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giovedì 22 ottobre 2015

Oggi parliamo di Libertà. La L maiuscola non è casuale ...





Nell’antica Roma, Libertas è fra i casi più significativi di come un principio etico-politico possa subire mutamenti profondi nella storia. Nella vita dello Stato repubblicano romano, Libertas oscilla nell’equilibrio instabile della condizione di fatto dei privilegiati e dell’aspirazione politica di quelli che ne godono meno o nulla.
In età repubblicana, Libertas è la sintesi ideologica dell’organizzazione sociale tesa ad opporsi al potere personale; non minore è il timore dei patrizi, i quali avvertono che cedere alle richieste della plebe crea loro dei condizionamenti. Le lotte della plebe, come quelle per l’ammissione alle magistrature più importanti, sono tese giustamente a interessi concreti, ma essi non si ottengono senza una compartecipazione altrettanto concreta ai diritti che la libertà eroga alla classe patrizia.



Nel 238 a.C., il console Tiberio Sempronio Gracco costruisce e dedica a Libertas un tempio sull’Aventino, colle sacro alla plebe, chiaro segno di una tenace volontà politica. Unito poi al culto di Giove stesso, ne diviene una sorta di epiteto nella denominazione di Juppiter – Libertas (Giove-Libertà), nella quale è riconoscibile un influsso dello Zeus Eleuthèrios (il Giove Liberatore) greco.
La voglia di libertà ovviamente diventa più viva, fino a diventare volontà accesa, quanto più una situazione minaccia di farla perdere. In Cicerone questa consapevolezza, nel momento in cui vive, trova espressioni nelle quali la passione di parte si anima di accenti sinceri. Nel De lege agraria (II, 6, 15), l’oratore prospetta il tentativo che viene fatto di togliere al popolo perfino la libertà (eripi etiam libertatem: [ci] viene tolta anche la libertà!) e questo proprio attraverso il tribuno della plebe, che i maiores (gli antenati, i patriarchi della Repubblica) hanno voluto come difensore e custode di essa. Nella seconda Filippica (II, 113), Cicerone identifica la pace con la libertà: “pax est tranquilla libertas, servitus postremum malorum omnium non modo bello, sed morte etiam repellenda”. E’ quanto dire che, nell’eventualità, una guerra civile non solo è giustificata, ma anche doverosa. Questo non è solamente il pensiero di Cicerone, ma è anche quello dei Romani, per i quali la Libertas non è laica e la rivolta sarebbe quindi protetta dagli auspici di Giove.
Infine, sempre Cicerone, nella quarta Filippica (IV, 5, 11), definisce la libertà come esigenza propria del genere e del nome dei Romani: “…libertatem propriam generis ac nominis vestris”.
Pur tenuto conto che si tratta di un discorso forense e per questo facile al ricorso ad espedienti emotivi, è chiaro che Cicerone non potrebbe non essere dominato anch’egli dallo spirito che l’imperium, vale a dire il potere, genera; nei riguardi dei popoli sottoposti, Roma non può adottare la libertas e non sempre sviluppa quella humanitas che pure una retta amministrazione può consentire.
Roma patisce per la libertà anche al proprio interno; è particolarmente evidente che, a ricordo dell’uccisione di Giulio Cesare, Bruto emetta monete con la scritta Eid (ibus) Mart (iis)  e due pugnali fra i quali il berretto frigio, simbolo della libertà. 




Contro l’adfectatio regni, ovvero l’aspirazione alla dittatura di Cesare, non c’è altro rimedio; il concetto rientra effettivamente nella professione di un ideale per il quale può essere bello morire.
Nell’ultima età repubblicana, quando la sua esistenza è già in grave pericolo, Libertas viene esaltata su monete dei repubblicani più ardenti, quali Quinto Cepione Bruto, C. Vibio Pansa, ecc.



Una radiosa testa femminile, talora con il capo cinto da corona di alloro o dal diadema al pari di una divinità, è presentata con il nome di Libertas. Il simbolo vendicativo dei pugnali non va attribuito a lei, ma ai suoi sostenitori pronti a difenderla.

Ad maiora!


martedì 6 ottobre 2015

Se vuoi la pace prepara la guerra. Roma e il Mediterraneo (Terza parte)



Dopo la guerra annibalica, la porzione occidentale del Mediterraneo diviene sotto il controllo di Roma, mentre il mondo orientale vive una situazione incerta: infatti il carattere peninsulare della Grecia e le molte isole che punteggiano l’Egeo portano l’uomo greco a privilegiare i rapporti attraverso un mare che è visto come ponte di collegamento con l’Europa. Al contrario, l’influenza ellenica sull’Asia Minore è molto sensibile ed il panorama politico creatosi dopo la dissoluzione dell’ Impero di Alessandro Magno è molto delicato.  Cipro, Cirene, la Siria del Sud, Rodi e Pergamo da un lato vogliono resistere all’idea romana di conquista, dall’altro lottano all’ultimo sangue tra di loro per imporsi. Nasce, inevitabilmente, un conflitto che sarà noto alla storia come “Guerra Macedone”. I Macedoni, guidati da Filippo V, vogliono conquistare l’Attica (la regione in cui si trova Atene) e quasi vi riescono, tanto è vero che tal Cefisodoro, un patriota greco, corre a Roma a chiedere aiuto. L’intervento dell’Urbe è, almeno inizialmente, incerto: Scipione, l’eroe di Zama, non intende partecipare alla guerra per paura che possa emergere una personalità militare superiore alla propria, ma prevarrà l’idea belligerante di un gruppo di Romani composto da Lepido e Galba, che prenderà il comando delle truppe romane in Macedonia. Il suo intervento, però, non è risolutore e la Repubblica offre la guida delle legioni a Tito Quinzio Flaminino che, nella battaglia di Cinoscefale (letteralmente, dal greco antico, “testa di cane”, appunto per la particolare morfologia del territorio), in Tessaglia, infligge una dura sconfitta alla Macedonia. Roma, naturalmente, celebra il trionfo, ma introducendo un nuovo elemento di propaganda: l’immagine di Flaminino impressa su uno statere (moneta) d’oro. Si tratta della prima volta in cui il busto di un generale compare pubblicamente inciso su metallo. Come possiamo vedere dalla figura, sul D/ della moneta c'è il volto di profilo di T. Q. Flaminino, mentre sul R/ si trova l'iconografia di Vittoria, in piedi, con una corona nella mano destra, posta sull'iscrizione "T. QUINCTI", e un ramo di palma nella sinistra.




Roma, tuttavia, non può ancora cantar vittoria dato che, eliminati i Macedoni, deve preoccuparsi di Antioco III di Siria, sovrano molto temuto anche perché aveva dato rifugio ad Annibale (come abbiamo scritto nel secondo capitolo del nostro racconto). La storia sorride ancora ai Romani che, aiutati dai Greci, non contenti di finire sotto il dominio siriaco, obbligano Antioco a riconoscere l’indipendenza delle città greche ed a consegnare Annibale ai Romani (sulla sorte del generale cartaginese vi rimandiamo sempre alla seconda puntata già pubblicata). Ormai anche quello che oggi è chiamato Medio - Oriente è coperto dalla “longa manus” romana, nonostante un ultimo, disperato tentativo macedone, schiacciato sotto i colpi dell’esercito di Roma nella battaglia di Pidna (168 a.C.). La Macedonia, sconfitta, viene suddivisa in quattro distretti autonomi che conservano una propria autonomia amministrativa, ma che non possono commerciare.  E Cartagine? Non l’abbiamo dimenticata! I Punici, come pugili valorosi e mai domi, si rialzano dopo i due diretti incassati da Roma nelle Guerre Puniche e tentano di dare battaglia per non perdere l’ultima speranza, a dire il vero flebile, di tenere il Mediterraneo. La risposta dell’Urbe è decisa, implacabile: con l’appoggio del Re di Numidia, Massinissa, i Romani scendono a Cartagine, la distruggono, uccidono soldati e civili e, come tramanda la storia, cospargono di sale ogni angolo della città in modo che non possa mai più sorgere e germogliare la vita in quella terra. L’ordine, secondo quanto ci dice lo storico Plutarco, viene dato da Marco Porcio Catone,



politico romano molto attento ai costumi morali, che era solito concludere le sue invettive con questa celeberrima frase: “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam” (Per il resto penso che Cartagine debba essere distrutta). E così sarà.

Ad maiora!