Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 14 gennaio 2026

Epifania, Befana, Pasquetta: quanti nomi per il 6 gennaio!

di Fabio Pagani 

Abbiamo da poco trascorso le festività natalizie che, come noto, si chiudono con l’Epifania. La presentazione di Gesù ai Re Magi rappresenta l’inizio di una nuova era, quella della cristianità che cambierà il mondo.

In pochi, però, celebrano il significato religioso dell’Epifania, meglio nota, nella cultura popolare, come giornata della befana. Ma c’è un nesso fra i Re Magi e la befana? Inoltre, lo sapevate che in alcune zone d’Italia, compresa la Romagna, il 6 gennaio è conosciuto come Pasquetta? Andiamo con ordine.

Adorazione dei Magi
(Giotto, affresco, Cappella degli Scrovegni, 1303 circa)

Secondo una leggenda che compare in più testi, i Magi (che forse non erano né Re né in tre! Probabilmente erano astrologi…) non riuscivano a trovare la strada per Betlemme e allora chiesero informazioni ad un’anziana signora, che li aiutò, rifiutandosi però di accompagnarli. Pentitasi di non aver seguito i pellegrini, preparò una cesta piena di dolci e uscì alla ricerca dei Magi, senza trovarli; a quel punto decise che si sarebbe fermata in ogni casa lungo il suo cammino, donando sempre qualcosa ai bimbi, nella speranza che uno di questi fosse Gesù. Ecco, quindi, che da allora la vecchia è diventata la nostra befana, colei che, nella cultura di massa, porta regali ai più piccoli, di notte, scendendo dai camini delle case. Non ha l’opulenza di Babbo Natale, ha meno possibilità: mandarini, frutta secca, qualche caramella e, se non si è stati buoni, un po’ di carbone.

La befana vien di notte...

Ma i nostri Re Magi? Mentre la vecchia signora li cerca, loro sono arrivati a Betlemme: è il momento dell’Epifania. Parola greca, ἐπιϕάνεια, cioè “apparizione”, quella di Gesù al mondo intero.

L’Epifania, che tutte le feste porta via!”. Quante volte abbiamo sentito questo detto? Forse i più giovani non lo conoscono, ma noi ricordiamo molto bene che l’approssimarsi del 6 gennaio emetteva sinistri segnali di campanelle e voti sul registro: riprendeva la scuola e non poteva esserci epilogo peggiore.

Abbiamo in sospeso l’ultima curiosità, se ricordate: perché da noi, ma anche in altre zone d’Italia come Liguria e Veneto, l’Epifania è detta Pasquetta? La parola ebraica da cui ha origine è Pesach, che significa “passare oltre”. Questa festività, dunque, demarca un cambiamento: come il 6 gennaio corrisponde alla natività di Gesù e, successivamente, al passaggio dalle tenebre alla luce, così il lunedì dell’Angelo saluta la Risurrezione del Cristo e l’inizio della bella stagione. In Romagna c’è anche il detto “Par la Pasquéta un’uréta” (dal 6 gennaio un’ora in più di luce), così come fanno parte della tradizione i canti dei Pasqualotti (i Pasquarùl, le anime dei defunti tornati sulla terra), che nei primi giorni di gennaio portano di casa in casa i canti augurali per il nuovo anno.

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sabato 3 gennaio 2026

Aperitivo etimologico

di Fabio Pagani

Cari lettori,

nell'augurarvi buon anno, vi regalo tre modi di dire molto utilizzati ancora oggi nel nostro "parlato".

Lapsus linguae = Scivolone della lingua (modo di dire).

E’ espressione di origine biblica, atta a significare la pronuncia di una parola al posto di un’altra che si ha in mente. La sua fortuna, in epoca contemporanea, è dovuta soprattutto agli studi di Freud condotti sul fenomeno. Nel linguaggio quotidiano si usa semplicemente la forma lapsus, senza far seguire il genitivo linguae.

Qui pro quo =  Una cosa per l’altra (detto proverbiale).

Questa espressione, di origine ignota anche se probabilmente legata alla filosofia scolastica medioevale, deriva forse dalla “corruzione” popolare di qualche altro modo di dire, dato che nell’attuale formulazione non ha alcun significato (infatti la sua traduzione letterale sarebbe:” il quale per il quale”. E’ probabile che il primo pronome fosse in origine un quis o un quid, dando come traduzione o “quale cosa al posto di un’altra” oppure “chi al posto di chi”. Comunque la formula gode ancora oggi di grande popolarità tanto da venire considerata alla stregua di un sostantivo (“il quiproquo”, “un quiproquo”), che è sinonimo di equivoco. Nel mondo anglosassone invece ha assunto il significato di scambio, di una cosa in cambio dell’altra.

Errata corrige  = Correggi gli errori (dal linguaggio editoriale).

Anche se l’espressione ha il verbo all’imperativo, questa locuzione sta ad indicare un elenco di errori che si usa collocare in calce ad un testo, quando l’editore si accorge della loro presenza, ma non può provi rimedio dato che la stampa è già avviata. E’ molto frequente in ristampe e riedizioni, forse perché i lettori più attenti hanno segnalato sviste che vengono poi puntualmente corrette.

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venerdì 26 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 3

di Fabio Pagani

Cari lettori,

oggi ci addentriamo nella terza e ultima parte del nostro viaggio: parliamo di Palazzo Grazioli e di Palazzo Marini, luoghi storici di Alfonsine vecchia, due dei pochissimi rimasti in piedi dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.  

PALAZZO GRAZIOLI

Sul lato sud di piazza Monti, uno dei pochi edifici rimasti di Alfonsine “vecchia”: i Grazioli erano una famiglia trentina che si stabilì in paese ad inizio ‘900, aprendo un negozio di ferramenta. L’attività fruttò molto bene, tant’è che i Grazioli costruirono per sé un palazzo a tre piani che, ancora oggi, porta il loro nome. Con la recente ristrutturazione, l’edificio è passato nelle mani di una immobiliare e ospita negozi, uffici di una banca e abitazioni private.

Una curiosità: come mai questo lato di Alfonsine è stato preservato dalla distruzione? Si pensa che i tedeschi avessero finito le bombe per minare la zona o che non fossero arrivati in tempo per farlo prima del 10 aprile. Meglio così.

Palazzo Grazioli, al centro (1930)



Palazzo Grazioli, oggi


PALAZZO MARINI

Siamo all’inizio di via Roma, in uscita da Alfonsine. Questo palazzo, risalente al XVIII secolo e ristrutturato in anni recenti dal Fayat Group – Marini, da cui prende il nome, è la testimonianza architettonica più importante e antica del nostro paese, con la sua sala ad archi utilizzata per mostre, concerti e presentazioni culturali. A metà ‘700, il palazzo era un complesso unico insieme alla casa abbinata che dava su corso Garibaldi e che fu la prima locanda del paese, detta “della Colombina”; palazzo Marini, qualche anno dopo, fu uno stallatico, cioè un alloggio per cavalli, mentre nel 1914 divenne sede dei monarchici conservatori di Alfonsine e fu il primo luogo assalito dai rivoltosi durante la “Settimana rossa”. Negli anni ’30, Giuseppe Marini acquisto il palazzo e lo trasformò prima in fabbrica e poi in magazzino; con la ristrutturazione degli ultimi anni, gli è stato attribuito il nome con cui tutti lo conoscono.


Palazzo Marini oggi e ieri




Le fotografie sono state scaricate dal sito www.alfonsinemonamour.it

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mercoledì 17 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 2

di Fabio Pagani

Proseguiamo il nostro tour nei posti più iconici della città al fine di trasmettere, anche ai più giovani, il significato più profondo delle nostre radici.

Oggi parliamo del Santuario di Madonna del Bosco e del Museo della battaglia del Senio.

Santuario della Madonna del Bosco

Il Santuario di Madonna del Bosco si trova lungo la via Raspona, poco prima del ponte sul Reno: qui, nel primo ‘700, a seguito di un evento drammatico che provocò la morte di un contadino, Domenico Pochintesta, il fattore degli allora marchesi Spreti decise di invocare la protezione di Maria, apponendone l’immagine sacra sul luogo della disgrazia. E così sarebbe stato nei tempi a seguire, con il Santuario che venne costruito grazie alla permuta che gli Spreti fecero di alcuni loro terreni e alle elemosine raccolte, per una cifra totale di 2419 scudi. La chiesa, fino a qualche decennio fa, conteneva le originali tavolette votive, ora custodite presso la Curia di Faenza. Si può trovare ampia documentazione su quanto detto non solo sul web, ma anche nei testi cartacei quali i Quaderni Alfonsinesi ed i volumi sulla storia di Alfonsine, consultabili presso la biblioteca comunale.


Il Santuario della Madonna del Bosco

Museo della battaglia del Senio

Il Museo del Senio nasce nel 1981 per custodire e tramandare la memoria dell’ultimo biennio della seconda guerra mondiale. Un luogo dedicato alla Resistenza, alla lotta per la liberazione e al territorio non soltanto comunale, ma anche del distretto e oltre. Voluto dall’ANPI e dallo stato maggiore dell’esercito, questo spazio racconta di battaglie, di armi, di persone.
All’esterno si nota un iconico oggetto evocativo, vale a dire parte di un esemplare di “ponte Bailey”, utilizzato dall’esercito inglese per procedere sul territorio nelle zone vallive.
All’ingresso, si viene accolti da grandi immagini che rappresentano i protagonisti del racconto: soldati tedeschi ed alleati, civili, mezzi militari e scene della drammatica distruzione dell’abitato. Al piano superiore vi sono armi, cartografie e oggetti militari, oltre ad accattivanti pannelli fotografici; completano il museo le nuove camere emozionali, che permettono al pubblico di vivere l’esperienza immersiva della ricostruzione di un rifugio antiaereo.

Sala interna del Museo del Senio


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venerdì 12 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 1

di Fabio Pagani 

Inauguriamo una piccola rubrica su alcuni dei luoghi storici della città di Alfonsine. In molti ne conoscono le vicende legate alla Resistenza ma, con uno sguardo più attento, possiamo scoprire angoli interessanti, noti o meno popolari, che vogliamo mettere in luce.

Partiamo con due posti: Casa Monti e Palazzo Fernè.

CASA MONTI

“…domattina riposerò sotto il tetto che mi ha veduto nascere. Questa idea mi fa battere il cuore e mi torna in pensiero tutta la mia gioventù…”.

Con queste parole, il poeta Vincenzo Monti ricorda la casa dove nacque, nel 1754, terz’ultimo di dieci figli. Il podere fu acquistato dal padre nel 1749, un anno prima di costruirvi l’abitazione. I Monti si trasferirono poi a Maiano nel 1774, lasciando l’immobile di Alfonsine ad un parente; la proprietà passò, a metà ‘800, alla famiglia Bagnara, a cui era legato un terribile fatto di sangue: il giovane Cassiano Bagnara morì durante un tentativo di rapina effettuato dalla “Ligaza di Trentasì”, molto attiva in Romagna fra il 1863 e il 1865. Non avendo i Bagnara degli eredi, la casa fu rilevata dal medico condotto Cassiano Meruzzi, che vi abitò fino al 1951, quando il podere passo nelle mani del Comune di Alfonsine. L’edificio fu restaurato dall’Amministrazione Comunale in occasione del bicentenario della nascita di Vincenzo Monti. Altre celebrazioni: 1928, nel centenario della morte; 1978, nel centocinquantesimo della morte; 1998, restauro definitivo e 2024, riammodernamento degli interni a corredo del 270° della nascita. 


Casa Monti: esterno e sala con busto del Poeta


PALAZZO FERNE’

Questo bellissimo palazzo, che costeggia via Mameli e si può ammirare dall’alto percorrendo la passerella di legno sul Senio, deve il proprio nome ad una ricca famiglia di Lavezzola che commerciava in vino. Uno degli eredi dei Fernè, a fine ‘800, sposò una ragazza di Alfonsine, Anna Massaroli, ed i due coniugi andarono a vivere nella villa appartenuta ai genitori della giovane, donata come dote alla nuova famiglia Fernè. Durante la seconda guerra mondiale, la casa fu utilizzata come ricovero per i feriti, mentre ad ostilità appena finite fu sede del Comitato di Liberazione Nazionale. Per un breve periodo, prima della ricostruzione del paese, palazzo Fernè ospitò la sede del Comune di Alfonsine. Oggi, la villa è di proprietà di un privato.

Palazzo Fernè: esterno e sala studio



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mercoledì 3 dicembre 2025

La scuola al tempo di Eduscopio è ancora scuola?

di Fabio Pagani

Per chi non mastica il linguaggio burocratico della scuola, con “Eduscopio” intendiamo l’indagine che, ogni anno, la Fondazione Agnelli conduce sugli istituti superiori e sul livello di preparazione che essi rilasciano agli studenti diplomati e che hanno già frequentato il primo anno di università.

Il termine è la sintesi di due parole di estrazione classica: “edu”, da “edùcere”, vale a dire “tirare fuori”, mentre “scopio” dal greco “σκοπέω”, cioè “guardare / esaminare”. In pratica, si analizza il risultato formativo ed educativo che la scuola ha saputo dare ai ragazzi.

Proprio oggi sono usciti gli esiti dell’ultimo studio, che copre gli anni scolastici dal 2019/20 al 2021/22: nella regione Emilia Romagna, se ci soffermiamo soltanto sui licei (lascio da parte gli istituti tecnici e professionali per non tediarvi oltre), la provincia di Ravenna primeggia o si attesta sul podio: prima per quanto riguarda il Liceo Scientifico, seconda nel Classico e nel Linguistico, terza nelle Scienze Umane. Se, invece, ci limitiamo alla sola circoscrizione ravennate, Lugo è in testa allo Scientifico e al Classico, mentre è secondo negli altri corsi.

A questo punto, è d’obbligo una domanda: servono davvero queste statistiche? Cercherò di rispondere onestamente, dato che, oltre ad insegnare, svolgo anche la funzione di collaboratore del dirigente scolastico, quindi ho a che fare con tanta, ma proprio tanta burocrazia. A mio parere, l’errore di fondo sta nel merito del verbo “servire” applicato ai numeri: la scuola di oggi è chiaramente cambiata rispetto a quella di ieri, tant’è vero che sono diventati centrali i risultati in termini di visibilità e marketing. Il ruolo stesso del dirigente ha avuto una metamorfosi che lo ha portato a tenere gli occhi ben aperti non soltanto sull’aspetto educativo, ma anche – e molto – su quello istituzionale e territoriale.

Credo che le statistiche di Eduscopio, per quanto siano, quando positive, una bella soddisfazione per la scuola, non rappresentino il senso della comunità faticosamente mantenuta in piedi dagli insegnanti perché non tengono minimamente in considerazione il valore umano e formativo che un valido docente sa trasmettere agli studenti. Non lo devo dire io, ma penso che un buon allievo lo sia se mescola in modo giusto conoscenze e competenze con le qualità umane che, in primis la famiglia, ma poi in larga misura i professori sanno trasmettere.

D’altronde, i numeri non possono e non devono fotografare tutto: un ragazzo brillante all’università non è detto che abbia frequentato con ottimo profitto le scuole superiori; e vale anche il ragionamento inverso, per cui si può fare male nel percorso accademico pur avendo preso 100 all’esame di maturità. E’ chiaro che una scuola non può preparare ottimamente in tutte le materie uno studente: ci sono insegnanti bravi ed altri meno preparati, ragion per cui comprendiamo facilmente che il numero statistico, in sé e per sé, non ha alcun senso reale. Cosa voglio dire: diffidiamo dalle statistiche! Non stiamo giocando il campionato di calcio, nel quale, alla fine, i numeri sono sempre veritieri del valore di una squadra; comprendo molto bene il significato di Eduscopio e la presa che esso ha sulla politica scolastica, ma non posso e non me la sento, in tutta onestà, di condividerne il merito.



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giovedì 13 novembre 2025

La statua dell’Asso degli Assi nel saggio di Giuseppe Masetti

di Fabio Pagani

Il riscatto dell’eroe. Storia sociale del monumento di Lugo a Francesco Baracca. È questo il titolo del contributo che l’autore, Giuseppe Masetti, direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna, ha pubblicato all’interno del volume Sul piedistallo della storia. Monumenti e statue in Emilia Romagna dall’Ottocento a oggi, curato da Sofia Nannini ed Elena Pirazzoli per Viella editore; un tracciato della genesi di quello che è un vero riferimento per tutti i cittadini lughesi, nessuno escluso, da sempre legatissimi al loro aviatore. All'alba dei 90 anni che compirà il monumento nel 2026, ci sembra interessante riproporre la nostra intervista al curatore del saggio.

Dott. Masetti, perché il monumento a Baracca, costruito nel 1936 da Domenico Rambelli, è da considerarsi un particolare caso di studio?

“Mi è stato chiesto di dedicare attenzione all’effigie di Francesco Baracca sulla rivista inserita negli atti annuali degli istituti storici e devo dire che le curiosità che ho avuto modo di approfondire non sono state poche. Partiamo dicendo che, quello dedicato a Baracca, è uno dei pochi monumenti ad personam legati ai personaggi della Grande guerra, che ha prodotto in larga parte sacrari a ricordo di militari generici. Nel 1936, a diciotto anni dalla morte dell’Asso degli Assi, il regime fascista vuole dare una connotazione propagandistica anche alla vicenda dell’aviatore lughese: è il cosiddetto “Fascismo di pietra”, vale a dire un preciso indirizzo architettonico che tende a sfruttare le occasioni celebrative della prima guerra mondiale, portandole ad una mitizzazione del tutto finalizzata al consenso politico e ideologico”.

Mi viene da pensare che la sublimazione di figure come quella di Baracca fosse già in embrione prima dell’avvento del Regime.

“Certamente. Gabriele D’Annunzio, nel 1918, celebra con ardore l’uomo Francesco Baracca, ma è il Fascismo a costruire un sistema vero e proprio: quando si decide, infatti, di finanziare il grande monumento all’aviatore, Mussolini versa di tasca propria cinquecentomila lire per l’opera, mentre Margherita Sarfatti, figura chiave nel percorso politico del Duce, interviene personalmente per affidare la costruzione del monumento stesso allo scultore Rambelli. A quel punto, la grande opera statuaria non viene più intesa come celebrativa dell’uomo Francesco Baracca, ma come omaggio all’aviazione militare italiana, che è quella, per citare un nome, di Italo Balbo e che proprio quest’anno festeggia i cento anni di vita”.

Osservando il monumento, in effetti molti particolari richiamano l’iconografia del Ventennio.

“La statua non presenta alcun tratto distintivo dei piloti della Grande guerra: la tuta, per esempio, è quella degli aviatori anni ’30 e l’eroe di Rambelli è molto distante dall’uniforme attillata, dalle pose studiate e dalle decorazioni che di solito ricoprivano il petto di Baracca. La grande ala, inoltre, non è quella dei biplani, vale a dire i velivoli pilotati nel primo conflitto mondiale, ma ricalca gli aerei del terzo decennio del secolo. Il Fascismo capisce che mitizzare Baracca come eroe invitto e icona della Romagna è utile per celebrare la nuova aeronautica e il sogno della velocità e dell’uomo – macchina”.

Caduto il Regime, c’è stato il reale rischio dell’abbattimento di questa grande opera? E i lughesi come hanno vissuto il rapporto con il monumento nei difficili anni della ricostruzione post – bellica?

“I cittadini di Lugo, nonostante l’inaugurazione del 1936 fosse stata di portata nazionale, sono sempre rimasti affezionati al Francesco di San Potito, vedendo in lui uno del popolo. Baracca trasmette identità, senso di appartenenza alla comunità ed è sempre stato così, anche all’indomani del 25 luglio 1943, giorno della caduta del Fascismo: ai piedi della gradinata del monumento fu cancellato il cartiglio che riportava la scritta “A. XIV E. F.” (Anno quattordicesimo Era Fascista) e questo può essere considerato l’unico episodio di furia iconoclasta post – fascista. I monumenti, oggi ancor di più, parlano a seconda di chi li guarda ed il loro valore cambia nel tempo; anche se stiamo assistendo a diversi episodi prodotti dalla cancel culture, intenzionata a cancellare la memoria di eventi e persone, l’amore dei lughesi per il loro eroe sarà sempre profondo e libero da qualsiasi estremismo”.

(C) Rivisitazione dell'articolo da me pubblicato sul numero de "Il Nuovo Diario Messaggero" del 22/06/2023