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mercoledì 4 marzo 2026

Essere Romagnoli: dialetto, poesia e musica

di Fabio Pagani

Che cos’è la Romagna per noi romagnoli? Difficile spiegarlo. Oggi i contorni di questa terra sono un po’ sfumati per via dei tempi che stanno velocemente cambiando; ma la tradizione non va dimenticata. Tramandare, infatti, significa “mandare attraverso”, quindi esprime il concetto dinamico del passaggio di testimone da una generazione all’altra.

"Romagna" deriva dal latino “Romània”, ovvero «terra dei Romani» e più propriamente “domini dei Bizantini” in contrapposizione a “Longobàrdia” (Lombardia), “terra dei Longobardi”.

Nel corso dei secoli, la “Provincia Romandìolae” attraversa varie dominazioni; nel Medioevo, in particolare, i principali centri della Romagna diventano sette e tali rimarranno fino ad oggi: Ravenna, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, Imola e Lugo. Il dialetto era già presente, dato che se ne attestano le prime forme a partire dall’età di Teodorico (V - VI secolo d.C.). “Dialetto” proviene dal sostantivo greco antico “diàlektos” (lingua) e dal suo relativo verbo, “dialègomai” (parlo) e a studiarne l’origine è addirittura un glottologo austriaco, Friedrich Schürr, a cui oggi è intitolata un’importante associazione che ha sede a Santo Stefano di Ravenna.

Nel secondo ‘900, dopo la costituzione della Regione Emilia – Romagna (1 gennaio 1948), non sono stati pochi i tentativi di mantenere staccate Romagna ed Emilia su vari binari: amministrativo, politico, economico, culturale. Nasce, infatti, il M.A.R. (Movimento per l’autonomia della Romagna).

L’avvento del progresso introduce via via dei cambiamenti: il lavoro dei contadini lascia posto a quello delle macchine, certi profumi della campagna si affievoliscono sempre di più. Eloquente, in questo senso, la poesia “I bù” (I buoi) di Tonino Guerra che, a metà del ‘900, all’alba del boom economico, rimpiange l’immediatezza delle cose semplici:

Andé a di acsè mi bu ch’i vaga véa, / che quèl chi à fat i à fatt, / che adèss u s’èra préima se tratour.
E’ pianz e’ còr ma tòtt, ènca mu mè, / avdai ch’i à lavurè dal mièri d’ann
e adèss i à d’andè véa a tèsta basa / dri ma la còrda lònga de’ mazèll.

Ditelo ai miei buoi che l’è finita / che il loro lavoro non ci serve più / che oggi si fa prima col trattore.
E poi commoviamoci pure / a pensare alla fatica che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa / dietro la corda lunga del macello.

E poi c’è la politica, protagonista indiscussa della sanguigna Romagna che, già nel periodo verista (secondo ‘800), è un paese in ebollizione: prorompono le idee socialiste, le lotte, gli scioperi e le masse iniziano gradualmente a prendere coscienza della loro posizione. Strumento della lotta sociale è senz’altro la bicicletta, che nasce come mezzo borghese, per pochi, mentre la massa si deve arrangiare con i “CÔSP” (gli zoccoli) ai piedi, per poi diventare quello strumento possente, veloce ed agile che permetterà anche ai più umili di buttarsi a capofitto nel secolo breve, il ‘900.

Ma su tutto quanto domina il dialetto: nella vita quotidiana, nei campi, nelle case, ma anche nelle arti come la poesia e la musica. Olindo Guerrini, ad esempio, sa cogliere i dettagli del cambiamento sociale e li traduce in un linguaggio diretto e ricco, allo stesso tempo, di ricercatezza e sagacia. Di qui la scelta del dialetto che, nei primi anni del Novecento, è oggetto di aspre polemiche fra i linguisti; Guerrini ne apprezza il ruolo fondamentale per la sua espressività, perché più vivo dell’italiano, ha una su struttura, una sua dinamica interna e subisce trasformazioni notevoli che vanno di pari passo con l’evoluzione del mondo culturale che rappresenta, senza lirismi e slanci voluttuosi, ma in modo pratico e misurato.

Infine, ma non per ultima, la musica: dato che siamo ancora in periodo di Lòm a Mêrz, su gentile suggerimento della signora Riccarda Casadei, ricordiamo il valzer dialettale che suo padre (riportiamo, in fondo all'articolo, il link per ascoltarlo), Secondo Casadei, dedica a questa importante festa della tradizione contadina. 

Secondo Casadei

Una piccola, grande curiosità: il motivo, nella sua incisione originale, è del 1954, lo stesso anno in cui Casadei dà vita al solo e unico inno della nostra terra, conosciuto in tutto il mondo e portato ancora avanti, anche con rivisitazioni in chiave moderna, da suoi eredi: parliamo, naturalmente, di “Romagna mia”.


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