di Fabio Pagani
Cari lettori,
oggi ci addentriamo nella terza e ultima parte del nostro viaggio: parliamo di Palazzo Grazioli e di Palazzo Marini, luoghi storici di Alfonsine vecchia, due dei pochissimi rimasti in piedi dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
PALAZZO GRAZIOLI
Sul lato sud di piazza Monti, uno dei pochi edifici rimasti di Alfonsine “vecchia”: i Grazioli erano una famiglia trentina che si stabilì in paese ad inizio ‘900, aprendo un negozio di ferramenta. L’attività fruttò molto bene, tant’è che i Grazioli costruirono per sé un palazzo a tre piani che, ancora oggi, porta il loro nome. Con la recente ristrutturazione, l’edificio è passato nelle mani di una immobiliare e ospita negozi, uffici di una banca e abitazioni private.
Una curiosità: come mai questo lato di Alfonsine è stato preservato dalla distruzione? Si pensa che i tedeschi avessero finito le bombe per minare la zona o che non fossero arrivati in tempo per farlo prima del 10 aprile. Meglio così.
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| Palazzo Grazioli, al centro (1930) |
Palazzo Grazioli, oggi
PALAZZO MARINI
Siamo all’inizio di via Roma, in uscita da Alfonsine. Questo palazzo, risalente al XVIII secolo e ristrutturato in anni recenti dal Fayat Group – Marini, da cui prende il nome, è la testimonianza architettonica più importante e antica del nostro paese, con la sua sala ad archi utilizzata per mostre, concerti e presentazioni culturali. A metà ‘700, il palazzo era un complesso unico insieme alla casa abbinata che dava su corso Garibaldi e che fu la prima locanda del paese, detta “della Colombina”; palazzo Marini, qualche anno dopo, fu uno stallatico, cioè un alloggio per cavalli, mentre nel 1914 divenne sede dei monarchici conservatori di Alfonsine e fu il primo luogo assalito dai rivoltosi durante la “Settimana rossa”. Negli anni ’30, Giuseppe Marini acquisto il palazzo e lo trasformò prima in fabbrica e poi in magazzino; con la ristrutturazione degli ultimi anni, gli è stato attribuito il nome con cui tutti lo conoscono.
Palazzo Marini oggi e ieri
Le fotografie sono state scaricate dal sito www.alfonsinemonamour.it
(c) Riproduzione riservata



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