Cari lettori,
iniziamo oggi il nostro viaggio nel mondo della letteratura, ma in chiave meno convenzionale del solito: tratteremo, infatti, il legame fra una delle sette arti classiche e il vino. Partiamo, naturalmente, dall'antichità.
Nel mondo classico, soprattutto in Grecia e a Roma, il valore del vino è indiscutibile e si associa all’eroismo, alla fedeltà, all’erotismo, alla coesione ed all’amicizia.
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| Polifemo ubriaco |
Omero
Uno dei poeti più importanti, a questo proposito, è Alceo: egli nasce a Mitilene in una famiglia aristocratica, ha due fratelli con i quali si dedica all’impegno politico combattendo contro gli Ateniesi per il possesso di Sigeo, ma senza successo (celebre la resa, evidenziata dall’abbandono dell’óplon, ovvero lo scudo, simbolo di resistenza e valore). Arrivato al potere Mirsilo, Alceo congiura contro di lui ma, il fallimento dell’iniziativa, lo porta ad un primo esilio a Pirra. Alla morte del tiranno, il poeta esulta:
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| Alceo, VII sec. a.C. |
fr. 332 Voigt
Ora bisogna ubriacarsi, e che ciascuno beva anche per forza:
perché Mirsilo è morto.
Alceo muore anziano, come
dimostra un suo frammento, tradotto da S. Quasimodo:
Sul mio capo che molto ha sofferto / e sul petto canuto
sparga qualcuno la mirra.
Le odi di Alceo sono state raccolte dagli Alessandrini (grammatici e filologi vissuti ad Alessandria d’Egitto fra il III ed il II secolo a.C.) in almeno 10 libri, divisi per genere: nel primo volume gli inni agli dèi, negli altri i canti di lotta, i canti conviviali, i canti d’amore.
fr. 347 Voigt
Inonda di vino i polmoni, / infatti la canicola compie il suo giro e la stagione è opprimente,
ogni cosa è assetata sotto la vampa del sole, / la cicala risuona dolce dalle fronde e il cardo fiorisce.
Ora le donne sono impure quanto mai, e gli uomini emaciati, / Sirio dissecca la testa e le ginocchia.
Il vino è concepito dal poeta come specchio dell’uomo e sono vari i motivi che lo inducono a bere: l’ora del tempo, la dolce o aspra stagione, la visione dello Stato in rovina, il sentimento dell’umana condizione. L’ebbrezza, quindi, come farmaco della vita e come strumento di equilibrio esistenziale.
Solo l’ebbrezza che deriva dal
suo consumo può lenire i tetri pensieri di morte, la sofferenza che l’esistenza
comporta. Nel frammento intitolato “Non si vince la morte”, l’incipit è
chiaro:
Bevi e ubriacati
con me, Melanippo
Ma nei suoi versi è possibile
scovare enunciazioni ancora più esplicite. E Il rimedio è il vino, è
sicuramente la summa totale del suo pensiero:
Esiste una
medicina, la migliore: portiamo qui il vino e inebriamoci
Addirittura, la leggenda narra che Alceo abbia composto gran parte delle sue opere da ubriaco.
Archiloco
Archiloco, nel fr.120, si vanta
di saper comporre il ditirambo solamente quando in preda all’eccitazione
derivata dal consumo del vino:
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| Archiloco, 680 - 645 a.C. |
Intonar so il
ditirambo di Dioniso mio signore, il bel canto io so, dal vino folgorato nel
mio cuore
Come non poter, inoltre,
ricordare l’importanza di questa bevanda nei poemi omerici. Ma il vino assume,
in tal caso, connotati diversi rispetto a quanto evidenziato da Archiloco.
Questo ci dice Odisseo:
Il vino, folle, mi
spinge, che fa cantare anche l’uomo più saggio e lo costringe a ridere di cuore
e a danzare, e suscita parola che è meglio non detta.
Catullo
Carme 13
Cenerai bene, mio Fabullo, da me / tra pochi giorni, se gli dei ti sono favorevoli,
se con te porterai una buona e abbondante / cena, non senza una bella ragazza
e vino e sale e tutta l'allegria.
Se porterai, dico, queste cose, mio caro, / cenerai bene; infatti del tuo Catullo
il
borsello è pieno di ragnatele.
Ma in cambio riceverai autentici amori / o quanto c'è di piacevole o raffinato:
infatti (ti) darò un profumo, che alla mia ragazza / hanno regalato le Veneri e gli Amori;
e quando tu lo annuserai, pregherai gli dei, / o Fabullo, di farti diventare tutto naso.
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| Catullo, I sec. a.C. |
Carme 27
Giovane, fai
scorrere i calici / più amari di vecchio Falerno,
così come è ordine di Postumia maestra, / che sta più ubriaca di un’uva ubriaca.
E poi voi, levatevi di torno, dove vi pare, / acque, rovina del vino,
e andatevene dai più musoni.
Qui c’è autentico Tioniano.
Orazio
0di, libro I, 11
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| Orazio, I sec. a.C. |
«Tu non domandare
– è un male saperlo – quale sia l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno
dato a te ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio
accettare qualunque cosa verrà! Sia che sia questo inverno – che ora stanca il
mare Tirreno sulle opposte scogliere – l’ultimo che Giove ti ha concesso, sia
che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e riduci
le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre
parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidandoti il
meno possibile del domani».
Orazio per le competenze che
dimostra in fatto di tecniche di vinificazione ed enografia si può considerare
un vero e raffinato enologo del suo tempo. Intanto si può affermare
che Orazio conoscesse una discreta quantità di vini, citati nelle sue odi,
tanto da permetterci di ricostruire una sorta di prontuario. Eccolo: il
vino Cecubo è quello più ricorrente, un’ambrosia che apprezzava assai
e cui spesso ricorreva per festeggiare un lieto evento con l’amico Mecenate
(Epodi, 9,1-6). Altrettanto graditi al poeta sono il vino di Veio ed
il Falerno, che raccomanda di usare con parsimonia o nelle grandi
occasioni dato l’alto costo (non dimentichiamo che Orazio viveva in condizioni
assai modeste economicamente), quello di Calvi (località vicino
Capua), che il poeta è disposto a regalare al fraterno amico Mecenate solo in
cambio di un vaso di nardo (Odi, IV, 12). Ma il Nostro non disdegnava neppure
vini meno prelibati, come quelli provenienti dalla zona del Minturno o dalla
Sabinia.
Ma è nelle tecniche della
lavorazione e conservazione del vino che Orazio dà un saggio della sua
competenza invitando a travasarlo nelle anfore greche (Odi, I, 20),
chiuse già allora con tappi di sughero, argilla o cera e poi sigillati con la pece
(Odi, III, 8), e poi a purificarlo attraverso l’uso di filtri, detti colum
(Satire, II, 4, e Odi, I, 11). Ma questa approfondita conoscenza della
vinificazione da parte del poeta venosino non deve poi sorprendere visto che
già al suo tempo di quel succo d’uva tanto caro agli dei si faceva già largo
consumo durante i conviti, momenti di vita sociale a Roma. Orazio infatti ci
informa sul modo di vestirsi, in particolare le calzature, possibilmente non
usate (Satire, II, 8) al rituale preciso che il convito deve seguire nel suo
svolgimento, fatto rispettare dal rex convivii o magister o arbiter
bibendi, al modo di comportarsi, per esempio mai rifiutando il vino offerto
dal padrone di casa (Epistole, I, 18), mai occupando, se di rango inferiore, i
posti riservati agli ospiti illustri, mai ubriacandosi per non esagerare nel
dialogo e per apprezzare i cibi offerti (Satire, II,8).
Ovidio
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| Ovidio, I sec. a.C. |
Ars amatoria I, 237 - 244
Vina parant animos faciuntque caloribus aptos: / cura fugit multo diluiturque mero.
Tunc veniunt risus, tum pauper cornua sumit, / tum dolor et curae rugaque frontis
abit.
Tunc aperit mentes aevo rarissima nostro / simplicitas, artes excutiente deo.
Illic saepe animos iuvenum rapuere puellae, / et Venus in vinis ignis in igne fuit.
Il vino dispone l'animo
all'amore e lo rende pronto alla passione: l'inquietudine fugge e si dissolve
con il vino abbondante. Allora nasce il riso, ed anche un poveruomo si fa
audace; allora se ne vanno dolori affanni e rughe dalla fronte, e la sincerità,
nel nostro tempo così rara, rende aperti i cuori, giacché il divino Bacco
bandisce ogni artificio. Là spesso le ragazze rubano il cuore ai giovani, e
Venere, col vino, è fuoco aggiunto al fuoco.
di Fabio Pagani
(c) Riproduzione riservata






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