Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 19 febbraio 2025

Vincenzo Monti: uomo libero o servo del potere?

di Fabio Pagani

Tutti sono a conoscenza delle “vicissitudini critiche” di Vincenzo Monti, vissuto in un periodo storico travagliato e segnato da eventi politici profondi, quali la Rivoluzione francese, la Repubblica Cispadana, l’avvento di Napoleone e la Restaurazione messa in atto dalla Santa Alleanza dopo il Congresso di Vienna. L’uomo Monti – secondo quanto si legge in molte storie della letteratura – si piegò a tutti gli avvenimenti divenendone di volta in volta il cantore ufficiale. Da iperboliche esaltazioni si passa a condanne assolute e profondo disprezzo, forse perché nel giudizio delle sue opere si fonde, quando non è dominante, quello della sua vita. Chi lo definisce poeta grande, chi lo dice arcade vuoto e perduto (vale a dire sordo, arido e superfluo rimatore di suoni inesistenti), chi lo celebra come Pater Patriae (Padre della Patria), chi, infine, lo qualifica come strimpellatore. Vediamo, in sintesi, alcuni dei giudizi più celebri sul poeta alfonsinese. 

Ai nostri lettori, il diritto di formulare un'opinione libera e disinteressata.

Vincenzo Monti (ritratto di A. Appiani)

Foscolo

Ugo Foscolo ottenne l’incarico (1800) di redigere le relazioni dell’Assemblea legislativa sul “Monitore Italiano”, soppresso dopo pochi mesi. S’invaghì senza fortuna di Teresa Pikler, moglie di Vincenzo Monti, e fu spinto persino ad un tentativo di suicidio. 

Partì per Bologna, forse anche per sfuggire a quel ricordo, dove trovò impiego in tribunale, collaborò al "Monitore Bolognese" e al "Genio Democratico", pubblicò un’opera di ampio respiro: Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Lo scontro con il Monti avvenne per un malinteso, essendo stata erroneamente attribuita al Foscolo la stroncatura di un poemetto didascalico di un poeta amico del Monti. Da lì iniziarono battute a colpi di poemetti, satire, epigrammi. Eccone uno molto tagliente del Foscolo:
Discenderemo entrambi nel sepolcro, voi più lodato certamente, io forse più compianto; il vostro epitaffio sarà un elogio; sul mio si leggerà che, nato e cresciuto fra tristi passioni, ho serbato la mia penna vergine di menzogne.

E ancora il buon Ugo:

Questi è Monti poeta e cavaliero, 
gran traduttor dei traduttor d’Omero.

Il Foscolo scrisse l’epigramma contro Vincenzo Monti, che nel 1810 pubblicò la traduzione dell’Iliade (mentre il vecchio amico non era riuscito nell'impresa...), condotta in gran parte di seconda mano, utilizzando versioni latine ed italiane.

 L'Iliade di Monti (1810)

Il Monti si rifece, mettendo in ridicolo la tragedia Aiace del Foscolo, rappresentata con scarso successo a Milano l’anno dopo.

Per porre in scena il furibondo Aiace
il fiero Atride e l’Itaco fallace
gran fatica Ugo Foscolo non fè:
copiò se stesso e si divise in tre.

Il Monti ancora

Questi è rosso di pel Foscolo detto:
sì falso che falsò fino se stesso,
quando in Ugo cangiò Ser Nicoletto.
Guarda la borsa se ti vien d'appresso!

Leopardi

Ma tutto quello che spetta all’anima, al fuoco, all’affetto, all’impeto vero e profondo, sia sublime, sia massimamente tenero, gli manca affatto. Egli è un poeta veramente dell’orecchio, del cuore in nessun modo (Giacomo Leopardi).

  Giacomo Leopardi

De Sanctis

… La natura gli aveva largito le più alte qualità dell’artista: forza, grazia, affetto, armonia, facilità e brio di produzione. Aggiungi la più consumata abilità tecnica, un’assoluta padronanza della lingua e dell’elocuzione poetica. Ma erano forze vuote, macchine potenti prive d’impulso. Mancava la serietà di un contenuto profondamente meditato e sentito, mancava il carattere, che è l’impulso morale. Pure i suoi lavori, soprattutto l’Iliade (N.B. la traduzione del poema omerico da parte del Monti è, ancora oggi, considerata la versione migliore. E pensate che Monti non conosceva il greco! Forse anche per questo, Foscolo la definì “bella e infedele”), saranno sempre utili a studiarvi i misteri dell’arte e le finezze della elocuzione (Francesco De Sanctis).

Francesco De Sanctis

Carducci

… Il Monti fu un ingegno più vario che non il Metastasio, più pronto e ricco che non il Parini, più facile e vivo che l’Alfieri; seppe rinnovare quel che di usuale e di utile restava nelle consuetudini dell’arte italiana; seppe attingere con discernimento e con gusto alle letterature straniere (…) Fu in somma il maggior poeta ecletticamente artistico che l’Italia da gran tempo avesse avuto

(Giosuè Carducci, vincitore del Nobel per la Letteratura nel 1906).

Giosuè Carducci

Mazzini

Beata la nazione che al cader di un suo figlio degno dell’immortalità, può proferire il detto dello Spartano: Io ho molti figli grandi com’egli fu. Beata la nazione che onora gli illustri perduti con l’educare altri illustri sulle loro tombe (Giuseppe Mazzini).

Giuseppe Mazzini

Il Monti, però, non ebbe una tomba e le sue ceneri andarono disperse. Concludiamo non dimenticando la famosa quartina che Manzoni scrisse dopo la morte del Poeta:

 

Alessandro Manzoni (F. Hayez)

Salve, o divino, a cui largì natura

Il cor di Dante e del suo duca il canto!

Questo fia il grido dell’età futura;

Ma l’età che fu tua te ‘l dice in pianto.

 

 

mercoledì 12 febbraio 2025

Giovanni Pascoli e la "trappola" del nido

di Fabio Pagani

Visitando Casa Pascoli, nel paese di San Mauro che porta il nome del poeta, mi è caduto l'occhio su una collezione di lettere inedite (le carte del fondo Murari dell'accademia pascoliana e quelle conservate a Castelvecchio) indirizzate da Giovanni alla sorella Ida (affettuosamente chiamata “Idù”); il carteggio sembrerebbe scardinare l'impianto, ormai consolidato, del nido pascoliano, vale a dire quel microcosmo familiare dal quale Pascoli non riuscì mai a staccarsi.


Pascoli con le sorelle Ida e Maria

La morte violenta del padre, fattore dei conti Torlonia, avvenuta il 10 agosto 1867 – data che dà il titolo alla più celebre lirica del poeta – getta il dodicenne Giovannino in una profonda disperazione: altri gravi lutti familiari ne segneranno in modo inevitabile gli anni della gioventù e della maturità, tant'è che Pascoli vivrà sempre circondato dall'affetto dell'altra sorella, Maria (“Mariù”).

Questo, più o meno, il ritornello dei libri di scuola. Le lettere a Ida, però, mostrano un Pascoli diverso: la volontà di ricostruire il “nido”, infatti, pare delle due sorelle, non certo di Giovanni. Nei nove anni trascorsi da lui a Bologna, non c'è alcuna traccia di contatti fra il poeta e le consanguinee, nemmeno epistolari. Un po' strano per uno che non vuole tagliare il cordone ombelicale con la propria famiglia d'origine... Le cose cambiano dal 1882, anno della laurea di Pascoli, quando Ida e Maria gli chiedono di andare a vivere tutti insieme, a Massa.

Pascoli a Massa (1885)

La convivenza, però, non è tranquilla: Ida è spesso in Romagna a cercar marito, mentre Giovanni si innamora di Lia Bianchi, scatenando la gelosia di Maria. L'estate del 1895, quella del matrimonio fra Ida e Salvatore Berti, segna una frattura insanabile dei rapporti tra la ragazza e il fratello: gli sposi sfruttano Giovanni come una sorta di “bancomat”, producendo forti pressioni economiche su di lui. Pascoli, a quel punto, è costretto a stipulare un contratto legale con il quale si impegna a garantire ad Ida una somma mensile di 50 lire, senza però intaccare il proprio capitale familiare. Le risorse, infatti, servono a Giovanni per assicurarsi un futuro coniugale. Altro che vita con le sorelle! Pascoli è talmente innervosito da non partecipare nemmeno al matrimonio di Ida, facendosi sostituire dal fratello Raffaele per accompagnare la giovane all'altare.

Nonostante ciò, passata la rabbia, il poeta rimarrà sempre vicino alla sua "Idù" ed alle figlie di lei (Giovanna, Myriam e Luisa), ma non si sposerà mai: l'altra sorella, Maria, glielo impedirà, facendo di volta in volta allontanare le fidanzate di Giovanni per mantenere, con morbosa ingerenza, quel nucleo che, in realtà, non esiste più.

giovedì 6 febbraio 2025

Buon compleanno, Ugo Foscolo!

 di Fabio Pagani

Oggi, giovedì 6 febbraio, ricorre l’anniversario della nascita del poeta Ugo Foscolo (1778). Originario dell’isola greca di Zante (ricordata nel sonetto A Zacinto), sin da piccolo si trasferisce a Venezia. La vita di Foscolo è segnata da grandi passioni e ideali e da profonde cadute; vediamo insieme, in pillole, il suo pensiero.

Ugo Foscolo nel dipinto di Fabre (1813)

Il mondo poetico del Foscolo è caratterizzato da alcuni valori ricorrenti che chiamiamo illusioni o miti; immagini poetiche che, pur non avendo alcuna valenza razionale, sono però fondamentali per il poeta tanto da permettergli di consolare con essi un’esistenza segnata dal dolore e dalla sofferenza. Elenco i più importanti:

a) il mito del sepolcro, come nodo di affetti domestici e di solidarietà fra i vivi e i defunti; già nel sonetto al fratello Giovanni compare il sepolcro definito però pietra, quindi non ancora in grado di rispondere all’affetto materno (La Madre or sol, suo dì tardo traendo/ parla di me col tuo cenere muto). Nei Sepolcri, invece, esso diventerà il tramite di una corrispondenza d’amorosi sensi, vale a dire di legame fra vivi e morti; non esiste al di là, nè consolazione religiosa, ma l'unico modo per mantenere in vita chi non c'è più è a carico dei vivi che, visitando la tomba dei propri cari, instaurano con loro un rapporto emotivo e intellettuale. La tomba, quindi, diventa il simbolo del ricordo che nemmeno il tempo potrà cancellare.

b) il mito della bellezza rasserenatrice, che lo consola dalle amarezze del vivere e gli consente di scoprire l’armonia della vita e della natura. Nella contemplazione della bellezza dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

c) il mito dell’esilio, in cui acquistano significato e validità esemplari la passione politica del poeta e la partecipazione alle vicende contemporanee (è presente nel sonetto al fratello Giovanni e nel sonetto A Zacinto là dove il poeta stabilisce il parallelo fra sé ed Ulisse che, dopo lungo vagare, bacerà la sua petrosa Itaca (a differenza del Foscolo che ha la consapevolezza di morire lontano dalla sua patria).

La casa veneziana di Foscolo

d) il mito della poesia, la più alta e la più nobile delle illusioni che darà risposta eterna al bisogno del poeta di vivere oltre i confini del tempo. Infatti, quando tutto sarà stato spazzato via dalle fredde ali del tempo, rimarrà la poesia che vince di mille secoli il silenzio. E non a caso i Sepolcri chiudono con la figura di Omero che brancola, cieco, fra le tombe degli eroi della guerra di Troia che verranno eternati dal suo canto. Omero vive ancora fra noi per la sua altissima poesia che elude le leggi della morte, che tramanda i supremi ideali alla memoria perenne dei secoli.


venerdì 31 gennaio 2025

Quando Lugo e Alfonsine erano collegate dal treno

Fabio Pagani

C’è stato un tempo in cui la ferrovia univa Lugo alle vicine Fusignano e Alfonsine. Un tempo breve, ma significativo. In Romagna, nella zona del ravennate, c’era la linea che collegava Castel Bolognese a Ravenna sin dal 1863, anno in cui venne attivata anche la stazione di Lugo.

Dopo una serie di contenziosi, nati dal fatto che la società dei tramvai non fosse riuscita ad avviare i lavori prima del 1884, il 1° gennaio 1885 fu inaugurata la tranviaria Lugo – Fusignano – Alfonsine. I problemi con il comune di Lugo, ad esempio, nacquero per le modalità con cui si sarebbe dovuto realizzare il raccordo con la stazione ferroviaria (per il mantenimento di tale raccordo venne stabilito un canone da versare alla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali). 

Ad ogni modo, per far funzionare “il” tranvia (curiosamente, in tutti i documenti dell’epoca, l’attività è declinata al maschile), furono consegnate dalla società austriaca “Johan Weitzerd” di Graz otto carrozze passeggeri a due assi sulle quali fu applicato il timbro municipale di ciascuno dei comuni attraversati dalla linea. Il costo del biglietto ad ogni fermata era di 10 centesimi per la seconda classe e di 15 per la prima; a titolo di esempio, il prezzo del tagliando per coprire la tratta Lugo – Alfonsine ammontava a lire 1,10 per la seconda classe e di 1.65 per la prima: queste tariffe non erano certamente a buon mercato per le popolazioni della zona e questo è stato, probabilmente, uno dei motivi dell’insuccesso della tranvia.

La linea, la cui lunghezza complessiva era di 17 km e 585 metri, partiva da Alfonsine, percorreva poi la via Stroppata e la Cantagallo, entrando a Fusignano; di qui continuava su via Quarantola e proseguiva con via Sant’Andrea (poi Arginello) fino alla piazza Garibaldi, senza entrare dove oggi c’è il parcheggio, dietro la rocca cittadina. Dopo la fermata obbligatoria, si arrivava al raccordo per la stazione principale di Lugo, seguendo l’attuale circonvallazione fino al macello comunale e poi alla zona dell’ospedale dove c’era il capolinea.

Mappa della linea Lugo-Fusignano-Alfonsine

La stazione di Lugo era costituita da due edifici: una tettoia per il deposito dei treni ed una casa ad uso abitazione, officina ed uffici; era collocata in via Tullo Masi, dove poi sarebbe sorto l’attuale nosocomio cittadino. Secondo alcune testimonianze scritte, il treno era molto affollato il lunedì, il mercoledì e il giovedì (giorni in cui, nelle tre cittadine collegate, si svolgevano i mercati); negli altri giorni, specialmente i festivi, molti approfittavano di questo mezzo per recarsi a trovare amici e parenti anche se, dice un cronista dell'epoca, "dopo il tratto compiuto in carrozza dovevano percorrerne altrettanto e anche di più a piedi per raggiungere la famiglia da visitare; per questo motivo le fermate erano "spesse" (è scritto proprio così) e bastava mettersi d'accordo col macchinista per ottenerne molte altre fuori programma."

I risultati economici della linea non furono, però, in linea con il successo che ebbe fra gli utenti, tanto che il 30 settembre 1886 la tranvia fu effettivamente chiusa, ma non senza polemiche: ci fu un lungo periodo di contenziosi legali che portarono, fra le altre cose, alla richiesta che fosse lo Stato a farsi carico delle spese di gestione, inserendo la tranvia nell’elenco delle ferrovie di quarta categoria. I tre comuni cercarono, senza successo, di ripristinare il servizio: nel 1911, ad esempio, si progettò di ricostruire la linea trasformandola in ferrovia economica, ma lo scoppio della prima guerra mondiale portò all’accantonamento dell’idea, ripresa parzialmente nel 1917 per la sola tratta Lugo – Fusignano. Nello stesso anno fu concesso l’esercizio della parallela autolinea al lughese Andrea Mondini.

Nella raccolta delle fonti, si ringrazia la famiglia del prof. Luciano Lucci per aver messo a disposizione il proprio archivio storico.

 


 

sabato 25 gennaio 2025

Saffo, la poetessa che canta l'amore

di Fabio Pagani

Oggi entriamo a pieno titolo nella Grecia del VI secolo e ci occupiamo di quei poeti che cantano l'amore, le passioni, i più intimi segreti. Si tratta dei melici monodici, vale a dire di coloro che affermano un tipo di poesia non solo individuale, ma anche di gruppo. Saffo, ad esempio, canta i vari aspetti dell'amore all'interno di un circolo di ragazze, il thiasos, da lei diretto sotto il segno di Afrodite.

Vive a Mitilene, città dell'isola di Lesbo: è bruna, piccolina e, a quanto pare, non bella.

Si sposa, ha una figlia (Cleide, che ricorre in molte poesie della madre, per es. il fr. 132 Voigt).

Ho una bella bambina che assomiglia

A un fiore d’oro, Cleide prediletta,

E non la cambierei io con la Lidia

Intera o con l’amata.

Saffo riunisce molte fanciulle, definite “etairai” (compagne) o “matzetriai” (allieve) nella sua casa: per indicare questa cerchia di amiche si usa il termine “thiasos” ("tiaso", parola che non compare mai nelle sue poesie).

Scopo del tiaso è l'avviamento al matrimonio, anche se occorre sottolineare che le cose che le giovani imparano (cantare, danzare, vestirsi e muoversi con eleganza, cospargersi di unguenti, intrecciare corone di fiori) non le metteranno poi in pratica come mogli. Quindi è più giusto dire che Saffo insegna alle fanciulle l'arte della seduzione, rendendole testimoni di Afrodite, dea della bellezza e dell'amore (fr. 1 Voigt).

Ad Afrodite

Afrodite, trono adorno, immortale,

figlia di Zeus, che le reti intessi, ti prego:

l'animo non piegarmi, o signora,

con tormenti e affanni.

Vieni qui: come altre volte,

udendo la mia voce di lontano,

mi esaudisti; e lasciata la casa d'oro

del padre venisti,

aggiogato il carro. Belli e veloci

passeri ti conducevano, intorno alla terra nera,

con battito fitto di ali, dal cielo

attraverso l'aere. (…)

In precedenza abbiamo citato l'isola di Lesbo. Probabilmente a qualcuno di voi verrà in mente un aggettivo, “lesbico”: c'è un nesso fra il nome dell'isola e il termine indicato? Certamente. Caratteristico del tiaso di Saffo, infatti, è l'omoerotismo: è necessario sottolineare come per i Greci non fosse disdicevole l'amore fra un adulto ed un giovane imberbe o tra una adulta ed una fanciulla, a differenza dei rapporti intimi fra persone mature. Era considerato normale, invece, il legame giovane-adulto: si lodava la persona con più anni se riusciva a soddisfare il proprio desiderio, era ammirato il ragazzo se, al contrario, era capace di rimanere puro. Il giovane, appena “metteva” la barba, non era più amato dagli uomini, ma dalle donne e prendeva regolarmente moglie.

Saffo è, per eccellenza, la poetessa dell’amore: soffre, spera, attende, si contorce dal dolore, ama con la forza di un vulcano. 

 

venerdì 17 gennaio 2025

TE AD CHI SIT E’ FIÖL?

Il dialetto paradigma di cultura, poesia e tradizioni

di Fabio Pagani

Oggi è la giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali. Un evento importante, non solo per un passato sempre più da custodire, ma anche per il presente: il numero 3608 dello storico fumetto “Topolino”, infatti, è in uscita con un’edizione speciale in quattro dialetti (milanese, fiorentino, napoletano e catanese); iniziativa, a nostro parere, originalissima e intesa a festeggiare il vernacolo, prezioso patrimonio culturale.


Noi viviamo in Romagna, terra impettita e vigorosa di una regione che ha fatto delle rivalità storiche – e linguistiche – la propria bandiera. Il dialetto romagnolo è una lingua. Viva, florida, efficace. Le sue radici affondano nel VI secolo d.C. quando, con il passaggio di testimone fra Ostrogoti e Bizantini, i ravennati del tempo incominciano a parlare questo idioma, sintesi e confluenza di un gran numero di codici: greco, latino, francese, arabo, tedesco, tanto per citare i più significativi.

Nel Medioevo, complici anche i cambiamenti storico – politici cui va incontro la nostra terra, nasce la Provincia Romandiolae, che comprende sette città e tali rimarranno fino ad oggi: Ravenna, Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, Imola e Lugo. La forte identità che connota la Romagna, da sempre orgogliosamente fiera dei propri confini, ha acceso lunghi dibattiti sull’opportunità di scindere il suo territorio da quello dell’Emilia; il 1^ gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione italiana, l’Emilia - Romagna assume le caratteristiche di una regione ad autonomia ordinaria, ma è soltanto a partire dal 7 giugno 1970 che le sue funzioni diventano attuative. In quei vent’anni di vita non sono pochi i tentativi di rompere questo vincolo: uno su tutti, il M.A.R. (Movimento per l’Autonomia della Romagna). Ad esso aderiscono figure di spicco del mondo della cultura, quali il poeta Aldo Spallicci, con lo scopo di ottenere il riconoscimento delle tradizioni storiche e culturali nel loro significato più ampio.

Simbolo del M.A.R. (Movimento Autonomia per la Romagna)

Lasciando ad altri le riflessioni del caso, ci preme invece porre l’accento sul vero problema, a nostro giudizio, che affligge la Romagna di oggi: il dialetto è in pericolo? Il fatale andare del tempo lo cancellerà dalle piazze, dai bar, dalle case?

Il dialetto romagnolo è pratico e misurato; ha un linguaggio che forse si presta di più ai fatti che non alla poesia. Non è di certo elegante come il siciliano, né duttile quanto il milanese: è invece duro, composto di troppe consonanti e povero di congiunzioni, anche se riesce spesso ad esprimere pensieri forti e arguti. Ecco perché riteniamo utile avvicinarsi allo studio di un poeta come Olindo Guerrini in quanto con lui si riesce a dimostrare come il vernacolo non abbia bisogno di strutture sintattiche complicate e possa presentare benissimo la grettezza della provincia, essere foneticamente duro e, al contempo, colorito. Sfogliare le pagine dei Sonetti romagnoli può farci conoscere l’immagine della vecchia Ravenna che fu, nel fumo caldo dell’osteria della Zabariona, nel clima infuocato delle lotte politiche d’allora fra i prugressesta e i libarel, nel mondo di una lingua fresca, vitale, vera. 

A Bologna, per esempio, il poeta esce con la grande semplicità che lo qualifica in questa esclamazione:

Al do Torr? San Petroni? Chi s’n’infott! / Nò a curessom ai Quatar Piligren

A magné al parpadell cun e’ parsott.

Le due Torri? San Petronio? Chi se ne frega! / Noi corremmo ai Quattro Pellegrini

A mangiare le pappardelle con il prosciutto.

La lingua italiana, invece, rappresenta il modo di parlare del prete, dell’avvocato, quella del “signor Conte” di Diritto al lavoro:

Un ved, e mi sgnor Cont, un ved incora / Ch’a i’ho tre creatur da sustinté?...

A set cus ch’um ha arspost…? “Porco, lavora!”.

Non vede, signor Conte, non vede ancora / Che ho tre figli da sfamare? …

Lo sai cosa mi ha risposto…? / “Porco, lavora!”.

Spesso i versi diventano un malizioso foglio d’album, in ricordo della Romagna o della libertà perduta (va appuntato che Guerrini trascorre quasi tutto il suo tempo nella biblioteca universitaria di Bologna, che dirige per molti anni), versi che rimangono validi perché sono la Romagna autentica, genuina, raccontata certamente in chiave umoristica, ma sempre con un velo di malinconia. 

La Caveja, simbolo della Romagna

Nell’immediato secondo dopoguerra, la tematica principale è costituita dal Neorealismo, che con Tonino Guerra approda nella poesia dialettale. Nella raccolta I bu (I buoi), infatti, risalta l’allegoria di un declino storico: il mondo rurale contadino cede il passo ad una nuova epoca, quella dell’industria e delle macchine, con gli animali che sono tristemente destinati al macello. Un’altra voce di rilievo è senz’altro quella di Raffaello Baldini. Santarcangiolese come Guerra, ma trapiantato a Milano, lo citiamo per La fondazione, uno dei quattro monologhi teatrali messo magistralmente in scena da Ivano Marescotti; sospesa fra nevrosi e assenza, l’opera è la storia di un personaggio schiavo delle proprie cose. La moglie lo ha lasciato, ma lui non riesce a rinunciare alla sua “roba”. Questo accade perché essa rappresenta per il protagonista la vita stessa, quindi da tenere stretta a tutti i costi. Uno spettacolo comico, quello de La fondazione, ma anche in un certo senso patologico perché, citando le parole di Leo Longanesi, “i difetti degli altri somigliano troppo ai nostri”.

Ivano Marescotti

Chiudiamo questo viaggio con due amici: Giuseppe Bellosi, studioso di letteratura in vernacolo, poeta, glottologo, etnologo, da anni attivo nella divulgazione della cultura locale. Notevole è la collaborazione di Bellosi con il ravennate Eraldo Baldini: dei due ricordiamo, fra le altre, il libro Dante in Romagna. Miti, leggende, aneddoti, tradizioni popolari e letteratura dialettale. E Nevio Spadoni, ravennate di San Pietro in Vincoli. Di lui scrive l’illustre filologo e saggista Ezio Raimondi: “Nel dialetto di Spadoni, ruvido e aspro, il flusso discorsivo sembra proprio scaturire dal profondo del corpo, dall’intreccio mobile e inquieto delle sue sensazioni che hanno ancora lo scatto, il calore, la pienezza della vitalità”.

Dante in Romagna, di Baldini e Bellosi

Il poeta Nevio Spadoni

Come potete ben capire, altro che lingua morta! Il dialetto è vivo e sta benone! 
Lo respiriamo, annusiamo e sorseggiamo ogni giorno, anche se forse non lo parliamo quasi più. Attenti, però: lui non si dimentica di noi e, quando meno ce l’aspettiamo, viene a trovarci con un ciô, un dài mo’! oppure sei proprio un patac(c)a!.

 

 

 

 

lunedì 6 gennaio 2025

UNA CARRIERA, TANTI VOLTI: LUCA CARBONI SI RACCONTA NELLA SUA BOLOGNA

 di Fabio Pagani

Noi, noi ladri di mille lire / Cercando il modo per non morire… Ogni tanto parliamo d’amore. Questo bellissimo estratto della canzone “Ci stiamo sbagliando” di Luca Carboni dà un senso al suono quasi onomatopeico “Rio Ari O” (40 anni tra musica e arte), che intitola la mostra del cantautore bolognese in corso al Museo della Musica di Bologna (Strada Maggiore, 34).

Un Carboni per certi versi inedito, almeno per noi che ne abbiamo apprezzato la musica: oltre cinquanta, infatti, sono le tele esposte, che condensano musica e pittura, perfetta sintesi di chi ha un animo tormentato e sensibile. Dal 1984, anno in cui esce il primo album di Carboni (“E intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film”), nasce anche la passione per la pennellata, come se l’ispirazione musicale fosse il prodotto, o il fattore, giriamola come più ci piace, per generare Arte. 

Carboni nella foto di Nino Saetti

“Con la pubblicazione del mio disco d’esordio – scrive Carboni – mi sono reso conto dell’importanza e dell’attenzione che dovevo mettere sull’immagine della copertina: la scelta delle foto, i colori, il lettering. Fino a quel momento avevo pensato solo alla musica o alle canzoni. Di colpo mi rendevo conto che era fondamentale anche il linguaggio visivo da mettere in campo per comunicare, scoprivo che potevo e dovevo gestirlo io in prima persona se volevo che venisse fuori la mia essenza. Nei primi tempi disegnavo ispirato dalle canzoni che scrivevo, poi ho capito che la pittura era un altro viaggio”. 

I dipinti d’esordio del cantautore ricordano lo stile punk e post punk degli anni ’80, quando Luca mescola la sua creatività con la pubblicità di quelli che sono i simboli di un decennio da ricordare: CP Company e Stone Island, ad esempio, le linee di abbigliamento create proprio a Bologna da Massimo Osti, che scelse come testimonial Carboni e Lucio Dalla.

Visitando la mostra, veniamo colpiti dalla prima sala nella quale è esposta una moto Ducati (Ho comprato anche la moto / usata, ma tenuta bene – da “Mare, mare” del 1992) addobbata di oggetti che raccontano la vita del cantautore: la maglia del Bologna F.C. con il numero 40, in omaggio alla carriera di Carboni, gli scarpini da calcio (La maglia del Bologna sette giorni su sette, da “Silvia lo sai” del 1987), giubbotti di pelle e foto, tantissime foto. Proseguiamo ed entriamo nelle stanze dei dipinti, tutti realizzati in acrilico: il percorso è organizzato, come scrive il curatore della mostra, Luca Beatrice, “in capitoli pensati e ripensati dallo stesso artista, cominciando dalle bandiere, per certi versi il suo ciclo più sperimentale”. Bandiere di ogni tipo, da quelle politiche (Poi diventammo troppo comunisti, da “Inno nazionale” del 1995), alle altre che ricordano la sua amata Bologna (E che Bologna è una regola / Che hai provato a spiegarmi tu / Non lo dimentico più, da “Bologna è una regola” del 2015). 

  

Ancora le cattedrali, simbolo religioso e di architettura, che Carboni arriva a realizzare con “una forma molto stilizzata per avere un corpo architettonico, tridimensionale e simbolico allo stesso tempo. Faccio convivere elementi della religione cristiana con la luna e le stelle, tipici dell’Islam”. Terminiamo con le ragazze, soggetto che ha da sempre accompagnato la vita del cantautore (Loro non le riesci mai a capire / loro le puoi solo amare, da “Le ragazze” del 1998).


   

Il Luca Carboni poliedrico e sorprendente che abbiamo apprezzato in questa mostra, noi che lo conoscevamo soltanto musicalmente, ha lasciato il segno: la pittura è quel tipo di arte che consente, a chi la pratica, di osservare gli altri da un posto privilegiato, quel “cantuccio”, o angolino, di manzoniana memoria in grado di rendere l’artista speciale e diverso. Il grande affetto del suo pubblico ha riavvicinato il cantautore alla gente, dopo il periodo difficile legato ai problemi di salute che l’hanno colpito; anche la canzone a due voci con il collega Cesare Cremonini, “San Luca”, ha prodotto un effetto vortice fra i fan, tant’è che il noto pellegrinaggio in cima al santuario è meta sempre più condivisa e apprezzata. Il potere della musica, proprio così!

Appunti del testo "Colori" (1997)

L’esposizione “Rio Ari O” (40 anni tra musica e arte) è visitabile al Museo della Musica, in Strada Maggiore 34, a Bologna, fino al 9 febbraio prossimo: fateci più di un pensiero, la merita (cliccate qui per maggiori informazioni: https://tinyurl.com/3erpfr82).