrispondenza con il capodanno dell’antico calendario romano, quello di Romolo. L’atto di scoprirsi le terga al sole era considerato una sorta di sfida benevola verso il sole affinché esso splendesse sui campi, ma nel contempo non scottasse troppo i volti. Pare che l’origine del rito sia riconducibile ai Celti e ai Romani: questi ultimi dedicavano i falò a Cerere, dea della terra e della fertilità. Ma oggi cosa rimane di questa antica tradizione? Sicuramente la volontà di portare avanti una storia, che è soprattutto identità. Sono tante le associazioni che, in questi giorni, manterranno vivi i fuochi: la Pro Loco, ad esempio, sarà attiva a Bagnara di Romagna e a Faenza. Sabato 28 febbraio, nel piazzale della Libertà, verrà acceso il fuoco e, insieme ai cibi della cucina romagnola, si racconteranno storie e leggende popolari, insieme all’esposizione dei lavori a tema prodotti dai bambini delle scuole di Bagnara. A Faenza, in località Oriolo dei fichi, presso la celebre torre, i fuochi saluteranno l’inverno e propizieranno l’inizio della primavera. Ancora a Faenza molto attiva è l’associazione “Il Lavoro dei Contadini - Comunità Slow Food APS”: “Buono come il pane… Dalla Terra al Pane: biodiversità, tradizione e condivisione” è un percorso che prende corpo dallo studio degli antichi grani di Romagna, lavorati nelle farine e pronti per il consumo. Questi grani, non processati, conservano un sapore più deciso rispetto a quelli commerciali perché sono ricchi di fibre, sali minerali e vitamine; valorizzarne l’utilizzo non è soltanto una questione di tradizione. Il pane è stato per secoli il cibo principale delle nostre tavole: quando mancava, non si andava a letto contenti.
Sono tantissimi i territori che accenderanno le “focarine”: da
Argenta a Bagnacavallo, passando per Faenza, Imola, Forlì, Ravenna fino a
Sogliano sul Rubicone. Numerose, poi, le attività commerciali, i ristoranti e
gli esercizi enogastronomici che condivideranno l’evento all’insegna dei cibi
della tradizione contadina: pane e mela, la merenda di una volta, oppure i
tortelli all’ortica, ma anche una degustazione di pane ed erbe di campo, oltre
agli immancabili primi piatti della cucina romagnola. Sono queste soltanto
alcune delle tante proposte culinarie che, assieme a canti, balli e riti
propiziatori, ci accompagneranno verso la rinascita, appunto il lume, che segna
l’inizio della primavera.
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