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giovedì 2 aprile 2026

Il vino nella letteratura - Parte 2

di Fabio Pagani

Il Medioevo, Il Rinascimento, l’Età moderna e il vino

Per Rinascimento intendiamo un periodo artistico e culturale della storia d’Europa che conobbe il suo inizio in Italia, soprattutto a Firenze, tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna, in un arco di tempo che va all’incirca dalla metà del XIV secolo fino al XVI secolo. L’inizio del Rinascimento viene fatto coincidere con la presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453, mentre la sua fine non è così definita e si potrebbe far cadere attorno alla metà del 1600.

Sante Lancerio, sommelier di Papa Paolo III

Tracce “enologiche” nella letteratura di Medioevo, Rinascimento e Seicento

Francesco Petrarca, Res Seniles, XII, 1

Sento già da qui te e medici da ogni parte concordi nel dire che il bere acqua è l’unica o la principale causa del male. O ebbrezza felice! Non è forse vero che tanti vecchi decrepiti nel deserto ebbero come squisitezze un rozzo pane e l’acqua di un torrente, resi forti e sani dal perpetuo digiuno? 89 Non hai letto in Girolamo di Antonio quasi centenario e Paolo ultracentenario che celebravano con un solo pane e la vena di una piccola fonte quel loro banchetto lieto e sacro? 90 Ogni volta che ascoltiamo questo con orecchie devote e lo leggiamo con occhi devoti siamo rinfrancati senza alcun cibo o bevanda dal solo ricordo di tali uomini. 91 «Ma loro» dirà qualcuno «erano assistiti da Dio». 92 E chi lo ignora? Ma anche noi lo siamo; altrimenti non ci saremmo neppure. 93 Posso forse credere che Dio non mi assisterà, specialmente quando intraprendo qualcosa di buono? 94 Forse che chi mi fu accanto quando lo disprezzavo e peccavo non lo sarà quando mi pento e prego? 95 Posso digiunare, amico, non dubitare. 96 Non credere tutto ai tuoi autori; credi qualcosa a un amico a cui mai il digiuno nocque o nuocerà. 97 Quale motivo infatti potrei trovare per il fatto che tremule vecchiette digiunano mesi interi con poco e duro cibo e noi uomini con cibo lauto e abbondante non possiamo digiunare un giorno? 98 Questa non è fragilità, credimi, ma gola. 99 Non c’è dunque ragione perché io interrompa un costume onesto e innocuo, anzi, come canta la santa Chiesa, istituito per la salute al tempo stesso dell’anima e del corpo. 100 Questa è infatti la mia opinione: che alcuni siano morti di fame, molti per gli eccessi di cibo, nessuno mai per il digiuno.

La Viticoltura tra Rinascimento ed Età Moderna

Il Cinquecento fu un secolo di importanza determinante per l’evoluzione delle conoscenze vitivinicole. L’invenzione della stampa (Gutenberg, 1448) e la conseguente diffusione delle trascrizioni di opere classiche, aprì a molti la possibilità di conoscere le pratiche di coltivazione della vite e i processi di vinificazione. Si arrivò quindi allo sviluppo di un’ampia letteratura dedicata alla vite e si iniziò ad osservare e descrivere i fenomeni naturali sulla base dell’esperienza valorizzata dalla ragione.

A livello di territorio si ebbe una capillare diffusione dei terreni vitati, man mano sottratti alle zone boschive, fenomeno cominciato già nel secolo precedente. I contadini, non più obbligati alla servitù ma legati al terreno da contratti di mezzadria, coltivarono l’uva di loro iniziativa, con il consenso del proprietario, spesso commerciante trasferitosi in città. La mezzadria e le altre forme di compartecipazione rendevano stabile il rapporto dei contadini con le terre, consentendo la coltivazione di specie arboree a ciclo biologico lungo, come anche la vite, che richiedono diligenti e frequenti cure colturali.

Le scoperte geografiche con le quali iniziò l’Età moderna furono determinanti per la diffusione della vite in tutto il mondo: America Meridionale, Africa e Australia divennero terre proficue per la produzione del vino, al contrario dell’America Settentrionale in cui la vite europea deperì in fretta a causa del clima poco propizio e dell’attacco di alcuni parassiti.  La coltura della vite venne introdotta nel Nuovo Mondo all’inizio con finalità religiose, cioè per produrre vino per la Messa, ma in seguito la vite divenne sempre più importante.

L’Enologia tra Rinascimento ed Età Moderna

L’Età moderna segna l’inizio dell’evoluzione e della diffusione delle tecniche legate alla produzione e alla conservazione del vino. Uno dei maggiori progressi dell’Età moderna fu l’introduzione della bottiglia di vetro. La prima bottiglia di vetro fu il fiasco, recipiente impagliato che nacque circa nel XIV secolo in Toscana come evoluzione del boccale. L’idea dell’inserimento obbligato del tappo nel collo della bottiglia arrivò dalla Francia, dove a partire dalla seconda metà del XVII secolo divenne sempre più frequente l’uso dei tappi di sughero. La tradizione attribuisce la scoperta al creatore dello champagne, Pierre Dom Pérignon. Sembra infatti che il famoso monaco benedettino sia stato anche l’inventore del tappo di sughero per “imprigionare” il gas contenuto nel vino. Le tappature in sughero sostituirono di qui innanzi quelle in legno e stoppa, permisero la conservazione più lunga del vino di moderata gradazione alcolica e divennero il metodo d’affinamento e di trasporto più semplice per il vino, facendo scomparire le botti più piccole.

Il vino e la vita di corte

Il vino di un certo pregio, da sempre appannaggio delle classi sociali più alte, fece un importante salto di qualità nei fastosi banchetti dei signori italiani del tempo: i Gonzaga a Mantova, gli Sforza a Milano, i Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, la corte pontificia e il ducato di Urbino.

Le nozze di Cana del Veronese (1562-63)

Il banchetto rappresentava un momento importante della vite di corte e della diplomazia. Ogni elemento era parte di una rappresentazione scenografica accuratamente studiata, tesa a mostrare agli illustri ospiti la potenza e la magnificenza del Signore, espressa con raffinatezza e gusto. Qui si svolgevano conversazioni colte, si doveva saper sfoggiare le buone maniere con grazia e disinvoltura. Ricordiamo a questo proposito il famoso trattato “Il Galateo”, scritto da Giovanni della Casa (1552), che ebbe un successo strepitoso in tutta Europa:

Lo invitare a bere (…) cioè far brindisi, è verso di sé biasimevole, e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, siché egli non si dee fare. E se altri inviterà te, potrai agevolmente non accettar lo ’nvito, e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, senza altramente bere”.

I banchetti resero la ricerca ed il servizio del vino di pregio una sorta di cerimonia, con servitori e dignitari dedicati esclusivamente ad essa. Nel ‘500, ad esempio, alla corte dei Savoia si introdusse il sommelier de corps, in altre corti detto bottigliere, che si occupava solo della selezione dei vini da acquistare, del loro approvvigionamento, della scelta per le diverse occasioni e negli abbinamenti ai cibi. Il coppiere era invece responsabile del servizio del vino, allungava con acqua, vigilava che nessuno aggiungesse veleni alla coppa. Ci sono trattati che ne descrivono le capacità, l’aspetto, il vestiario, la gestualità, il lato da cui doveva avvenire il servizio, ecc. Nacque una figura che si è trasformata nel tempo, fino ai moderni sommelier.

Lorenzo de’ Medici, il “Magnifico”, canto di Bacco e Arianna (1490)

Quant’è bella giovinezza, /che si fugge tuttavia! /chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arïanna, / belli, e l’un dell’altro ardenti: / perché ’l tempo fugge e inganna, / sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti / sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza. Donne e giovinetti amanti, / viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti! / Arda di dolcezza il core! / Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha a esser, convien sia. / Chi vuol esser lieto, sia: / di doman non c’è certezza.

Poggio Bracciolini, Facetiae, libri 72 e 76

LXXII - DI UN PADRE CHE RIMPROVERAVA IL FIGLIO UBRIACO Un padre, che molto spesso aveva rimproverata l'ubriachezza del figlio, visto una volta un ubriaco sulla strada, che giaceva turpemente, con tutte le cose scoperte, con una frotta di monelli intorno che l'irridevano, invitò il figliuolo ad assistere a così triste spettacolo, sperando che questo esempio, dal vizio dell'ubriachezza correggere lo potesse. Ma questo, veduto l'ubriaco, disse: «Ti prego, padre mio, di dirmi dov'è che si vende tal vino, per cui questo si è fatto ubriaco, perché di esso possa io gustar la dolcezza». E si mostrò commosso non dalla bruttezza dell'ubriaco, ma dal desiderio del vino.

LXXVI - MOTTO ALLEGRO DI UN PERUGINO Un Perugino aveva una botte di vino squisito, ma era essa assai piccola botte. Una volta un tale gli mandò a chieder del vino per un fanciullo con un vaso molto grande, ed egli, preso fra le mani il vaso, lo fiutò e disse: «Oh, come pute questo vaso! giammai io vi metterò dentro il mio vino. Va' dunque e riportalo a colui che t'ha mandato».

Poggio Bracciolini

Teofilo Folengo, il Baldus (1552)

Pur raccontando una sorta di poema epico-cavalleresco, ne rappresenta la parodia. Sembra sempre iniziare ogni discorso con insegnamenti morali e costruttivi, che poi vengono deformati e presi in giro in modo spiritoso. Ad esempio, sembra che esalti la sobrietà degli uomini dell’Età dell’Oro e dei monaci del deserto, per poi descrivere orge di cibo e vino. Descrive il banchetto del re di Francia, preparato dal cuoco Gambone, maestro dell’arte “pappatoria”, con un elenco infinito di selvaggina, salse, salsicce, lasagne, ostriche, torte, pasticcini e fiumi di vino, che servono a “spegnere la fiamma con la fiamma”. Nel proemio (l’introduzione) non chiede aiuto alle classiche Muse per l’ispirazione, come era d’uso, ma alle “dee grasse”, Muse inventate da lui, che lo devono aiutare ingozzandolo di cibo e vino. Ecco entrare in ballo i maccheroni, dai quali è nato il termine di linguaggio “maccheronico”.

Mi è venuta l’ispirazione più che bizzarra di cantare la storia di Baldo, con l’aiuto delle grasse Camene. La sua fama e il suo nome gagliardo fan tremare la terra, e al sentirlo l’inferno se la fa addosso dalla paura.

Ma prima mi occorre invocare il vostro aiuto, o Muse che effondete l’arte maccheronica. Potrebbe forse la mia barchetta superare gli scogli del mare, se non sarà raccomandata dal vostro aiuto?

Mi dettino i versi non Melpomene, non quella minchiona di Talia, non Febo che strimpella la chitarrina; infatti, quando penso alle budella della mia pancia, le chiacchiere del Parnaso non sono adatte alla nostra zampogna. Solo le Muse pancifiche, le dotte sorelle (Gosa, Comina, Striace, Mafelina, Togna, Pedrala) vengano ad imboccare di maccheroni il poeta, e gli diano cinque o otto catini di polenta. Queste sono quelle dee grasse, quelle ninfe sgocciolanti, la cui dimora, la cui regione e territorio son racchiusi in un angolo remoto del mondo, che le caravelle spagnole non hanno ancora scoperto.

Francesco Redi, Bacco in Toscana (1685)

Questo poema giocoso, al di là del valore letterario, è interessante perché elenca i vini prodotti in Toscana all’epoca, oltre che citare altri vini italiani, come alcuni campani (il Falerno, la Tolfa, la Verdea, la Lacrima di Vesuvio, ecc.). È poi divertente leggere come Redi deprechi le nuove bevande che arrivavano dal nord o dell’Oriente, come la birra (cervogia), il sidro, la cioccolata (detta anche “cioccolatte”), il tè ed il caffè:

Chi la squallida Cervogia / alle labbra sue congiunge / presto muore, o rado giunge / all’età vecchia e barbogia: beva il Sidro d’Inghilterra / chi vuol gir presto sotterra; / chi vuol gir presto alla morte / le bevande usi del Norte / Non fia già, che il cioccolatte / v’adoprassi, ovvero il tè, / medicine così fatte / non saran giammai per me: / beverei prima il veleno, / che un bicchier che fosse pieno / dell’amaro e reo caffè.

Ben altre parole sono spese per il vino:

Manna dal ciel sulle tue trecce piova, / vigna gentil, che questa ambrosia infondi;

ogni tua vite in ogni tempo muova / nuovi fior, nuovi frutti e nuove frondi;

un rio di latte in dolce foggia, e nuova / i sassi tuoi placidamente innondi:

né pigro giel, né tempestosa piova / ti perturbi giammai, né mai ti sfrondi:

e ‘l tuo Signor nell’età sua più vecchia / possa del vino tuo ber colla secchia.

 

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