Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

venerdì 27 marzo 2020

Riscoprire la storia per provare a rispondere ai tanti interrogativi che ci colpiscono in questo momento


Cosa sta rappresentando, per noi, questo periodo storico? È veramente, o sarà, un fatto di cui non potremo mai avere oblio? Mi piace pensare alle parole del prof. Alessandro Barbero, il quale sostiene che il Covid – 19 non sarà, per forza di cose, un evento che ci cambierà. Ciò dipenderà da numerosi fattori: economia, sanità, stili di vita. La storia dell’uomo ci insegna che non tutte le pandemie hanno nociuto nei decenni a seguire: la temibile spagnola, che ha mietuto 50 milioni di morti, proprio un secolo fa, non ha lasciato particolari evidenze nelle generazioni successive e occupa, oggi, poco più di un capitolo sui libri di storia; questo è spiegabile, forse, con quello che sarebbe accaduto poi nel mondo, vale a dire la nascita dei totalitarismi e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Dalla peste nera del ‘300, quella, per intenderci, portata in Europa dai topi, anche se ha decimato la popolazione europea, non sono sorte gravi ripercussioni sociali, anzi, da lì in avanti abbiamo avuto Boccaccio, Raffaello, Leonardo, Michelangelo, il Rinascimento, l’invenzione della stampa, e mi fermo. Ben diverso fu il caso della pestilenza che subirono gli uomini del tempo di Marco Aurelio, imperatore romano del secondo secolo dopo Cristo: essa svuotò letteralmente l’Impero di gente, esponendolo ad invasioni, saccheggi e distruzioni che avrebbero fatto da anticamera alle successive scorribande barbariche e, quindi, al crollo di Roma.



Sicuramente oggi non siamo sereni e temiamo non solo per la nostra salute, ma anche per le inevitabili ripercussioni socio-economiche che ci cadranno addosso: l’Europa e la sua struttura politica devono dare un segnale che, molto probabilmente, non ci sarà. Io non penso che il Coronavirus ci cambierà, né in meglio, né in peggio: saremo sempre gli stessi, salvo un primo periodo di redenzione e di buoni propositi. La storia ed il suo studio devono insegnarci proprio questo, vale a dire che l’uomo è capace di grandi azioni che spesso, però, restano isolate. Non sempre, evidentemente e per fortuna, ma sovente.
D’altronde, se ancora oggi ci interroghiamo sul senso delle parole di Giacomo Leopardi che, ne “La ginestra”, scritta quando a Napoli, dove viveva il poeta, divampava il colera, vogliono l’umanità intera unita in una “social catena” che divelga e spezzi gli egoismi, le solitudini e le cattiverie umane, forse un motivo c’è. Noi, in questo momento, dobbiamo comportarci come la ginestra, fiore che resiste, è solidale e continua a vivere con ostinazione, determinazione e coraggio. 


Ad maiora!

giovedì 19 marzo 2020

UN TEMPO PICCOLO


I problemi della vita, della nostra corsa verso una luce che, probabilmente, non splenderà mai pienamente. I ricordi, la difficile combinazione da azzeccare alla roulette, quell’attimo che divide una speranza da una delusione.
In questi giorni tutti un po’ uguali a se stessi, mi è venuto in mente il “Califfo”, Franco Califano, e la canzone, poi cantata dai “Tiromancino”, dal titolo “Un tempo piccolo”.
Un uomo che, in un momento, diventa grande; abbandona le illusioni di bambino, fa i conti con la realtà.
“Provai a sbagliare per sentirmi errore” è un verso del testo, quello in cui ognuno di noi può riflettersi. Cambiare direzione, sapendo di sbagliare, ma è essenzialmente così. Rischiare, giocare forte, rinascere, forse, ma non per forza. Non avere regole, tracciare su una tela parabole incerte, ma proprie, vere. La vita è fatta di ritmi sincopati, di momenti diluiti nel vino, di sogni folli.
Alla fine, quindi, cosa rimane? Rimangono i ricordi, i “se”, quel tempo piccolo che non basta per dimenticare una vita intera. 

“Spostai lo sguardo per mirare altrove
cercando un modo per dimenticare”

è il pensiero che è una strada da percorrere continuamente, tornando sempre al punto di partenza, abituandosi a guardare la vita con indifferenza. Solo allora capiremo di essere guariti, di essere rinati, senza dimenticare, però, di convivere con le nostre mancanze.
Questa canzone mi infonde coraggio, anche se il messaggio non è proprio ottimistico. Realtà, coscienza di sé e certezza di essere qui senza covare inutili illusioni.

Buon ascolto.

Ad maiora!


giovedì 12 marzo 2020

DOMI!


Il titolo di questa riflessione è latino: “domi” significa, infatti, “a casa”. Tale è l’imperativo che circola in TV, sui social network, sulle bocche dei più influenti personaggi famosi. Fino a ieri, tuttavia, il melenso fiume di retorica, del tipo “ne usciremo, tutti insieme”, “forza, siamo italiani e nel momento di difficoltà emerge il nostro spirito”, pareva inascoltato e le persone, VIP compresi, circolavano allegramente. Ora, giustamente, la paura. Siamo di fronte ad una pandemia che ci costringe a violentarci per poter raggiungere la luce. Le misure imposteci dal Governo sono più che necessarie, ma ci è consentito di passeggiare, purchè lo si faccia in isolamento. Questa mattina, durante la pausa delle mie video-lezioni, ho deciso di uscire dal mio buen retiro e di fare due passi per Lugo: città deserta, circondario silenzioso, atmosfera surreale. Talmente surreale al punto da udire i lamenti di un cane in lontananza, o i cigolii di una vecchia bicicletta che, arditamente, attraversa la strada e che, in tempi normali, sarebbero soffocati dalle chiacchiere della gente o dai rombi delle automobili.
Non ho mai creduto, in questi giorni, al fatto che queste situazioni possano farci riscoprire: io mi conosco benissimo, sono molto noioso e non ho angoli segreti che non abbia ancora ispezionato. Però un fatto è certo: le piccole cose sono grandi. Ciò che crediamo di banale routine, prendere un caffè al bar, leggere il giornale, mangiare una pizza, camminare per strada senza vedere untori da ogni parte, è un patrimonio inestimabile. E’ libertà di azione, bellezza della semplicità, meraviglia quotidiana di chi ha la fortuna di vivere in un Paese occidentale, denso di contraddizioni, sì, ma che non impedisce alle persone di fare ciò che desiderano. Ecco, spero che questa esperienza, che prima o poi terminerà, possa aiutarci a capire quanto sia bella la banalità, che ora ci manca da morire.
Come diceva il grande Benigno Zaccagnini, indimenticato deputato DC dell’Assemblea Costituente, della Repubblica, nonché Ministro dei lavori pubblici nel Governo Fanfani, S'l'è not us farà dè”!

Ad maiora!

giovedì 27 febbraio 2020

QUANTO CONTA LA CULTURA?


Cari amici,
oggi ci troviamo di fronte ad una massiccia emergenza culturale: mancano, infatti, i fondi per donare a più persone possibili un granello di sale utile a far funzionare il cervello. Siamo al delirio, al nichilismo più completo. Riflettendo su tutto ciò, ho evinto che sia proprio la cultura a mancare, che viviamo nella società degli arroganti, dei potenti, dei tronisti, delle pupe e dei secchioni: tutti belli, forti, pomposi. Alla prima difficoltà, però, si sgonfiano. Se ci fosse una guerra – vera, intendo – costoro sarebbero i primi a cadere non valorosamente sul campo.
Ma perché la cultura spaventa tanto? Forse la risposta è nel fatto che in pochi conoscano l’etimologia del termine. “Cultura” deriva dal latino (Sic!), vale a dire da un verbo che significa “coltivare”. Pensiamo, ad esempio, all'agricoltore, ovvero colui che coltiva la terra, ma anche all'aggettivo “colto”, aspetto proprio di qualcuno che sia in possesso di esperienze e conoscenze varie.
Noi crediamo che il segreto della rinascita sia tutto qui. Non commettiamo l’errore di confondere la cultura con la pedanteria, con l’erudizione (cioè l’arida e sistematica conoscenza di tutto), con l’accademia. Viaggiare, incontrare persone, comprenderne la storia, interrogarsi, ascoltare gente saggia: questo è cultura. Evitare i luoghi comuni, diffidare dalle dicerie, saper ascoltare, prima se stessi e poi gli altri, difende dall'ignoranza.



Molte delle persone che svaligiano i supermercati, che saccheggiano le farmacie di disinfettanti e mascherine, che si barricano in casa convinte di essere finite nella Milano appestata di manzoniana memoria (ah, no, citazione troppo colta per loro) dovrebbero ascoltare di meno l’oracolo Mariano e D’Ursiano e provare, almeno un poco, a capire che, per salvarsi, nei limiti delle nostre possibilità, l’unica àncora di salvezza è – ebbene sì, proprio lei, certamente quella – la cultura.

Ad maiora!