Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

venerdì 26 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 3

di Fabio Pagani

Cari lettori,

oggi ci addentriamo nella terza e ultima parte del nostro viaggio: parliamo di Palazzo Grazioli e di Palazzo Marini, luoghi storici di Alfonsine vecchia, due dei pochissimi rimasti in piedi dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.  

PALAZZO GRAZIOLI

Sul lato sud di piazza Monti, uno dei pochi edifici rimasti di Alfonsine “vecchia”: i Grazioli erano una famiglia trentina che si stabilì in paese ad inizio ‘900, aprendo un negozio di ferramenta. L’attività fruttò molto bene, tant’è che i Grazioli costruirono per sé un palazzo a tre piani che, ancora oggi, porta il loro nome. Con la recente ristrutturazione, l’edificio è passato nelle mani di una immobiliare e ospita negozi, uffici di una banca e abitazioni private.

Una curiosità: come mai questo lato di Alfonsine è stato preservato dalla distruzione? Si pensa che i tedeschi avessero finito le bombe per minare la zona o che non fossero arrivati in tempo per farlo prima del 10 aprile. Meglio così.

Palazzo Grazioli, al centro (1930)



Palazzo Grazioli, oggi


PALAZZO MARINI

Siamo all’inizio di via Roma, in uscita da Alfonsine. Questo palazzo, risalente al XVIII secolo e ristrutturato in anni recenti dal Fayat Group – Marini, da cui prende il nome, è la testimonianza architettonica più importante e antica del nostro paese, con la sua sala ad archi utilizzata per mostre, concerti e presentazioni culturali. A metà ‘700, il palazzo era un complesso unico insieme alla casa abbinata che dava su corso Garibaldi e che fu la prima locanda del paese, detta “della Colombina”; palazzo Marini, qualche anno dopo, fu uno stallatico, cioè un alloggio per cavalli, mentre nel 1914 divenne sede dei monarchici conservatori di Alfonsine e fu il primo luogo assalito dai rivoltosi durante la “Settimana rossa”. Negli anni ’30, Giuseppe Marini acquisto il palazzo e lo trasformò prima in fabbrica e poi in magazzino; con la ristrutturazione degli ultimi anni, gli è stato attribuito il nome con cui tutti lo conoscono.


Palazzo Marini oggi e ieri




Le fotografie sono state scaricate dal sito www.alfonsinemonamour.it

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mercoledì 17 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 2

di Fabio Pagani

Proseguiamo il nostro tour nei posti più iconici della città al fine di trasmettere, anche ai più giovani, il significato più profondo delle nostre radici.

Oggi parliamo del Santuario di Madonna del Bosco e del Museo della battaglia del Senio.

Santuario della Madonna del Bosco

Il Santuario di Madonna del Bosco si trova lungo la via Raspona, poco prima del ponte sul Reno: qui, nel primo ‘700, a seguito di un evento drammatico che provocò la morte di un contadino, Domenico Pochintesta, il fattore degli allora marchesi Spreti decise di invocare la protezione di Maria, apponendone l’immagine sacra sul luogo della disgrazia. E così sarebbe stato nei tempi a seguire, con il Santuario che venne costruito grazie alla permuta che gli Spreti fecero di alcuni loro terreni e alle elemosine raccolte, per una cifra totale di 2419 scudi. La chiesa, fino a qualche decennio fa, conteneva le originali tavolette votive, ora custodite presso la Curia di Faenza. Si può trovare ampia documentazione su quanto detto non solo sul web, ma anche nei testi cartacei quali i Quaderni Alfonsinesi ed i volumi sulla storia di Alfonsine, consultabili presso la biblioteca comunale.


Il Santuario della Madonna del Bosco

Museo della battaglia del Senio

Il Museo del Senio nasce nel 1981 per custodire e tramandare la memoria dell’ultimo biennio della seconda guerra mondiale. Un luogo dedicato alla Resistenza, alla lotta per la liberazione e al territorio non soltanto comunale, ma anche del distretto e oltre. Voluto dall’ANPI e dallo stato maggiore dell’esercito, questo spazio racconta di battaglie, di armi, di persone.
All’esterno si nota un iconico oggetto evocativo, vale a dire parte di un esemplare di “ponte Bailey”, utilizzato dall’esercito inglese per procedere sul territorio nelle zone vallive.
All’ingresso, si viene accolti da grandi immagini che rappresentano i protagonisti del racconto: soldati tedeschi ed alleati, civili, mezzi militari e scene della drammatica distruzione dell’abitato. Al piano superiore vi sono armi, cartografie e oggetti militari, oltre ad accattivanti pannelli fotografici; completano il museo le nuove camere emozionali, che permettono al pubblico di vivere l’esperienza immersiva della ricostruzione di un rifugio antiaereo.

Sala interna del Museo del Senio


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venerdì 12 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 1

di Fabio Pagani 

Inauguriamo una piccola rubrica su alcuni dei luoghi storici della città di Alfonsine. In molti ne conoscono le vicende legate alla Resistenza ma, con uno sguardo più attento, possiamo scoprire angoli interessanti, noti o meno popolari, che vogliamo mettere in luce.

Partiamo con due posti: Casa Monti e Palazzo Fernè.

CASA MONTI

“…domattina riposerò sotto il tetto che mi ha veduto nascere. Questa idea mi fa battere il cuore e mi torna in pensiero tutta la mia gioventù…”.

Con queste parole, il poeta Vincenzo Monti ricorda la casa dove nacque, nel 1754, terz’ultimo di dieci figli. Il podere fu acquistato dal padre nel 1749, un anno prima di costruirvi l’abitazione. I Monti si trasferirono poi a Maiano nel 1774, lasciando l’immobile di Alfonsine ad un parente; la proprietà passò, a metà ‘800, alla famiglia Bagnara, a cui era legato un terribile fatto di sangue: il giovane Cassiano Bagnara morì durante un tentativo di rapina effettuato dalla “Ligaza di Trentasì”, molto attiva in Romagna fra il 1863 e il 1865. Non avendo i Bagnara degli eredi, la casa fu rilevata dal medico condotto Cassiano Meruzzi, che vi abitò fino al 1951, quando il podere passo nelle mani del Comune di Alfonsine. L’edificio fu restaurato dall’Amministrazione Comunale in occasione del bicentenario della nascita di Vincenzo Monti. Altre celebrazioni: 1928, nel centenario della morte; 1978, nel centocinquantesimo della morte; 1998, restauro definitivo e 2024, riammodernamento degli interni a corredo del 270° della nascita. 


Casa Monti: esterno e sala con busto del Poeta


PALAZZO FERNE’

Questo bellissimo palazzo, che costeggia via Mameli e si può ammirare dall’alto percorrendo la passerella di legno sul Senio, deve il proprio nome ad una ricca famiglia di Lavezzola che commerciava in vino. Uno degli eredi dei Fernè, a fine ‘800, sposò una ragazza di Alfonsine, Anna Massaroli, ed i due coniugi andarono a vivere nella villa appartenuta ai genitori della giovane, donata come dote alla nuova famiglia Fernè. Durante la seconda guerra mondiale, la casa fu utilizzata come ricovero per i feriti, mentre ad ostilità appena finite fu sede del Comitato di Liberazione Nazionale. Per un breve periodo, prima della ricostruzione del paese, palazzo Fernè ospitò la sede del Comune di Alfonsine. Oggi, la villa è di proprietà di un privato.

Palazzo Fernè: esterno e sala studio



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mercoledì 3 dicembre 2025

La scuola al tempo di Eduscopio è ancora scuola?

di Fabio Pagani

Per chi non mastica il linguaggio burocratico della scuola, con “Eduscopio” intendiamo l’indagine che, ogni anno, la Fondazione Agnelli conduce sugli istituti superiori e sul livello di preparazione che essi rilasciano agli studenti diplomati e che hanno già frequentato il primo anno di università.

Il termine è la sintesi di due parole di estrazione classica: “edu”, da “edùcere”, vale a dire “tirare fuori”, mentre “scopio” dal greco “σκοπέω”, cioè “guardare / esaminare”. In pratica, si analizza il risultato formativo ed educativo che la scuola ha saputo dare ai ragazzi.

Proprio oggi sono usciti gli esiti dell’ultimo studio, che copre gli anni scolastici dal 2019/20 al 2021/22: nella regione Emilia Romagna, se ci soffermiamo soltanto sui licei (lascio da parte gli istituti tecnici e professionali per non tediarvi oltre), la provincia di Ravenna primeggia o si attesta sul podio: prima per quanto riguarda il Liceo Scientifico, seconda nel Classico e nel Linguistico, terza nelle Scienze Umane. Se, invece, ci limitiamo alla sola circoscrizione ravennate, Lugo è in testa allo Scientifico e al Classico, mentre è secondo negli altri corsi.

A questo punto, è d’obbligo una domanda: servono davvero queste statistiche? Cercherò di rispondere onestamente, dato che, oltre ad insegnare, svolgo anche la funzione di collaboratore del dirigente scolastico, quindi ho a che fare con tanta, ma proprio tanta burocrazia. A mio parere, l’errore di fondo sta nel merito del verbo “servire” applicato ai numeri: la scuola di oggi è chiaramente cambiata rispetto a quella di ieri, tant’è vero che sono diventati centrali i risultati in termini di visibilità e marketing. Il ruolo stesso del dirigente ha avuto una metamorfosi che lo ha portato a tenere gli occhi ben aperti non soltanto sull’aspetto educativo, ma anche – e molto – su quello istituzionale e territoriale.

Credo che le statistiche di Eduscopio, per quanto siano, quando positive, una bella soddisfazione per la scuola, non rappresentino il senso della comunità faticosamente mantenuta in piedi dagli insegnanti perché non tengono minimamente in considerazione il valore umano e formativo che un valido docente sa trasmettere agli studenti. Non lo devo dire io, ma penso che un buon allievo lo sia se mescola in modo giusto conoscenze e competenze con le qualità umane che, in primis la famiglia, ma poi in larga misura i professori sanno trasmettere.

D’altronde, i numeri non possono e non devono fotografare tutto: un ragazzo brillante all’università non è detto che abbia frequentato con ottimo profitto le scuole superiori; e vale anche il ragionamento inverso, per cui si può fare male nel percorso accademico pur avendo preso 100 all’esame di maturità. E’ chiaro che una scuola non può preparare ottimamente in tutte le materie uno studente: ci sono insegnanti bravi ed altri meno preparati, ragion per cui comprendiamo facilmente che il numero statistico, in sé e per sé, non ha alcun senso reale. Cosa voglio dire: diffidiamo dalle statistiche! Non stiamo giocando il campionato di calcio, nel quale, alla fine, i numeri sono sempre veritieri del valore di una squadra; comprendo molto bene il significato di Eduscopio e la presa che esso ha sulla politica scolastica, ma non posso e non me la sento, in tutta onestà, di condividerne il merito.



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giovedì 13 novembre 2025

La statua dell’Asso degli Assi nel saggio di Giuseppe Masetti

di Fabio Pagani

Il riscatto dell’eroe. Storia sociale del monumento di Lugo a Francesco Baracca. È questo il titolo del contributo che l’autore, Giuseppe Masetti, direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna, ha pubblicato all’interno del volume Sul piedistallo della storia. Monumenti e statue in Emilia Romagna dall’Ottocento a oggi, curato da Sofia Nannini ed Elena Pirazzoli per Viella editore; un tracciato della genesi di quello che è un vero riferimento per tutti i cittadini lughesi, nessuno escluso, da sempre legatissimi al loro aviatore. All'alba dei 90 anni che compirà il monumento nel 2026, ci sembra interessante riproporre la nostra intervista al curatore del saggio.

Dott. Masetti, perché il monumento a Baracca, costruito nel 1936 da Domenico Rambelli, è da considerarsi un particolare caso di studio?

“Mi è stato chiesto di dedicare attenzione all’effigie di Francesco Baracca sulla rivista inserita negli atti annuali degli istituti storici e devo dire che le curiosità che ho avuto modo di approfondire non sono state poche. Partiamo dicendo che, quello dedicato a Baracca, è uno dei pochi monumenti ad personam legati ai personaggi della Grande guerra, che ha prodotto in larga parte sacrari a ricordo di militari generici. Nel 1936, a diciotto anni dalla morte dell’Asso degli Assi, il regime fascista vuole dare una connotazione propagandistica anche alla vicenda dell’aviatore lughese: è il cosiddetto “Fascismo di pietra”, vale a dire un preciso indirizzo architettonico che tende a sfruttare le occasioni celebrative della prima guerra mondiale, portandole ad una mitizzazione del tutto finalizzata al consenso politico e ideologico”.

Mi viene da pensare che la sublimazione di figure come quella di Baracca fosse già in embrione prima dell’avvento del Regime.

“Certamente. Gabriele D’Annunzio, nel 1918, celebra con ardore l’uomo Francesco Baracca, ma è il Fascismo a costruire un sistema vero e proprio: quando si decide, infatti, di finanziare il grande monumento all’aviatore, Mussolini versa di tasca propria cinquecentomila lire per l’opera, mentre Margherita Sarfatti, figura chiave nel percorso politico del Duce, interviene personalmente per affidare la costruzione del monumento stesso allo scultore Rambelli. A quel punto, la grande opera statuaria non viene più intesa come celebrativa dell’uomo Francesco Baracca, ma come omaggio all’aviazione militare italiana, che è quella, per citare un nome, di Italo Balbo e che proprio quest’anno festeggia i cento anni di vita”.

Osservando il monumento, in effetti molti particolari richiamano l’iconografia del Ventennio.

“La statua non presenta alcun tratto distintivo dei piloti della Grande guerra: la tuta, per esempio, è quella degli aviatori anni ’30 e l’eroe di Rambelli è molto distante dall’uniforme attillata, dalle pose studiate e dalle decorazioni che di solito ricoprivano il petto di Baracca. La grande ala, inoltre, non è quella dei biplani, vale a dire i velivoli pilotati nel primo conflitto mondiale, ma ricalca gli aerei del terzo decennio del secolo. Il Fascismo capisce che mitizzare Baracca come eroe invitto e icona della Romagna è utile per celebrare la nuova aeronautica e il sogno della velocità e dell’uomo – macchina”.

Caduto il Regime, c’è stato il reale rischio dell’abbattimento di questa grande opera? E i lughesi come hanno vissuto il rapporto con il monumento nei difficili anni della ricostruzione post – bellica?

“I cittadini di Lugo, nonostante l’inaugurazione del 1936 fosse stata di portata nazionale, sono sempre rimasti affezionati al Francesco di San Potito, vedendo in lui uno del popolo. Baracca trasmette identità, senso di appartenenza alla comunità ed è sempre stato così, anche all’indomani del 25 luglio 1943, giorno della caduta del Fascismo: ai piedi della gradinata del monumento fu cancellato il cartiglio che riportava la scritta “A. XIV E. F.” (Anno quattordicesimo Era Fascista) e questo può essere considerato l’unico episodio di furia iconoclasta post – fascista. I monumenti, oggi ancor di più, parlano a seconda di chi li guarda ed il loro valore cambia nel tempo; anche se stiamo assistendo a diversi episodi prodotti dalla cancel culture, intenzionata a cancellare la memoria di eventi e persone, l’amore dei lughesi per il loro eroe sarà sempre profondo e libero da qualsiasi estremismo”.

(C) Rivisitazione dell'articolo da me pubblicato sul numero de "Il Nuovo Diario Messaggero" del 22/06/2023

mercoledì 5 novembre 2025

"La strada" verso la verità nel romanzo di Mc Carthy

 di Fabio Pagani

La strada è un romanzo che tutti dovrebbero leggere; è la storia di un padre e di un figlio, sopravvissuti alla distruzione di un mondo nel quale umanità e solidarietà sono sentimenti scomparsi.

Confortati da un carrello, sul quale caricano le loro uniche speranze di sopravvivenza, i due protagonisti cercano di percorrere centinaia di km per raggiungere la costa della California, con l’auspicio di trovare un clima ed un ambiente migliori. Cormac McCarthy, l’autore del romanzo, immagina che l’umanità si sia quasi del tutto estinta e che, fra le poche persone rimaste vive, sia arduo trovarne di buone; nelle parole e nei gesti del bambino ritroviamo non solo quel disperato desiderio di rimanere aggrappato alla vita (spesso, lungo la storia, il piccolo chiede a suo padre quanto sia vicina la morte per entrambi), ma anche la scintilla, la fiamma, il fuoco – appunto – che alimenta le speranze dell’uomo, che protegge e, nello stesso tempo, dà al proprio figlio gli strumenti per poter sopravvivere anche senza di lui.

È questo, a nostro modo di vedere, il passaggio chiave di un libro scritto in modo incalzante, con frasi brevi ed incisive: nel legame indissolubile fra un padre ed un figlio si trova il senso della vita, della trasmissione di valori che restano; l’uomo, sempre più devastato dalla malattia e dalla fame, rincuora il giovane, lo difende e lo accudisce lasciandogli l’arma più importante (che non è la pistola con la quale l’adulto va in giro): la speranza. “Quella notte il bambino dormì vicino al padre e lo tenne abbracciato, ma quando al mattino si svegliò il padre era freddo e rigido. […] Pianse per un bel pezzo. “Ti parlerò tutti i giorni”, sussurrò, “e non mi dimenticherò. Per niente al mondo. Poi si alzò, si voltò e tornò verso la strada”.

Alla fine della storia, il giovane proseguirà il proprio cammino con un uomo, un reduce, uno dei pochi rimasti in vita, ed una donna: “Ogni tanto la donna gli parlava di Dio, ma la cosa migliore era parlare con il padre e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai. La donna diceva che andava bene così. Diceva che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno”.

Il bambino è il vero portatore del “fuoco”, della luce e della compassione umana, trasmessagli da un padre latore di valori etici e morali, ma costretto a fare i conti con la dura realtà della guerra e della distruzione. Il bambino questo lo sa e riconosce al suo salvatore l’umano sentimento della paura, che spinge l’adulto, in più occasioni, a pensare solo alla salvezza del proprio figlio.

Cormac Mc Carthy (1933-2023)

L’amore incondizionato del padre verso il figlio contrasta molto con il contesto drammatico in cui è ambientata la storia: durante il loro viaggio, i due incontreranno Ely, l’unico personaggio a cui McCarthy dà un nome: una sorta di vecchio profeta, forse Elia, che mette a nudo la differenza sostanziale fra padre e figlio: il primo pensa alla sopravvivenza del bambino, a cui lo lega un amore assoluto, il secondo pare sempre connotato da sentimenti di pietà e compassione. Chiudiamo con una riflessione religiosa: “Sapeva [il padre] che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. La lezione più importante del romanzo è legata all’amore: che esista o meno Dio, che si possa avere fede oppure no, l’unica cosa che conta sono i valori e l’impegno che dobbiamo mettere per perseguirli, conservarli e tramandarli, come un buon genitore deve fare con i propri figli.

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giovedì 23 ottobre 2025

Arancia meccanica, dal romanzo al film

di Fabio Pagani

Nel mese di ottobre, in molte sale cinematografiche italiane è stata proiettata la versione restaurata di Arancia meccanica, il capolavoro firmato nel 1971 da Stanley Kubrick.

La locandina del film

Tratto dal romanzo distopico Clockwork orange dell'autore britannico Anthony Burgess, titolo che sta a significare qualcosa di vivo (l’arancia), ma che all’interno nasconde una natura bizzarra e meccanica come un orologio (appunto, clockwork), il film ha come protagonista Alex DeLarge, un ragazzo della media borghesia, dotato di grande cultura musicale (in particolare di Beethoven, che il protagonista chiama “Ludovico Van”), ma violento e senza freni. Il giovane trascorre le notti in compagnia della sua banda (i drughi), bevendo latte drogato e commettendo ogni tipo di violenza; a seguito di un omicidio, Alex deve scontare la propria condanna in carcere, galleggiando fra l’ipocrisia della sua condotta e le naturali pulsioni verso l’eccesso che trova leggendo i passi erotici contenuti nella Bibbia. Ad un certo punto, viene sottoposto alla cura “Ludovico”, un programma che interviene sulle devianze della psiche con la metodica del condizionamento, secondo i dettami della psicologia sperimentale di Watson e Skinner. I risultati sono estremi: Alex perderà sì la propria natura violenta, ma anche il libero arbitrio e tutto ciò che farà, gesti e pensieri, risulterà essere un’arancia meccanica: fuori, pulita e regolare, dentro, invece, mossa da meccanismi e automatismi vuoti.

Alex e i drughi in una scena del film

Uscito di galera, Alex subirà le stesse violenze che un tempo aveva compiuto, rincontrando le sue stesse vittime; a quel punto, dopo aver tentato il suicidio, si libererà dal condizionamento psicologico della cura subita in carcere. Tornato il teppista di un tempo, il protagonista stringerà un patto con il primo ministro, affermando pubblicamente, in cambio di favori reciproci, l’efficacia della cura “Ludovico”.

Se vogliamo comparare il significato del finale del film Arancia meccanica con quello del romanzo, i messaggi di Kubrick e Burgess sono diametralmente opposti: per lo scrittore c’è possibilità di redimersi dalla violenza, conservando la propria individualità. Il regista, al contrario, ritiene che la naturale tendenza di Alex alla ferinità non possa essere soppressa, ma rimane in quanto lui, come gli essere umani nel loro insieme, sono energia libera e potente che nessun legame politico e sociale potrà mai contenere.

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mercoledì 15 ottobre 2025

Una serata per Vincenzo Monti: il lato comico del poeta nell'anniversario della morte

 di Fabio Pagani

Lunedì 13 ottobre, la città di Alfonsine ha omaggiato la memoria del suo figlio più illustre, il poeta Vincenzo Monti. Nell’affascinante collocazione di Casa Monti, il Comitato Montiano ha organizzato un evento che ha voluto far conoscere al pubblico presente il lato meno noto del letterato: il presidente, prof. Luca Frassineti, fra i massimi esperti in Italia di ‘700 e ‘800, ha infatti sottolineato la vena comica ed eroicomica del Monti, introducendo le letture dei testi, declamati da Giulia Torelli, apprezzata regista teatrale. Prima di tutto, una doverosa premessa: la serata è stata dedicata al prof. Arnaldo Bruni, presidente onorario del Comitato Montiano, scomparso pochi giorni fa.

Il primo frammento è quello di una lettera del luglio 1774, indirizzata da Monti all’amico di studi Ercole II Calcagnini; in quel periodo, il poeta – non ancora tale – aveva 20 anni e si trovava a Ferrara per gli studi universitari in Medicina (a lui, in realtà, imposti dal padre). I toni ed i contenuti della missiva sono volutamente ironici e di spiccato gusto cameratesco, il ché sta a testimoniare chiaramente il rapporto di stretta amicizia fra i due interlocutori; eccone uno stralcio: Olà, corpo di mia Nonna: a che gioco giochiamo? Io son vivo, e però non sono morto. Se voi siate tale, v’è molto da dubitare, ed io non vorrei che foste già convertito in qualche costellazione. Fate i miei complimenti all’Orsa Maggiore, e pregatela a favorirmi una cassa del suo freddo, che ne ho bisogno in questo caldo maledetto.

Il secondo testo è una canzonetta dal titolo Per un grave incommodo emorroidale (novembre 1779), di cui il Monti soffriva cronicamente; qui emerge l’attenzione sull’argomento canonico della malattia, solitamente trattata riguardo agli altri, ma in questo caso resa propria. I modelli di questa “canzonetta sopra il culo” fanno riferimento alla preziosa elegia X, libro III, di Tibullo (poeta latino del I secolo a.C.). Nei versi montiani, vi è il voluto slittamento dal registro elegiaco a quello epico, con la chiara intenzione di prendere in giro il genere alto della poesia: La bell’arte dei poeti / mente chiede ognor serena; / ma i pensier ridenti e lieti / fuggon via se il culo è in pena.

Il terzo ed ultimo contributo concerne la versione in ottava rima della Pucelle d’Orléans di Voltaire (traduzione del 1798-99): i passi scelti sono incentrati sull’attentato alla castità della protagonista, Giovanna d’Arco: Stende la grassa man verso l’amante / senza pensarvi, e tosto la ritira / rossa in volto, pentita e palpitante, / e poi si rassicura e poi sospira. / Poi dice alfin: - Bell’asino galante, / vana è la speme che pel cor vi gira; / è una chimera: pregovi d’avere / rispetto alla mia gloria, e al mio dovere.

A fine serata, molti dei presenti si sono meravigliati di questa versione del Monti, assai poco nota: da sempre, infatti, la fama del poeta è legata alla somma traduzione dell’Iliade, alle tragedie, alle poesie e non certamente - almeno per noi profani - a questo lato letterario che lo rende, senza dubbio, più terreno, ma non in modo banale.

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mercoledì 8 ottobre 2025

Università per adulti di Alfonsine, un fiore che non appassisce mai

di Fabio Pagani

Al via il 29esimo anno accademico dell’Università popolare per adulti “U. Pagani” di Alfonsine. Uno sforzo importante, quello condotto dai tanti volontari che continuano a credere in questa realtà associativa, un vero unicum nel panorama della bassa Romagna, se consideriamo che la città delle Alfonsine è un comune di circa 12mila abitanti che non può certo competere con i numeri di Lugo o, addirittura, di Ravenna.

Eppure, l’entusiasmo e lo spirito di iniziativa non mancano alla presidente Elena Corelli Grappadelli e a soci e consiglieri; per l’anno accademico 2025/26 sono in calendario 26 corsi che, per sintesi, suddividiamo in aree: storia, letteratura e culture, scienze naturali e umane, lingue straniere e laboratori espressivi.

La presidente dell'Università per adulti, Elena Corelli Grappadelli

Fra gli altri, menzioniamo il corso di Climatologia, tenuto dal noto meteorologo Pierluigi Randi, Il vino nella letteratura italiana moderna, proposto dall’autore di questo articolo, Scrittura creativa, a cura di Luca Malaguti, il Laboratorio di teatro, condotto dalla regista Giulia Torelli e tutto il pacchetto delle lingue, ben gestito da Francesco Costa, giovane e poliedrico insegnante attivo anche in corsi di Botanica, Biologia marina ed Astronomia.

Sono importanti anche le collaborazioni che la “U. Pagani” ha attive con enti culturali del territorio: l’Istituto storico della Resistenza di Ravenna, per esempio, opera da anni con l’associazione alfonsinese con corsi ed approfondimenti a cui si può partecipare gratuitamente. Pregevole la partnership con i musei Byron e del Risorgimento di Ravenna, tradotta nella partecipazione della loro direttrice, dott.ssa Alberta Fabbri, alla serata di apertura dell’anno accademico dell’università, lunedì 6 ottobre; Fabbri ha intrattenuto il numeroso pubblico con una bella lezione su vita e vicende di Lord Byron in Italia.

La dott.ssa Fabbri parla di Byron

Non dimentichiamo anche la sinergia con Ravenna Teatro, che ha illustrato agli intervenuti la stagione 2025/26 dei teatri ravennati.  Infine, ricordiamo gli eventi organizzati dall’Università, come presentazioni di libri, concerti ed iniziative benefiche: sono già in cantiere per fine anno e prima metà del 2026 diversi appuntamenti che, però, non sveliamo…

La presentazione della stagione di Ravenna Teatro

Per saperne di più sia sulle serate culturali sia sui corsi offerti, vi invitiamo a seguire il sito internet e i canali social dell’Università popolare per adulti “U. Pagani” di Alfonsine: un gioiello prezioso che continua a brillare.

I contatti: www.universitalfonsine.racine.ra.it; e.mail: universitalfonsine@racine.ra.it; facebook: /universitalfonsine


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mercoledì 1 ottobre 2025

Quell'estate dell'87: dal racconto alla realtà. Finalmente hanno un nome gli assassini di Pier Paolo Minguzzi

di Fabio Pagani

Ci sembra doveroso e di stringente attualità, ripubblicare il notevole racconto dell'amico Marcello Monti, "Quell'estate dell'87", riguardante il sequestro a scopo di estorsione e l'omicidio del giovane alfonsinese Pier Paolo Minguzzi, all'epoca 21enne carabiniere di leva.

Proprio ieri, infatti, è stata divulgata sui giornali e in televisione la notizia che la famiglia attendeva da quasi 40 anni: la condanna, in via definitiva, dei due imputati da parte della Corte d'assise d'appello di Bologna, che ha ribaltato la decisione del procedimento di primo grado. Ergastolo, quindi, per gli ex carabinieri della stazione di Alfonsine, Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, precedentemente prosciolti; assolto, invece, Alfredo Tarroni.

Marcello Monti, vincitore al "Roma Crime Fest" 2024 nella sezione racconti gialli con questa narrazione, ha dato voce ad una storia che lo ha toccato molto, come del resto ha colpito i tanti alfonsinesi che, come lui, c'erano in quel 1987 e furono scossi da un evento di portata impensabile per una piccola comunità come Alfonsine.

Ripubblichiamo volentieri il racconto, in memoria del povero Pier Paolo.

Pier Paolo Minguzzi

Quell'estate dell'87

Vaccolino, primo maggio, 1987

Quando il sole si specchiò nelle acque salmastre del Delta del Po, il suo destino si era già compiuto. Il suo corpo, invece, legato ad una grata di ferro arrugginito, galleggiava sospeso tra la superficie e il fondale, impigliato tra i canneti e cullato da acque poco profonde, in attesa che qualcuno lo notasse. Il suo ritrovamento concluse dieci giorni di ricerche febbrili, ma aprì una serie di interrogativi che proiettò un’ombra densa e fumosa sull’intera comunità di Alfonsine, paese dove la vittima viveva.

La dinamica con cui era avvenuto il rapimento del ventunenne carabiniere di leva, infatti, suggeriva che i colpevoli fossero del luogo. Solo poche persone conoscevano i suoi spostamenti e, tra questi, doveva esserci qualcuno molto vicino alla sua famiglia. Le indagini andavano a rilento. Più passava il tempo e più gli inquirenti faticavano a trovare una pista investigativa attendibile, contribuendo ad alimentare la paura. Il dubbio e il sospetto si insinuavano tra le persone come la nebbia, che da queste parti diventa così fitta da essere tangibile, isolandole e avvolgendole nell’insicurezza. Anche l’estate sembrava tenersi alla larga da qui, manifestandosi solo a luglio inoltrato, mese nel quale prese forma un altro episodio criminoso. A seguito di ripetute minacce a carico di un’altra famiglia facoltosa del posto, veniva chiesto una somma di denaro per evitare che venisse fatto loro del male ma, a differenza del precedente tentativo estorsivo conclusosi tragicamente, si decise di denunciare la vicenda al comando dei carabinieri provinciale, escludendo quello locale. Su suggerimento delle forze dell’ordine, le parti si accordarono per pagare metà della somma richiesta e fu approntato un piano per incastrare i malviventi.

Marcello Monti, autore del racconto

Lunedì 13 luglio, Alfonsine, ore 17:00

Un uomo sulla trentina, afferrò la birra fresca che aveva ordinato al bar della stazione di servizio e si sedette all’esterno del locale. Con le mani callose appoggiò la bibita sul tavolino accanto e con le dita ancora sporche di grasso sotto le unghie sfilò una Lucky Strike che aveva incastrato tra l’orecchio e i riccioli neri. L’accese, distese le gambe sulla sedia che aveva di fronte e, guardando nel vuoto, si fumò la sua bionda. Una sciantosa dal trucco appariscente si avvicinò chiedendogli una sigaretta, ma lui la mortificò con un ghigno, mostrandogli il pacchetto ormai vuoto.

«Anche ieri sera è andata male al casinò?» la donna si lasciò scappare una risata sarcastica.

«Come sempre, un po’ ho vinto e un po’ ho perso…» rispose lui, dopo aver sputato una pagliuzza di tabacco. «Ma la prossima volta andrà meglio!» La voce dell’uomo trasmetteva l’ineluttabile certezza di chi è consapevole che il destino, prima o poi gli avrebbe concesso l’opportunità di svoltare. E lui si sentiva pronto per coglierla. Poi, aspirò una generosa boccata di nicotina che soffiò via come a scacciare un brutto pensiero.

Dopo qualche minuto, una pattuglia di carabinieri parcheggiò la loro volante nel piazzale dello stesso bar. Osservarono chi ci fosse all’interno e attesero qualche istante prima di entrare. Alla loro vista, l’uomo dai riccioli neri strinse il pugno con cui aveva afferrato la bibita. L’espressione che seguì ne accentuò le spigolosità del viso. Loro, avvicinandosi all’ingresso, accennarono un saluto sfiorandosi la visiera del cappello d’ordinanza. Lui contraccambiò con un flebile sorriso di cortesia.

I militari ordinarono un caffè e, mentre il resto degli avventori canticchiava Thriller in un inglese farfugliato, l’uomo seduto all’esterno li raggiunse. Poi, mormorò qualcosa che non doveva essere udito da altri. I militari lo guardarono con quella supponenza di chi crede di avere il mondo in pugno, lasciarono i soldi sul bancone e si allontanarono.

Lido Adriano, ore 17:00

Una giovane donna, che stava stirando una camicia bianca, indugiò qualche istante ad osservare il marito seduto sul piccolo divano di casa mentre fissava il televisore spento. Nonostante alle diciotto iniziasse il suo turno al comando del nucleo operativo dei carabinieri di Ravenna, era ancora in mutande e canottiera a righe fini. «Che c’è amò, oggi mi sembri strano.»

L’uomo sorrise per rassicurarla, ma la tensione lo fece apparire innaturale, confermando le preoccupazioni della moglie. «Oggi, è la mia prima missione e credo che stasera ci sarà da sparare…»

La donna si massaggiò il ventre e poi puntò l’indice verso il marito. «Non fare cazzate! Ti ricordo che, l’anno prossimo, diventerai padre.»

«Sono l’ultimo arrivato, credi che dovrò fare tutto io?» L’uomo sdrammatizzò con una battuta, che in cuore suo sperava corrispondesse alla verità. Vestì la camicia bianca e poi il resto dell’uniforme. Baciò la moglie sulla fronte e le sorrise nuovamente prima di chiudere la porta dell’appartamento alle sue spalle.

Alfonsine, ore 22:00

Due uomini parcheggiarono la loro Fiat 127 bianca nel garage di una casa abbandonata nella campagna appena fuori dall’abitato che diede i natali al poeta Vincenzo Monti. Ad attenderli, c’era l’uomo magro dai capelli ricci corvini che, come una belva in trappola, camminava inquieta, sotto l’ombra di una pergola. I due chiusero il portone in lamiera e si avvicinarono.

«Tutto a posto!» Il più giovane dei due si affrettò a tranquillizzare l’uomo.

«Tutto a posto un cazzo! Vi devo ricordare cos’è successo l’ultima volta? Abbiamo commesso un’ingenuità ed è andato tutto a puttane. Siamo andati bene che non ci hanno beccato, Cristo Santo!» L’uomo ruggì con rabbia verso i due complici. «Quante volte vi ho detto di non farci vedere insieme! Ogni leggerezza può far saltare tutto. Piuttosto, siete sicuri che nessuno conosca le nostre intenzioni?»

«Non sospettano nulla. Tra l’altro, questa sera, hanno messo in servizio il più rincoglionito.» I tre risero rumorosamente.

Furono subito riportati al silenzio dall’uomo riccioluto. «Avete lasciato le vostre armi in caserma?»

Gli altri due fecero un cenno d’assenso. «E tu, hai portato la Smith & Wesson?» chiese il più giovane della comitiva.

L’uomo riccioluto prese un fagottino che teneva custodito sotto la sella del motorino parcheggiato all’ombra della pergola e lo mostrò. «Come ci organizziamo?»

Uno dei due prese una cannetta della stuoia di vimini che rivestiva la pergola e lo spezzò in tre parti di dimensioni diverse. Chi avesse estratto il legnetto più piccolo, avrebbe assegnato i compiti. Così fu l’uomo più smilzo a farlo. Per sé stesso scelse la guida, al più giovane affidò il compito di recuperare il malloppo, mentre all’altro consegnò la pistola.


Taglio Corelli, ore 22:00

«Oggi fa veramente caldo e l’aria è irrespirabile!»

Un giovane carabiniere del Nucleo Operativo di Ravenna era sul luogo a lui assegnato, all’interno di una volante e in compagnia di un maresciallo.

La piccola frazione alle porte di Alfonsine era un luogo facile da presidiare. Poche case, per lo più abbarbicate ad un tratto rettilineo compreso tra due grandi curve dell’arteria stradale che unisce la pianura emiliana alla costa romagnola, e spazi ampi che consentivano di controllare con largo anticipo chi potesse transitare da quelle parti. Il piano prevedeva che la borsa contenente la somma pattuita fosse posizionata in uno spiazzo antistante il cancello di accesso alla casa cantoniera. Una volta recuperata, i carabinieri più vicini dovevano verificare che i malviventi fossero disarmati e, solo a quel punto, intervenire. Nel caso fossero riusciti a fuggire, tutte le vie di fuga erano state preventivamente presidiate. Nessuno sapeva di quell’operazione, eccetto i dodici uomini coinvolti e il loro comandante.

«Non preoccuparti, tra poco più di un’ora questo caldo sarà solo un appiccicoso ricordo. Poi, te ne torni a casa dalla tua mogliettina a Lido Adriano.» Il maresciallo si tolse il cappello e asciugò la testa.

Parvi crinuta con la mano.

L’altro, ruotò più volte la fede nuziale attorno all’anulare.

«Lo sai che non possiamo permettercelo, vero?» Il maresciallo si rivolse all’appuntato in modo paterno.

«Cosa?» Le pupille si dilatarono, trasformandosi in due chicchi di caffè che accentuarono le rotondità del viso.

«Di avere paura!»

Il giovane collega annuì, vibrando il capo.

«La paura è un lusso, figlio mio. Ogni nostra incertezza la potremmo pagare con la vita. Ma oggi è il tuo giorno fortunato, perché, fino a quando starai con me, non ti accadrà nulla. Sarò il tuo Maradona.»

Il giovane appuntato sorrise orgoglioso. Per la prima volta Napoli non era ricordata solo per i suoi vizi e, dopo lo storico primo scudetto, anche per qualche virtù. Lui era di Caserta, ma mai come ora tutti i campani si sentivano napoletani e, così, rivalersi contro i pregiudizi che li vedevano relegati sempre sul fondo della società. Anche per questo, all’inizio, si era adattato a stare in cucina pur di essere dalla parte giusta. Festeggiò come a capodanno, quando fu promosso al nucleo operativo, anche se il regalo per quella promozione l’avrebbe scartato nove mesi più tardi.

«Secondo lei, sono gli stessi?»

La domanda sorprese il maresciallo. «Questa cosa da dove viene fuori?»

«Vede, un sequestro finito male e un tentativo di estorsione in soli due mesi e mezzo, in un posto dove non accade mai nulla… a me sembra davvero strano.»

«Pensi alla criminalità organizzata?»

«Non lo so, non credo. E chi sono io per dirlo... Però, penso che ci sia un legame tra le due vicende.»

«E come?»

«Vede, il giorno in cui questo ragazzo è stato ritrovato, io c’ero…» Il giovane carabiniere guardò il maresciallo come per fare una confessione. «Quando l’hanno estratto dall’acqua, ho subito notato che c’era qualcosa che non tornava.»

Il maresciallo lo esortò a continuare.

«Innanzitutto, il cappuccio. Se non vuoi che qualcuno ti riconosca, non utilizzi un sacco con dei fori all’altezza degli occhi, questo mi pare ovvio…»

«E poi?»

«Di gente incaprettata purtroppo ne ho vista, ma quella non aveva nulla a che fare con quel modo là… La fune, che legava i polsi e le caviglie, arrivava fino al collo… Capisce?»

Il maresciallo guardò un punto indefinito come se stesse immaginandosi la scena. «Si è soffocato nel tentativo di liberarsi…»

«Esatto, e questo è avvenuto la sera stessa del rapimento. Probabilmente, mentre era rinchiuso nel bagagliaio dell’auto che lo stava trasportando al covo.»

«Hai informato di questo i superiori?»

«Troppe chiacchiere, marescià! Qui nisciun si fida più…»

Il maresciallo sorrise bonariamente. «Quel giorno, al Po di Volano, hai visto qualcos’altro?»

Il giovane carabiniere si guardò le ginocchia e annuì, serrando la mascella. «Sì, oltre a noi del nucleo operativo, c’era un ragazzo che più o meno aveva la mia età… L’ho notato perché si muoveva con una certa disinvoltura. Allora gli ho chiesto i documenti…»

Il maresciallo gli fece cenno di proseguire.

«Mi disse che era del comando di queste parti e che, pur non essendo in servizio, si era precipitato per verificare che il corpo ritrovato corrispondesse a quello del ragazzo che stavano cercando da dieci giorni.»

«Bè, che c’è di strano?»

«Come faceva a saperlo, se non era in servizio?»

Il silenzio, che avvolse i due carabinieri, fu interrotto dal gracchiare della radio che comunicò loro l’inizio dell’operazione.

Alfonsine, ore 23:45

I tre uomini spensero il loro ultimo mozzicone di sigaretta, schiacciandolo sul viottolo ghiaiato della cascina in cui si erano nascosti fin dalla tarda serata e dove avevano pianificato come muoversi dopo il colpo. La strategia stabiliva di fare tappa, in momenti diversi, al casinò di Sanremo e millantare al bar e con i colleghi vincite milionarie. Fino a quel momento, avrebbero dovuto condurre le vite di sempre. All’idea del loro ricco futuro, risero sguaiatamente e si scambiarono delle pacche di incoraggiamento. Poi, aprirono il portone di lamiera dove avevano tenuto celata la macchina.

Prima di salire sulla Fiat 127, il più giovane ebbe un tentennamento. «E se fosse una trappola?»

Un fremito si infiltrò sotto le magliette, facendoli rabbrividire. Di colpo le loro certezze vacillarono e i sorrisi furono sostituiti da pieghe profonde a solcarne i volti come calanchi, nonostante fossero tutti molto giovani.

«Non è il momento di dire delle cazzate!» La pesante inflessione romagnola del più grande dei tre frantumò quel gelo e li spinse a proseguire, dissolvendo i timori del giovane complice. «Se hai avuto l’impressione che qualcuno abbia capito chi siamo e abbia mangiato la foglia, dillo ora perché dopo sarà troppo tardi. Se te la fai sotto, è ormai troppo tardi anche per quello!»

Quando il più giovane salì, l’uomo più magro e dai capelli ricci era già alla guida e quello con la pistola era seduto sul sedile posteriore. Uno sbuffo poderoso accumunò i tre uomini. Una volta imboccato la Statale, accesero i fari e sintonizzarono l’autoradio su un’emittente locale che stava trasmettendo l’ultimo successo di Mick Jagger da solista, Let’s work. Gli sembrò persino una coincidenza fortunata. Poi, chiusero i finestrini e, lentamente, si diressero in contro al proprio destino.

Taglio Corelli, ore 23:50

Il buio della campagna era interrotto da alcuni lampioni che, come una linea tratteggiata, univa il centro abitato di Alfonsine con quello della sua frazione. La visibilità non era ottimale, soprattutto dalla posizione che era stata assegnata ai due carabinieri. Non si distingueva nemmeno il piano stradale dal fossato. Anche le luci delle abitazioni erano spente, fatta eccezione per quella che proveniva dalla finestra in prossimità della casa cantoniera. Il maresciallo la notò quando udì il rumore di un’auto in avvicinamento, perché poco dopo si spense. Pensò ad un segnale e, contravvenendo agli ordini, abbandonò la posizione prevista dalla loro consegna.

«Perché siamo venuti qua?» bisbigliò, l’appuntato.

«Perché voglio vedere in faccia questi bastardi!»

Mentre l’auto si avvicinava trasportando con sé la musica allegra di Mick Jagger, i due carabinieri, acquattati nel fosso, sentivano i loro battiti squassargli il petto.

L’auto arrestò il suo rotolamento inerziale, proprio di fronte all’esca. La portiera si aprì di scatto aumentando i decibel della radio. Quando la mano tesa afferrò la borsa, il maresciallo alzò appena lo sguardo per consegnare un cenno d’intesa all’appuntato.

Il giovane carabiniere emerse dal nascondiglio. «Tasca, ma che cazzo ci fai qua?» urlò all’indirizzo del delinquente. Lui, spaventato, gli gettò contro la borsa e tentò di riguadagnare la macchina.

«Vetrano, fermati!» Il maresciallo gridò, nel vano tentativo di impedire al collega di fare una sciocchezza.

D’istinto, l’appuntato si buttò addosso al malvivente e non si accorse che il complice con la pistola aveva già preso la mira. Il proiettile raggiunse il petto del giovane carabiniere che cadde a terra. Il maresciallo, sorpreso, esitò prima di rispondere al fuoco, le gomme fischiarono e gli altri due complici fuggirono. Il giovane appuntato ebbe solo il tempo di vedere il maresciallo bloccare a terra il collega coetaneo e ammanettarlo, poi chiuse gli occhi per sempre. La loro fuga fu brevissima, durò meno di un ghiacciolo a ferragosto. Alla curva successiva, due volanti avevano già interrotto la loro folle corsa. Le altre li avevano raggiunti alle spalle ed accerchiati.


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giovedì 25 settembre 2025

Omaggio a Claudia Cardinale, l’immortale Angelica de "Il Gattopardo"

di Fabio Pagani 

Se n’è andata non solo un’attrice, ma un’icona di stile ed eleganza. A 87 anni ci lascia Claudia Cardinale: occhi neri, carnagione mediterranea, una bellezza inconfondibile che rimarrà incastonata nei ricordi di tanti di noi.

Claudia Cardinale e Burt Lancaster nella scena del ballo de Il Gattopardo

Nata a Tunisi nel 1938, inizia la propria carriera nel cinema negli anni ’50; la vera svolta arriva nel 1957 quando nella sua città viene bandito un concorso di bellezza che la Cardinale vince, ottenendo il premio di un viaggio al festival di Venezia. Qui, la giovane attrice viene notata e spicca un volo lungo oltre mezzo secolo. Nel 1958 recita ne I soliti ignoti di Mario Monicelli e, l’anno dopo, in Un maledetto imbroglio di Pietro Germi, regista che ne valorizza in pieno le doti artistiche.

Sono gli anni ’60 a segnare la svolta professionale di Claudia Cardinale: da Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti a Il bell’Antonio, accanto a Marcello Mastroianni: pare che l’attore romano si fosse preso una cotta per la Cardinale, senza però esserne stato ricambiato. Arriviamo al 1963: l’immortalità artistica della nostra diva si traduce ne Il Gattopardo di Visconti (con un cast stellare: da Alain Delon a Burt Lancaster, tanto per fare due nomi…) e 8 e ½ di Federico Fellini. Nel primo, interpreta Angelica Sedàra e la scena del ballo è uno di quei momenti impressi nella memoria di ogni appassionato; avvolta in un vestito bianco e stretta in un bustino che ne esalta la figura, con i capelli neri incorniciati da una coroncina di fiori, i suoi passi di valzer riempiono lo schermo di sensualità; nel secondo, è una donna angelicale, un ideale femminile, puro ed elegante che sembra uscire direttamente dalla mente del personaggio di Guido, interpretato da un magistrale Mastroianni.

La Cardinale nel ruolo di Angelica ne Il Gattopardo

Arriva anche il debutto al di fuori dei confini nazionali con La pantera rosa di Blake Edwards per proseguire con ruoli da protagonista in altri film italiani rimasti nella storia: da La ragazza di Bube di Comencini, a Il giorno della civetta di Damiani fino a C’era una volta il west di Sergio Leone.

La Cardinale in C'era una volta il west

Gli anni ’70 la vedono impegnata in produzioni francesi: ricordiamo, fra le altre, Il clan dei marsigliesi, a fianco di un altro divo, Jean Paul Belmondo. Da sottolineare anche la maiuscola interpretazione della Cardinale in Gesù di Nazareth di Zeffirelli, film che ebbe un successo mondiale. Negli anni ’80 la vediamo recitare in Claretta, diretta da Pasquale Squitieri, film che tratta il controverso personaggio della giovane amante di Mussolini. Verso la fine del decennio Claudia Cardinale si trasferisce in Francia, continuando a lavorare nel cinema sostanzialmente fino al 2012, quando recita nel film Gebo e l'ombra di Manoel de Oliveira.

Una carriera incredibile e ricca di premi: cinque David di Donatello, il Leone d’oro alla carriera alla mostra di Venezia e l’Orso d’oro alla Berlinale.


Grazie, Claudia Cardinale, per la classe, il garbo e la statura artistica con cui hai scritto, in modo indelebile, pagine uniche di un cinema intramontabile.


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mercoledì 17 settembre 2025

L'Avversario che è dentro ognuno di noi

di Fabio Pagani

Cogliamo l’occasione dei 25 anni dalla prima uscita di uno dei romanzi più riusciti dello scrittore francese Emmanuel Carrère, L’Avversario. Una lettura coinvolgente e sempre viva, che fa riflettere. Ognuno di noi può nascondere lati sconosciuti a chi ci vede in un determinato modo; spesso, però, ce ne rendiamo conto, pensando invece di essere talmente reali nell’identità che ci siamo costruiti da recitarne perfettamente la parte.

L’Avversario di Emmanuel Carrère è basato su un fatto vero e tratta la vicenda di Jean Claude Romand, che il 9 gennaio 1993 ha ucciso la moglie Florence, i due figli Antoine e Caroline e i genitori. Romand è un medico specializzato nel campo della ricerca, apprezzato sia dai colleghi che dalle più importanti personalità della politica. Frequenta l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) di Ginevra ed è stimato da tutti. Almeno così lui dice.

Quando quella mattina di gennaio la casa dei Romand sta andando a fuoco, Luc Ladmiral, amico di vecchia data di Jean Claude, è chiamato sul posto e vede la straziante scena dei pompieri che stanno portando via i corpi dei familiari di Romand; ben presto, però, la polizia capisce che si tratta di omicidio e non di tragico incidente. I sospetti iniziano a cadere su Jean Claude: gli agenti telefonano all’OMS, dove Romand lavora, ma nessuno lo conosce. Nessuno sa chi sia il dr. Romand e se abbia uno studio in cui esercitare; il suo nome non figura in alcun ospedale parigino nel quale egli sostiene di avere svolto il tirocinio, né all’università di Lione, dove si sarebbe laureato.

Insomma, per farla breve, Romand ha una doppia vita: racconta a moglie e figli una falsa verità, mentre trascorre intere giornate nei parcheggi ad attendere che si faccia sera per tornare a casa; inventa impegni, convegni, frequentazioni. Quando il peso dei fallimenti mai dichiarati diventa insostenibile, ecco il folle gesto.

Carrère si fa sedurre da questa storia di cronaca nera e decide di inviare una lettera a Romand qualche mese dopo la mattanza: “Desidero farle capire che a spingermi verso di lei non è una curiosità malsana o il gusto del sensazionale. Ai miei occhi ciò che lei ha fatto non è il gesto di un comune criminale, né di un pazzo, ma di un uomo spinto agli estremi da forze che non controlla, e vorrei mostrare all’opera proprio queste terribili forze”. Da questo primo contatto ne sono seguiti altri che hanno consentito allo scrittore di costruire il suo romanzo-verità.

Emmanuel Carrère

Jean Claude Romand, un uomo dominato dai propri demoni, incapace di confessare alla moglie le menzogne di una vita mai impostata. “Il lato sociale era falso, ma quello affettivo era autentico”, dice al processo che lo condannerà al carcere a vita con 22 anni di isolamento.

L’Avversario è il male, la vergogna, la pulsione irrefrenabile che spinge il protagonista della storia a tradire in primis se stesso e poi i suoi affetti, alimentando un’enorme bugia ogni giorno sempre più ingombrante. L’ombra e l’oscurità, simboli dell’angelo ribelle a Dio, sono i lati oscuri della psiche che, nel caso di Romand, prorompono in tutta la loro violenza.

L’Avversario, di Emmanuel Carrère, Adelphi Edizioni, Milano.

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