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mercoledì 25 marzo 2026

Il vino nella letteratura - Parte 1

Cari lettori,

iniziamo oggi il nostro viaggio nel mondo della letteratura, ma in chiave meno convenzionale del solito: tratteremo, infatti, il legame fra una delle sette arti classiche e il vino. Partiamo, naturalmente, dall'antichità.

Nel mondo classico, soprattutto in Grecia e a Roma, il valore del vino è indiscutibile e si associa all’eroismo, alla fedeltà, all’erotismo, alla coesione ed all’amicizia.

Polifemo ubriaco

Omero

Nel IX libro dell’Odissea Ulisse racconta ai Feaci l’incontro con Polifemo. Il termine Κύκλωψ (Kyklops) significa “dal viso o dall’occhio rotondo”. I ciclopi sono rozzi, incivili, violenti, dediti alla pastorizia, incapaci di lavorare la terra e di navigare, non osservano le leggi e tanto più la religione. Quando Polifemo e Odisseo si incontrano, emerge una diversità fisica già evidente nella statura dei due, ma ciò che li differenzia sostanzialmente è la forza bruta che si oppone all’astuzia che risulterà vincitrice. La creatura orripilante divora i compagni di Odisseo e il protagonista riesce a scampare il pericolo e a salvare i sopravvissuti attraverso uno stratagemma. L’uomo dal multiforme ingegno regala al Ciclope un vino scuro e dolcissimo. Il malvagio, sebbene privo di sentimento di gratitudine, offre al re di Itaca la possibilità di essere divorato per ultimo. Stordito dall’alcol il gigante giace tra le braccia di Morfeo. Nel frattempo Odisseo assieme ai compagni pianta nell’unico occhio del mostro un grosso ramo di ulivo e lo acceca.

Vite e ulivo sono simbolo di civiltà. Le popolazioni sedentarie curavano queste piante, e chi non conosceva il vino era considerato un barbaro. Il significato dell’offerta del delizioso nettare rappresenta la vittoria della civiltà sulla barbarie.

Uno dei poeti più importanti, a questo proposito, è Alceo: egli nasce a Mitilene in una famiglia aristocratica, ha due fratelli con i quali si dedica all’impegno politico combattendo contro gli Ateniesi per il possesso di Sigeo, ma senza successo (celebre la resa, evidenziata dall’abbandono dell’óplon, ovvero lo scudo, simbolo di resistenza e valore). Arrivato al potere Mirsilo, Alceo congiura contro di lui ma, il fallimento dell’iniziativa, lo porta ad un primo esilio a Pirra. Alla morte del tiranno, il poeta esulta:

Alceo, VII sec. a.C.

fr. 332 Voigt

Ora bisogna ubriacarsi, e che ciascuno beva anche per forza:

perché Mirsilo è morto.

Alceo muore anziano, come dimostra un suo frammento, tradotto da S. Quasimodo:

Sul mio capo che molto ha sofferto / e sul petto canuto

sparga qualcuno la mirra.

Le odi di Alceo sono state raccolte dagli Alessandrini (grammatici e filologi vissuti ad Alessandria d’Egitto fra il III ed il II secolo a.C.) in almeno 10 libri, divisi per genere: nel primo volume gli inni agli dèi, negli altri i canti di lotta, i canti conviviali, i canti d’amore.

fr. 347 Voigt 

Inonda di vino i polmoni, / infatti la canicola compie il suo giro e la stagione è opprimente,

 ogni cosa è assetata sotto la vampa del sole, / la cicala risuona dolce dalle fronde e il cardo fiorisce.

Ora le donne sono impure quanto mai, e gli uomini emaciati, / Sirio dissecca la testa e le ginocchia.

Il vino è concepito dal poeta come specchio dell’uomo e sono vari i motivi che lo inducono a bere: l’ora del tempo, la dolce o aspra stagione, la visione dello Stato in rovina, il sentimento dell’umana condizione. L’ebbrezza, quindi, come farmaco della vita e come strumento di equilibrio esistenziale.

Solo l’ebbrezza che deriva dal suo consumo può lenire i tetri pensieri di morte, la sofferenza che l’esistenza comporta. Nel frammento intitolato “Non si vince la morte”, l’incipit è chiaro:

Bevi e ubriacati con me, Melanippo

Ma nei suoi versi è possibile scovare enunciazioni ancora più esplicite. E Il rimedio è il vino, è sicuramente la summa totale del suo pensiero:

Esiste una medicina, la migliore: portiamo qui il vino e inebriamoci

Addirittura, la leggenda narra che Alceo abbia composto gran parte delle sue opere da ubriaco.  

Archiloco

Archiloco, nel fr.120, si vanta di saper comporre il ditirambo solamente quando in preda all’eccitazione derivata dal consumo del vino:

Archiloco, 680 - 645 a.C.

Intonar so il ditirambo di Dioniso mio signore, il bel canto io so, dal vino folgorato nel mio cuore

Come non poter, inoltre, ricordare l’importanza di questa bevanda nei poemi omerici. Ma il vino assume, in tal caso, connotati diversi rispetto a quanto evidenziato da Archiloco. Questo ci dice Odisseo:

Il vino, folle, mi spinge, che fa cantare anche l’uomo più saggio e lo costringe a ridere di cuore e a danzare, e suscita parola che è meglio non detta.

Catullo

Carme 13

Cenerai bene, mio Fabullo, da me / tra pochi giorni, se gli dei ti sono favorevoli,

se con te porterai una buona e abbondante / cena, non senza una bella ragazza

e vino e sale e tutta l'allegria.

Se porterai, dico, queste cose, mio caro, / cenerai bene; infatti del tuo Catullo

il borsello è pieno di ragnatele.

Ma in cambio riceverai autentici amori / o quanto c'è di piacevole o raffinato:

infatti (ti) darò un profumo, che alla mia ragazza / hanno regalato le Veneri e gli Amori;

e quando tu lo annuserai, pregherai gli dei, / o Fabullo, di farti diventare tutto naso.


Catullo, I sec. a.C.

Carme 27

Giovane, fai scorrere i calici / più amari di vecchio Falerno,
così come è ordine di Postumia maestra, / che sta più ubriaca di un’uva ubriaca.
E poi voi, levatevi di torno, dove vi pare, / acque, rovina del vino,
e andatevene dai più musoni.
Qui c’è autentico Tioniano.

Orazio

0di, libro I, 11

Orazio, I sec. a.C.

«Tu non domandare – è un male saperlo – quale sia l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà! Sia che sia questo inverno – che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere – l’ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e riduci le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani».

Orazio per le competenze che dimostra in fatto di tecniche di vinificazione ed enografia si può considerare un vero e raffinato enologo del suo tempo. Intanto si può affermare che Orazio conoscesse una discreta quantità di vini, citati nelle sue odi, tanto da permetterci di ricostruire una sorta di prontuario. Eccolo: il vino Cecubo è quello più ricorrente, un’ambrosia che apprezzava assai e cui spesso ricorreva per festeggiare un lieto evento con l’amico Mecenate (Epodi, 9,1-6). Altrettanto graditi al poeta sono il vino di Veio ed il Falerno, che raccomanda di usare con parsimonia o nelle grandi occasioni dato l’alto costo (non dimentichiamo che Orazio viveva in condizioni assai modeste economicamente), quello di Calvi (località vicino Capua), che il poeta è disposto a regalare al fraterno amico Mecenate solo in cambio di un vaso di nardo (Odi, IV, 12). Ma il Nostro non disdegnava neppure vini meno prelibati, come quelli provenienti dalla zona del Minturno o dalla Sabinia.

Ma è nelle tecniche della lavorazione e conservazione del vino che Orazio dà un saggio della sua competenza invitando a travasarlo nelle anfore greche (Odi, I, 20), chiuse già allora con tappi di sughero, argilla o cera e poi sigillati con la pece (Odi, III, 8), e poi a purificarlo attraverso l’uso di filtri, detti colum (Satire, II, 4, e Odi, I, 11). Ma questa approfondita conoscenza della vinificazione da parte del poeta venosino non deve poi sorprendere visto che già al suo tempo di quel succo d’uva tanto caro agli dei si faceva già largo consumo durante i conviti, momenti di vita sociale a Roma. Orazio infatti ci informa sul modo di vestirsi, in particolare le calzature, possibilmente non usate (Satire, II, 8) al rituale preciso che il convito deve seguire nel suo svolgimento, fatto rispettare dal rex convivii o magister o arbiter bibendi, al modo di comportarsi, per esempio mai rifiutando il vino offerto dal padrone di casa (Epistole, I, 18), mai occupando, se di rango inferiore, i posti riservati agli ospiti illustri, mai ubriacandosi per non esagerare nel dialogo e per apprezzare i cibi offerti (Satire, II,8).

Ovidio

Ovidio, I sec. a.C.

Ars amatoria I, 237 - 244

Vina parant animos faciuntque caloribus aptos: / cura fugit multo diluiturque mero.
Tunc veniunt risus, tum pauper cornua sumit, / tum dolor et curae rugaque frontis abit.      
Tunc aperit mentes aevo rarissima nostro / simplicitas, artes excutiente deo.
Illic saepe animos iuvenum rapuere puellae, / et Venus in vinis ignis in igne fuit.

Il vino dispone l'animo all'amore e lo rende pronto alla passione: l'inquietudine fugge e si dissolve con il vino abbondante. Allora nasce il riso, ed anche un poveruomo si fa audace; allora se ne vanno dolori affanni e rughe dalla fronte, e la sincerità, nel nostro tempo così rara, rende aperti i cuori, giacché il divino Bacco bandisce ogni artificio. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco.

di Fabio Pagani

(c) Riproduzione riservata

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