Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 10 settembre 2025

Il Deserto Rosso di Antonioni nel cuore di Ravenna

 di Fabio Pagani

Come promesso la scorsa settimana, proseguiamo il nostro viaggio nel cinema e, in particolare, in quello ambientato in Romagna. Il Deserto Rosso è il capolavoro di Michelangelo Antonioni: girato quasi interamente a Ravenna, il film mette in evidenza le inquietudini e i disagi dell’umanità. La città bizantina non è quella dei mosaici e delle chiese, ma viene rappresentata nel suo più profondo silenzio; ciò che ha colpito il regista, originario di Ferrara e quindi non lontano da Ravenna, è la convivenza fra ambiente e industria nell’economia di un mondo che sta cambiando e diventando sempre più impersonale e arido.

La storia del film è ben nota: Giuliana (Monica Vitti) è coinvolta in un incidente d’auto che le procura un forte choc dal quale non riesce a riprendersi. Lo stato di depressione in cui cade viene aggravato dal contesto in cui vive, popolato di fumo e grigiore. Stanca della vita coniugale, cerca consolazione in Corrado, amico del marito di Giuliana, che la seduce intrecciando con lei una relazione clandestina. Tuttavia ciò non serve ad alleviare i tormenti della donna, che tenterà il suicidio, senza riuscirci, continuando quindi a vivere senza dare alcun scopo alla sua esistenza.

Monica Vitti nel ruolo di Giuliana

Emerge il tema di fondo della solitudine di Giuliana, rimarcata dalla non accettazione intrinseca di una vita che ritiene inutile e della metamorfosi del paesaggio, che da rurale diventa industriale. Anima e cuore cedono il passo a silenzio e rassegnazione. Qualsiasi tentativo di evasione diviene, perciò, effimero e non fa altro che aggravare il disagio psicologico della protagonista.

Ma veniamo al set: il complesso industriale in cui lavora Ugo, marito di Giuliana, è l’ex villaggio ANIC di Ravenna, situato in via Baiona 107; l’esterno dell’edificio in cui la signora, senza il marito, incontra per la prima volta Corrado è in via Pietro Alighieri 8, mentre l’albergo in cui i due amanti si ritrovano è in via Porta Aurea 1.

L'ex villaggio ANIC ieri e oggi

Ravenna, ma non solo: i luoghi dove si recano Giuliana e Corrado per “sentire il rumore delle stelle” sono i radiotelescopi di Medicina (Bologna), inaugurati proprio nel 1964, anno di uscita del film.

I radiotelescopi di Medicina ieri e oggi

Il Deserto Rosso precorre i tempi, anche per il messaggio che ci lascia: Giuliana, afflitta dall’insopportabile dolore di vivere, cerca la fuga prima nel tentato suicidio e poi nell’evasione dalla realtà attraverso le visioni da cui è rapita. Una di queste è la favoletta che racconta al figlio dalla spiaggia di Budelli, in Sardegna, dove una ragazzina, immersa in un luogo che evoca un ritorno a uno stato primordiale, vive in perfetta armonia con la natura. Tutto quello che manca a Giuliana.

Nel finale, la donna narra al figlio un’altra storia, quella degli uccellini che hanno imparato a sopravvivere in natura evitando i fumi tossici: sopravvivere, appunto, non vivere. E questo, con rassegnazione, farà anche lei.

Le fotografie sono state prese dal sito davinotti.com

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mercoledì 27 agosto 2025

La dura convivenza fra cultura e potere

di Fabio Pagani

Un tema complesso e annoso, mai fuori moda. Quando ci domandiamo quale sia il confine fra la libertà intellettuale ed il potere ci poniamo una questione che esiste da sempre. E', insomma, senza tempo. Vogliamo rispolverarla richiamando alla memoria un'opera, forse poco nota a molti di noi, ma particolarmente illuminante: l'ode "La caduta" del poeta Giuseppe Parini, vissuto nel '700.
L’argomento affrontato, dalla forte valenza storica e letteraria ancora valida, riguarda un periodo di grandi cambiamenti, la seconda metà del Settecento, in cui l’illustre autore lombardo intende la poesia come strumento di impegno civile, educando all'utile, all’alto senso dell'uomo e al ripudio di ciò che è contrario alla coscienza. Questo motivo anima particolarmente il componimento, scritto nel 1786.

Un'edizione delle Odi di Parini

Il passaggio saliente del testo prende corpo da un episodio: a partire da un incidente occorsogli in una rigida giornata d’inverno, Parini svolge una serie di considerazioni sulla propria condizione di poeta e sul valore della libertà intellettuale, che egli non intende sacrificare in cambio di vantaggi materiali, ponendosi come esempio da seguire.
Il passante che nota il poeta a terra esprime l’opinione comune in quanto è meravigliato del fatto che un intellettuale affermato versi in condizioni di salute ed economiche così precarie; Parini è quindi vittima di una società nella quale, chi non riesce - o non vuole - piegarsi al pensiero dominante, viene confinato e dimenticato. La "sdegnosa anima" del poeta, incapace di adeguarsi al sistema, non si svenderà mai: l'anonimo passante capisce così che la "malattia" di libertà del vecchio classicista non ha cura.
Non c'è messaggio più edificante di quello che emerge nell'ode: gli spiriti giusti, onesti e fieri del loro pensiero rimangono sempre coerenti con se stessi, al netto di potenti e tiranni. E' questo l’insegnamento più profondo, assorbito dalla cultura classica, che Parini esprime e che, secondo noi, è centrale nel malato mondo di oggi.

Chi è Giuseppe Parini
Brianzolo, vive in pieno il suo tempo, quello dell'Illuminismo (Siamo nel '700). E' conosciuto principalmente per il poema satirico "Il Giorno", in cui critica gli sterili ozi di un giovane nobile, e per le "Odi", che promuovono i valori civili e riformatori. E' sacerdote e, durante il governo austriaco su Milano, ottiene importanti incarichi di insegnamento come professore di eloquenza nelle scuole della città.

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lunedì 18 agosto 2025

50 anni di Amici miei

Il capolavoro di Monicelli compie mezzo secolo

di Fabio Pagani

1975 – 2025: sono cinquant’anni dall’uscita del primo atto della saga Amici miei, diretta dal maestro Mario Monicelli. Molto più di un film, un vero e proprio marchio (pensiamo, ad esempio, a quei termini entrati ormai nel nostro lessico: zingarata, supercazzola, ecc.).

Il 1975 è un anno campale: Fellini vince il premio Oscar per Amarcord, Eugenio Montale il Nobel per la letteratura, Giorgio Armani fonda la propria casa di moda, Bill Gates la Microsoft e Paolo Villaggio dà il via al suo Fantozzi.

Ma torniamo ad Amici miei: soltanto in apparenza può sembrare una commedia leggera, in realtà racconta la malinconia di una fetta di mondo di mezza età, quello maschile, che cerca negli scherzi e nelle zingarate un disperato appiglio alla vita. Monicelli narra la storia di cinque amici cinquantenni, il conte Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi), il giornalista Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), l’architetto Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), il barista Guido Necchi (Duilio Del Prete) ed il chirurgo Alfeo Sassaroli (Adolfo Celi), che sono accomunati dal medesimo desiderio di evasione, seppur provenienti da estrazioni sociali molto diverse. 

Da sinistra: Necchi, Melandri, Perozzi, Sassaroli, Mascetti (foto: Wikipedia)

Le zingarate sono, quindi, soltanto un modo per non pensare, per rinsaldare il senso di amicizia e consolazione reciproca e per dimenticare l’andare del tempo; memorabile, a questo proposito, la scena degli schiaffi ai passeggeri di un treno in partenza, bischerata organizzata per consolare il Melandri, succube di un ménage familiare da cui gli amici vogliono salvarlo. Ma c’è dell’altro: i protagonisti sono i veri perdenti della storia perché sono autori e vittime allo stesso tempo della loro immaturità, della continua ricerca del gioco fine a se stesso. Non hanno obiettivi, se non quello di colpire la vita che li opprime.

Gli schiaffi ai passeggeri di un treno in partenza (foto: newdailycompass.com)

Negli anni ’70 bisognava essere qualcuno: era il decennio dell’impegno, della contestazione, del sangue che scorreva violento. Ecco, quindi, che Amici miei rappresenta, vedendolo oggi, una sorta di oasi, decontestualizzata rispetto al periodo, o forse no. Anzi, è proprio grazie al periodo storico in cui galleggiano i nostri personaggi che si apprezza l'angosciato tentativo dei cinque amici di mordere la leggerezza e di rimanervi aggrappati a tutti i costi. Senza scopi particolari. Per loro, quindi, non era necessario essere qualcuno.

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mercoledì 6 agosto 2025

Eco-Ansia, il male del nostro secolo

di Fabio Pagani

Viviamo nell’epoca dello stress e dell’ansia. Ormai queste parole sono entrate a far parte dei più comuni modi di dire: “Che ansia!”, “Non mi stressare!”, ecc.

Durante la stagione estiva, il caldo intenso si riverbera sulla nostra psiche: si aggravano, infatti, i disturbi psicologici come, appunto, l’ansia, la depressione e la psicosi e ciò è dimostrato da numerosi studi scientifici.

Le anomalie climatiche modificano lo stile di vita quotidiano di ognuno di noi e riducono le occasioni di socializzazione, amplificando la solitudine e l’isolamento; le persone più a rischio, cioè bambini e anziani, possono subire un vero e proprio “shock climatico”, traducibile in una nuova patologia definibile come “Eco-Ansia”. Di che cosa si tratta? E’ una sindrome ansioso-depressiva centrata sul cambiamento climatico, sull’impatto ambientale e sulle conseguenze, spesso drammatiche, delle azioni umane sulla natura.

L’Eco-Ansia colpisce soprattutto adolescenti e giovani adulti, vale a dire le categorie sociali con una accentuata sensibilità ecologica; i sintomi più comuni sono insonnia, rabbia, angoscia, pensieri ricorrenti legati alla morte e alle malattie, il tutto corroborato dalle notizie mediatiche sui vari disastri climatici.

Chi soffre di questa patologia accusa una profonda sensazione di estraneità sociale e la percezione di non essere ascoltato e compreso. Sottovalutare l’Eco-Ansia è un grave errore: le persone che ne esprimono il disturbo, infatti, danno spesso voce, in modo inconscio, ad altri problemi che le affliggono (sociali, familiari, economici, ecc.). Insomma, l’Eco-Ansia rappresenta un segnale, sempre più forte, di una sofferenza collettiva che ci coinvolge il rapporto con il mondo e con il futuro che ci attende. Non dimentichiamolo.

 

Fonti: www.sospsiche.it

Immagine tratta da: www.ilgiornaledell’ambiente.it

mercoledì 23 luglio 2025

Sant'Apollinare, martire e vescovo della cristianità

di Fabio Pagani


Cari amici,

oggi, come sappiamo, si festeggia Sant’Apollinare, patrono della città di Ravenna. Ecco un piccolo passaggio sui binari della storia, oggi come non mai degna di essere raccontata. Come per la maggior parte dei santi del I secolo, non abbiamo molte fonti storiche; alcuni collocano il personaggio nello stesso periodo in cui visse Pietro, altri un po’ più in avanti, vale a dire attorno al 200 d.C.

Il giovane Apollinare vive ad Antiochia (l’antica Turchia) e proviene da una famiglia di religione pagana, quindi politeista. Un giorno, però, dalle sue parti giunge Pietro a predicare una nuova fede dalla quale Apollinare si fa subito rapire. A quel punto, il giovane segue l’apostolo a Roma con una missione ben precisa: la capitale dell’Impero è solo una tappa per Apollinare, che infatti viene inviato a Classe dove la flotta romana dispone di una schiera di oltre 300 marinai provenienti dall’Oriente.

Apollinare si distingue subito per le sue doti di leader e Pietro decide di affidargli la costruzione della prima chiesa cristiana a Ravenna, di cui quel giovane venuto da Antiochia diventa proto vescovo. La convivenza con le antiche credenze pagane non è però semplice, tant’è che Apollinare viene più volte picchiato perché si rifiuta di consacrare offerte materiali ad idoli che il Cristianesimo, naturalmente, non riconosce.

Sant'Apollinare

Dopo circa 30 anni di reggenza della chiesa ravennate, attorno al 70 d.C. Apollinare è picchiato a sangue dagli emissari dell’imperatore Vespasiano perché si era, ancora una volta, rifiutato di cedere alla religione pagana. Il vescovo di Ravenna morirà qualche giorno dopo il pestaggio nel luogo in cui, nel 549 d.C., gli verrà consacrata la basilica di Sant’Apollinare in Classe (costruita 15 anni prima). Nel IX secolo, i resti mortali di Sant’Apollinare saranno traslati nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo.

A questo punto, buon Sant’Apollinare a tutti!

 

mercoledì 16 luglio 2025

NORTH SENTINEL ISLAND

Uno scrigno antropologico nel golfo delle Andamane

Un nuovo ingresso nella nostra redazione: si tratta di Francesco Costa, insegnante di scuola materna e studente universitario, nonché esperto di biologia marina e di tutto quel che riguarda la natura. Francesco ci regala un bell'articolo sulla North Sentinel Island, posto unico al mondo nel quale vive ancora una tribù di indigeni. Di veri indigeni, che non hanno mai avuto contatti con la civiltà. Leggendo l'articolo, capiremo come il governo indiano e le autorità stiano gestendo questo importante patrimonio dell'umanità.

In fondo alla pagina, una breve biobibliografia dell'autore. Benvenuto, Francesco!

di Francesco Costa

Nel 2025 la società umana ha ormai raggiunto un elevato livello di sviluppo nei continenti ed in tutte le terre: l’essere umano ha costruito società moderne ed efficienti, ormai simili in tutto il mondo.

Il processo di globalizzazione ha accomunato i popoli della terra tramite tratti simili e risulta oggi difficile pensare ad una società primitiva, quando ancora l’uomo non conosceva la scienza e la tecnologia. Sembra impossibile che al giorno d’oggi esistano ancora persone che non conoscono internet, le automobili o la radio, eppure questi individui ci sono, anche se in numero esiguo.

C’è un’isola situata nel golfo del Bengala all’interno dell’arcipelago delle Andamane, denominata North Sentinel Island, non troppo distante dall’India, che nasconde un interessante segreto antropologico; in questo luogo infatti abita una tribù di indigeni, che non ha mai avuto alcun contatto prolungato con il mondo esterno per migliaia di anni, preservando una struttura sociale, organizzativa e tecnologica primitiva, simile a quella dei nostri antenati, vissuti migliaia di anni fa.

Una veduta dall'alto di Sentinel Island

Si ipotizza che sull’isola abitino dalle 50 alle 500 persone, ma la stima non è certa; inoltre la popolazione nativa non può essere certamente censita, in quanto si dimostra estremamente aggressiva nei confronti di qualunque visitatore esterno che si appresti a sbarcare sull’isola. Tramite l’utilizzo di armi come archi, frecce e rudimentali giavellotti, la popolazione locale aggredisce qualunque barca o velivolo che si avvicini troppo all’isola, dimostrando di non volere alcun contatto con il mondo esterno.

Soltanto durante alcune rare missioni governative e scientifiche si è potuto osservare, anche se da una certa distanza, la popolazione locale, che appare comunque belligerante e poco accomodante.

Si ipotizza che questo popolo abiti l’isola da circa 60.000 anni e, non avendo avuto praticamente nessun contatto con il mondo esterno, preservi gli usi e costumi della vita tribale, rappresentando uno scrigno antropologico di conoscenza sulla condotta ancestrale dell’uomo e sulla sua origine.

Foto originale degli indigeni dell'isola

Attualmente l’amministrazione delle Andamane ha dichiarato di non voler interferire in nessun modo con la vita degli abitanti dell’isola, i Sentinelesi, e di non tentare alcun contatto con loro, impedendo alle navi ed ai velivoli di sostare sull’isola e vietando gli sbarchi sul territorio, al fine di tutelare la tribù ed il suo delicato stile di vita.

In passato non sono mancati incidenti di curiosi che hanno deciso di violare il divieto ed avventurarsi sull’isola: tutti costoro non sono mai tornati indietro e sono stati uccisi dai locali; anche per questo il governo dell’India ha dato direttive alle proprie navi di non avvicinarsi per nessun motivo all’isola e di non cercare contatto con i Sentinelesi, al fine di tutelare loro e i marinai Indiani.

In un mondo cosi avanzato come il nostro, dove la velocità e la tecnologia la fanno ormai da padroni, esistono ancora rarissimi luoghi di lentezza, dove il tempo sembra essersi fermato, dove i saperi ancestrali ed antichi dell’uomo dominano ancora la realtà, uno di questi è proprio North Sentinel Island, dove un piccolo popolo vive ancora in modo naturale, ignorando la modernità e lo sviluppo del ventunesimo secolo, rappresentando una perla rara per la collana della storia umana, perla, che sarà nostro compito preservare per i prossimi millenni.

Francesco Costa (2000) è un giovane poliedrico che coltiva moltissimi interessi: dai viaggi alla biologia marina fino alle piante e a tutto ciò che riguarda la natura. 
Laureato alla triennale di Scienze dell’Educazione, lavora da tempo come insegnante nella scuola materna, in attesa di conseguire l’alloro per la specializzazione che gli consentirà di esercitare anche nella scuola primaria. Collabora con l’Università per Adulti di Alfonsine e fa parte della Whale Watch Liguria, con cui realizza escursioni marittime nel “Santuario dei cetacei”. Ha alle spalle una pubblicazione dal titolo “I miei 10 anni tra le balene” (autoprodotto).



lunedì 9 giugno 2025

Nella Ferrara di Giorgio Bassani: dai Finzi Contini alla Lunga Notte del '43

di Fabio Pagani

Nel 25esimo anniversario della scomparsa dello scrittore Giorgio Bassani, abbiamo deciso di andare alla scoperta dei luoghi più significativi della città di Ferrara, dove egli è nato e dove ha ambientato gran parte delle proprie storie. L’occasione ci viene offerta dalla visita dei nostri amici reggiani: già, proprio loro! Ricordate che li avevamo portati in giro per Ravenna, più o meno poco dopo Natale?

In una calda giornata di giugno, ci troviamo in Corso Ercole I d’Este, le cui mura, ai lati della strada, ricorrono spesso nel film “Il giardino dei Finzi Contini”, di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Bassani. Nella pellicola, che racconta la storia di questa nobile famiglia ebrea di Ferrara, in cui la bella Micol è corteggiata dall’amico d’infanzia Giorgio, si vedono i due giovani, insieme ad altri amici, varcare il portone che separa il corso dal meraviglioso parco interno della villa; Bassani, nel romanzo, non indica volutamente i luoghi precisi della città in cui ambienta la storia, ma li lascia immaginare al lettore. 

L'ingresso del parco di Corso Ercole I d'Este

Il parco, in effetti, c’è ed è il giardino pubblico Massari, che però non assomiglia per niente a quello del film! De Sica ha scelto l’orto botanico di Roma per girare le scene in cui gli amici di Micol giocano a tennis nel grande polmone verde della villa Finzi Contini, mentre la dimora individuata per le riprese degli interni si trova in Brianza. Realtà (i Finzi Contini non sono mai esistiti, ma vengono con certezza identificati nella famiglia Magrini, vittima delle leggi razziali), finzione e fantasia si mescolano magicamente, dando vita e corpo ad un romanzo e al relativo film fra le creazioni più belle di sempre.

Micol, Giorgio e i loro amici nel grande giardino

La penna di Bassani (ebreo e, per questo, sepolto nel cimitero ebraico di Ferrara) scorre fluida anche in un’altra opera, “Le cinque storie ferraresi”: fra queste, menzioniamo “Una notte del ‘43”, che richiama un fatto vero, vale a dire l’uccisione del federale fascista Ghisellini, rivisitato in chiave narrativa e intrecciato alla vicenda privata di Pino Barilari, farmacista reso invalido dalla malattia, che passa giorno e notte alla finestra sopra la farmacia di sua proprietà, affacciata su Largo Castello, di fronte alla rocca estense. 

Anna e, alla finestra, il marito Barilari

Proprio lì, il 15 dicembre 1943 (la data è posticipata di un mese rispetto alla vera storia), undici antifascisti sono fucilati come capro espiatorio per l’assassinio del federale Bolognesi, freddato in realtà dai sicari di Carlo Aretusi, detto “Sciagura”, che ne avrebbe preso il posto. Una notte di sangue, registrata dagli occhi di Barilari, mentre la sua bella e giovane moglie, Anna, si trovava a casa di Franco, l’amante, figlio dell’avvocato Villani, trucidato nell’esecuzione di Largo Castello. Il film, girato nel 1960 come opera prima di Florestano Vancini, è ancora oggi bellissimo e ci regala scorci e luoghi veri di Ferrara, riportati fedelmente sia nel racconto di Bassani che nella pellicola. L’immortalità de “Il giardino dei Finzi Contini” e de “La lunga notte del ‘43” la dobbiamo anche ai grandi attori che ne sono stati protagonisti: Dominique Sanda (Micol), Lino Capolicchio (Giorgio), Giampiero Malnate (Fabio Testi) e Romolo Valli (padre di Giorgio) per il primo film; Enrico Maria Salerno (Pino Barilari), Gino Cervi (Carlo Aretusi), Gabriele Ferzetti (Franco Villani) e Belinda Lee (Anna) per il secondo.

Gino Cervi ("Sciagura") e Enrico Maria Salerno (Barilari)

Terminata questa emozionante pagina letteraria e cinematografica, una buona pausa ristoratrice a base di cappellacci ferraresi ha intervallato mattina e pomeriggio, nel quale abbiamo percorso le vie del ghetto ebraico, via delle Volte e via Vignatagliata per concludere in bellezza visitando il Castello Estense: le sue antiche prigioni, con gli umidi e stretti cunicoli, ma anche gli immensi e raffinati saloni, sembrano ancora dare voce all’epoca d’oro di una delle casate più prestigiose della storia.

Vi lasciamo con i minuti finali del film "La lunga notte del '43", in cui Aretusi incontra, dopo tanti anni, Franco, salutandolo come un vecchio e caro amico. Sappiamo che, in realtà, l'ex federale fascista fu responsabile della morte del padre di Franco che, però, dimostra di esserne completamente all'oscuro...

 Scena finale del film "La lunga notte del '43"