Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 13 aprile 2016

OLINDO GUERRINI E LA BICICLETTA

Oggi affrontiamo un aspetto della nostra cultura contadina di un tempo, ma anche dei giorni nostri e lo facciamo attraverso le parole, spesso pungenti e sicuramente genuinamente nostrane, di Olindo Guerrini. Il poeta di Sant’Alberto racconta le sue uscite in bicicletta insieme ai figli nella villa di Gaibana, dove amava trascorrere lunghi periodi di riposo. La bicicletta rappresenta una specie di mito in Romagna; è un po’ come la “caveja campanena”, il simbolo di questa nostra terra, piena di sentimenti e passioni. 



Di questo amore per la bicicletta da parte di Olindo Guerrini, noi troviamo espressione in molte parti delle sue poesie, soprattutto in quella che oggi appare la più schietta e genuina, i Sonetti Romagnoli. Come si sa, i Sonetti sono una prole senza padre in quanto non sono nati entro uno schema prefissato, predisposto dal poeta, ma sono battute che gli escono spontanee dalla penna e che delineano in modo scherzoso e serio allo stesso tempo i personaggi della Ravenna di fine ‘800. Di questa Ravenna ricordate tutti Tugnazz, cacciatore bestemmiatore amante del vino, quel Tugnazz del famoso sonetto “E prit dla Camarlona” in cui, credendo di sparare ad un uccello, il nostro personaggio colpì il di dietro del prete che stava accovacciato per fare i suoi bisogni. Un altro volto, più aristocratico, è quello di Pulinera – Apollinare in romagnolo – più colto e conservatore, mentre Tugnazz è progressista e partecipa attivamente e in modo intimo e passionale alle lotte dei lavoratori. Tornando alla bicicletta, essa è presente in molti sonetti che vanno sotto il nome de “E viaz”, dove il poeta compie la sua descrizione del giro d’Italia in bicicletta; sono famosi molti sonetti, per esempio “Modna” dove, arrivato in piazza del Duomo, il poeta scrive “essendo un cantico di laude a Dio, gli uccelli esultano, compreso il mio!”. 



Il tema della bicicletta compare anche in alcuni scritti in prosa, dove notiamo lo stile brioso, elegante, mai pedante di Olindo Guerrini. Vi consigliamo di leggere anche quest’opera, dalla quale emerge la figura di questo grande poeta, ricordato più per i sonetti che per gli altri componimenti, ma uomo profondamente erudito, letterato ed eccellente latinista. I Sonetti romagnoli sono una delle opere più vendute dalla casa editrice Zanichelli e questo dimostra l’attualità e la continua novità dell’anima di questa Romagna che, nonostante i secoli, continua a pulsare con lo stesso entusiasmo e la stessa passione.

Ad maiora!



mercoledì 23 marzo 2016

Il capello strappato

Poiché non periva per destino o per debita morte,
ma sventurata prima dell’ora, arsa da subitanea follia.
Proserpina non aveva ancora strappato dal capo
Il biondo capello, né assegnato la vita all’Orco stigio.

Questi versi, tratti dall’Eneide (IV, 696-699) ci fanno riflettere su un motivo piuttosto diffuso nelle culture antiche e collegato ad una credenza magica: il “capello strappato”.
Proviamo a capire meglio e a riflettere sul fatto che i capelli (beato chi li ha tutti, folti e belli… Pensiero personale) non siano soltanto un elemento di corredo del nostro capo, ma abbiano un valore antropologico, esistenziale, quasi mistico. Partiamo da Apollodoro, scrittore greco di miti, che narra un famoso episodio a proposito di Niso, re di Megara, e di sua figlia Scilla (III, 15, 8):

Minosse, che aveva il dominio del mare, armò una flotta contro Atene, conquistò Megara dove regnava Niso, figlio di Pandione, e uccise Megareo, figlio di Ippomene, che era venuto da Onchesto in aiuto di Niso. Ma anche Niso morì, tradito da sua figlia. Egli aveva infatti, in mezzo alla testa, un capello rosso, e un oracolo diceva che, se questo capello fosse stato strappato, sarebbe morto. Allora, sua figlia Scilla, che si era innamorata di Minosse, glielo strappò. Minosse, però, quando conquistò Megara, appese la fanciulla per i piedi alla prora di una nave e la fece morire annegata.



Secondo una versione del mito ben attestata a Roma, Scilla fu tramutata in cyris – un uccello acquatico, probabilmente una specie di airone – e Niso in aquila marina. A questa trasformazione fa riferimento anche Virgilio nelle Georgiche (I, 404-409):

Appare in alto nel limpido cielo Niso
e Scilla paga la pena per il purpureo capello;
dovunque ella fuggendo solchi l’etere lieve,
ecco, atroce nemico, con grande stridore la insegue
Niso per l’aria; e dove Niso s’innalza,
ella fuggendo rapida s’invola nel lieve etere.

Il tratto rilevante di questo racconto, ovvero la mortalità di Niso legata alla durata del capello rosso, ritorna a proposito del meno famoso Pterelao, figlio del fondatore della città di Tafo, contro i cui abitanti, i Teleboi, era andato a combattere Anfitrione, lo sposo di Alcmena, celebre per essere stato sostituito nel letto nuziale da Zeus (che mattacchione!) che ne aveva preso le sembianze. (Apollodoro, II, 4, 7).
Ma il motivo del “capello strappato” non è peculiare solo della letteratura greca e latina. Anche la sorte di Sansone, famoso personaggio biblico, è legata ai capelli. Così era stato annunciato a sua madre, che era sterile e aveva pregato Dio di farle concepire un figlio:

Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma
concepirai e partorirai un figlio, sulla cui testa non
passerà rasoio, perché il bambino sarà un nazireo
consacrato a Dio fin dal seno materno; egli comincerà
a liberare Israele dalle mani dei Filistei. (Giudici 13, 3-5).

E così avvenne: nacque Sansone e, una volta cresciuto, cominciò a fare strage di Filistei.
La sua forza venne meno quando, innamoratosi di Dalila, fu tradito dalla giovane che, mandata dai Filistei, sedusse Sansone, lo fece poi addormentare sulle sue ginocchia e gli fece radere da un uomo le sette trecce del capo.  Il Giudice biblico, allora, cominciò ad infiacchirsi e la sua forza si ritirò da lui.



Ma torniamo al mondo classico e concentriamoci su Didone, la regina di Cartagine.  Virgilio instaura un rapporto diretto fra il crinis (capello) e il fatum (destino/sorte) della donna, come se la “porzione di vita” assegnata alla persona fosse legata al momento in cui il fatale capello viene reciso.



Infatti, il capello è la vita di Didone: è il luogo in cui la sua esistenza si condensa, una delle sedi privilegiate in cui si colloca l’anima di una persona. Anche il colore del capello di Didone (che Virgilio definisce “flavus”, biondo) non è un elemento privo di importanza: abbiamo visto che, nella leggenda di Scilla e Niso, il capello di quest’ultimo è rosso. Ciò che conta, evidentemente, è che questo capello “consacrato” abbia un colore diverso da quello degli altri perché è “magico”: è un luogo della vita, secondo la concezione per cui esiste un’anima che è fuori dalla persona o in una parte “accessoria” della persona stessa.
Perciò, in buona sostanza, state attenti quando vi pettinate!

Ad maiora!


mercoledì 16 marzo 2016

Epigrafia latina... Non solo roba da intenditori!

Quanti di voi, visitando ad esempio i Fori Imperiali, si saranno imbattuti in quei lastroni di pietra con incise lettere e sillabe? Probabilmente moltissimi. Ma, onestamente, vi siete mai soffermati a provare a decifrare quei segni? Ecco, tali ruderi contengono delle epigrafi, vale a dire dei messaggi, dei veri e propri testi scritti in occasioni di ricorrenze, come quelli funerarie, oppure di celebrazioni.
La maggior parte delle iscrizioni romane sono, come detto, in pietra; nei tempi più antichi furono usate anche pietre vulcaniche, calcari, importate da Grecia, Egitto e Africa.
Naturalmente, ogni indagine epigrafica ha necessità di una mappa delle cave sfruttate; i Romani organizzarono uno sfruttamento intensivo delle cave tanto è vero che, presso le grandi città, si formarono grandi depositi di marmo – merce di lusso – impiegato nelle costruzioni e nelle decorazioni. La levigatura del blocco di marmo avveniva nella “bottega epigrafica” che si trovava in città o nel suburbio (periferia).



Gli strumenti usati erano il piccone, le ferulae (picchetti di ferro per staccare i blocchi), i cunei in legno, gli scalpelli, punteruoli, graphia (strumenti a graffio), compassi e squadre. Il trasporto dalle cave alle officine avveniva per mare, lagune o fiumi; l’appalto dei trasporti toccava ai negotiatores artis lapidariae (negoziatore dell’arte della pietra). Nella lavorazione, il lapicida (sculptor o scriptor) si metteva semisdraiato oppure su una impalcatura per tracciare il ductus (l’ordine dei singoli elementi dell’iscrizione). Nel passaggio tra le varie fasi dell’iscrizione, potevano accadere “errori”, indice del grado di cultura degli operatori. A questo proposito, è di fondamentale importanza l’ordinatio, che non consisteva solo nel disegno delle lettere, ma anche nel tracciato di linee orizzontali sulle quali o dentro le quali si dovevano incidere le lettere (linee tracciate con una punta sottile, col gesso o col carboncino). Gli errori più comuni nell’incisione erano:
• errori o correzioni di semplici lettere, magari per assonanza;
• per analfabetismo;
• per fraintendimento di lettere (E e F) o per incomprensione di lettere (I,L,T) confuse con le linee di guida;
• lettere incise capovolte;
• scambio di lettere (es. posiut per posuit);
• lettere dimenticate e poi inserite più tardi;
• correzioni che vogliono migliorare l’originale.
Vanno ricordate infine le iscrizioni musive - ad opera dello stesso mosaicista – che si inseriscono nel quadro generale delle tessere del mosaico; queste iscrizioni si compivano domi (cioè in casa e non in officina).



Le abbreviazioni si chiamano siglae:
R(es) P(ublica)
DDDD NNNN   D(omini) N(ostri) Q(uattuor) : quattro nostri padroni
Forse le abbreviazioni erano dovute all’esigenza di risparmiare spazio e in virtù di quelle la lettura dell’iscrizione era mnemonica (memorizzare i significati delle abbreviazioni).
Le iscrizioni funerarie erano indicative di un tentativo di ricordare, anche dopo la morte, le persone; queste epigrafi non erano solo prerogativa dei ricchi, ma anche dei poveri e costituivano dei veri e propri nuclei familiari.
Es.
D.(is)M.(anibus) L.(ucius) Camillus Faustus vir Aug(ustalis) viv(us)
fecit in anno LXX, vixit annis LXXXXII.
Agli Dei Mani, Lucio Camillo Fausto, uomo vivo al tempo di Augusto, fece (la lapide) nell’anno 70 (di età), visse negli anni 92 (dopo Cristo, sotto l’imperatore Domiziano).

Inoltre ricordiamo dei cartelli con elenco dei prigionieri, delle imprese, dei bottini.
Esistevano anche cartelli satirici, polemici, di dissenso o di difficile comprensione, come I.N.R.I. (Iesus Nazarenus Rex Iudearum).
L’immagine a cui era associata questa scritta era quella di un pesce e i Romani non riuscivano a collegare la figura dell’animale alla scritta, anche perché poteva apparire un’ulteriore sigla (Iktzùs) che in greco significa “pesce” ma, sciogliendo le abbreviazioni, ci troviamo di fronte ad una cosa assai strana e eccezionalmente esatta pur nella sua apparente casualità: Iesùs Kristòs Tzeoù Uiòs Sotèr (Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).

Per concludere, proponiamo alcuni esempi di scioglimento di un’epigrafe, sperando di non avervi troppo annoiato.

D M
SEVERUS
SEXTI   FIL
UXORI     POS

Dis Manibus             Severo, figlio di Sesto, pose (questa lastra tombale) in
Severus                     onore degli Dei Mani alla moglie
Sexti Filius  
Uxori Posuit

HER   M   V   MET

Herculi   Miles   Vivus   Metellus               Il soldato vivo Metello dedica l’epigrafe

                                                                     ad Ercole


Ad maiora!

martedì 16 febbraio 2016

Il tris dei nostri aperitivi non nuoce alla salute!

Come sempre, ecco un riepilogo degli ultimi tre aperitivi etimologici del mese!

VULPEM PILUM MUTAT NON MORES
La volpe cambia il pelo, non i costumi (Proverbio)
Si tratta di un proverbio già diffuso in ambito latino, mentre nel mondo greco era usata la metafora del lupo. In italiano sono rimaste entrambe le versioni: “La volpe perde il pelo, ma non il vizio” e “Il lupo cambia il dente, ma non la mente” (questo aforisma, forse, è meno conosciuto). Variazioni simili, sempre con gli stessi animali come protagonisti, si hanno anche nelle altre lingue europee.

BERESHI’T BARA’ ELOHI’M ET HASHAMAJM VEET HAARETZ
Dal principio creò i cieli e la Terra. (Genesi, I, 1)
Oggi citiamo il primo versetto dell’Antico Testamento, simbolo della creazione. Gli Ebrei non conoscono la parola Genesi, ma è una nostra interpretazione dell’ebraico BERESHI’T, che significa, appunto, “dal principio”. Il popolo di Israele ha una storia straordinaria ed oggi, 27 gennaio, volevamo rivolgere un pensiero a quanto accadde una settantina di anni or sono.
Ma Israele non è “solo” questo. Gli Israeliti, infatti, hanno inventato il sistema consonantico, quello che noi chiamiamo alfabeto, composto da 27 grafemi (non sono stati i Fenici a farlo, come si legge sui libri di storia!). L’ebraico biblico fino al VII secolo d.C. ha solo consonanti. Le vocali vengono aggiunte in seguito: il “nyqùd”, la “puntatura”, cioè vocalizzazione, è stata inventata da un gruppo di rabbini, i “punctatores”, a Tiberiade nel VII secolo.
Quella del popolo ebraico, quindi, non è solo storia di religione e di “diàspora” (dispersione, fuga: pensiamo a quella dall’Egitto, condotta da Mosè, oppure a quella dalla Babilonia di Nabucodonosor, che ha ispirato il grande Giuseppe Verdi nella composizione del Nabucco), ma anche e soprattutto di cultura e tradizioni.
Un popolo grande, quindi, che ha vissuto la tremenda persecuzione nazista: 6 milioni di morti, tanti sopravvissuti suicidatisi anni dopo perché non riuscirono a sopportare il peso del tragico ricordo, troppi, ahinoi, delinquenti che ancora oggi sostengono il negazionismo, ovvero che la Shoah non sia mai esistita.

QUI GRATE BENEFICIUM ACCIPIT, PRIMAM EIUS PENSIONEM SOLVIT
Chi accoglie un beneficio con animo grato paga la prima rata del suo debito. (Seneca, De Beneficiis, II, 22, 1).
Celebre massima del filosofo spagnolo Lucio Anneo Seneca, vissuto a Roma nel I secolo d.C. alla corte dell’imperatore Nerone. Di lui si ricordano, oltre alle innumerevoli opere, gli ultimi giorni di vita, raccontatici magistralmente dallo storico latino Tacito: Seneca, non potendo lasciare in eredità ai suoi discepoli alcun bene materiale, dona loro l’immagine della sua vita e li richiama alla fermezza nel momento delle lacrime in quanto esse sono in contrasto con gli insegnamenti che il filosofo ha sempre impartito. Accusato di aver preso parte al complotto ordito contro Nerone (la celebre congiura dei Pisoni, dal nome della famiglia che l’aveva organizzata nel 65 d.C.), Seneca, che in realtà ne era solo informato marginalmente, riceve dall’Imperatore l’ordine di togliersi la vita (o, quantomeno, gli viene fatto capire ciò). Non potendo né avendo l’intenzione di sottrarsi, Seneca si suicida “stoicamente”, vale a dire rimanendo imperturbabile di fronte al proprio destino.

Ad maiora!


mercoledì 3 febbraio 2016

Alceo... Il viaggio continua!

Cari amici, la scorsa volta abbiamo affrontato la poesia di Saffo e gli aspetti relativi alla cultura del tiaso, vale a dire il circolo ellenico nel quale la poetessa di Ereso insegnava alle giovani l’arte della seduzione.
Oggi continuiamo il percorso all’interno dei poeti del sentimento e del privato: avanti, Alceo!
Egli nasce a Mitilene in una famiglia aristocratica, ha due fratelli con i quali si dedica all’impegno politico combattendo contro gli Ateniesi per il possesso di Sigeo, ma senza successo (celebre la resa, evidenziata dall’abbandono dell’Oplon, ovvero lo scudo, simbolo di resistenza e valore). Arrivato al potere Mirsilo, Alceo congiura contro di lui ma, il fallimento dell’iniziativa, lo porta ad un primo esilio a Pirra. Alla morte del tiranno, il poeta esulta:

fr. 332 Voigt

Ora bisogna ubriacarsi,

e che ciascuno beva anche per forza:

perchè Mirsilo è morto.


Alceo muore anziano, come dimostra un suo frammento, tradotto da S. Quasimodo:

Sul mio capo che molto ha sofferto

e sul petto canuto

sparga qualcuno la mirra.

Le odi di Alceo sono state raccolte dagli Alessandrini (grammatici e filologi vissuti ad Alessandria d’Egitto fra il III ed il II secolo a.C.) in almeno 10 libri, divisi per genere: nel primo volume gli inni agli dèi, negli altri i canti di lotta, i canti conviviali, i canti d’amore.
Al centro della lirica di Alceo c’è il vino: attenzione, esca dalle nostre menti l’idea che il poeta avesse la tessera ad honorem degli alcolisti anonimi!!! E allora cosa rappresenta per lui il nettare degli dèi? E’ lo strumento per esaltare la personalità e per verificare la coesione dei singoli, “svelando il compagno al compagno”. Bere non per infrangere la disciplina, ma per provarne la solidità. Alceo ed i suoi compagni, fra cui l’amico Pittaco, trascorrono il tempo fra il cibo con cui ora si accendono contro il tiranno Mirsilo, ora placano l’odio verso di lui oppure ogni altro cruccio. Il vino, proibito alle donne, favorisce la solidarietà e l’intimità ed ha valore supremo, divino, spiegato dalla metamorfosi, magica per i Greci, dell’uva nella bevanda inebriante.


Fr. 347 Voigt


Inonda di vino i polmoni,

infatti la canicola compie il suo giro e la stagione è opprimente,

ogni cosa è assetata sotto la vampa del sole,

la cicala risuona dolce dalle fronde e il cardo fiorisce.

Ora le donne sono impure quanto mai, e gli uomini emaciati,

Sirio dissecca la testa e le ginocchia.



Il vino è concepito dal poeta come specchio dell’uomo e sono vari i motivi che lo inducono a bere: l’ora del tempo, la dolce o aspra stagione, la visione dello Stato in rovina, il sentimento dell’umana condizione. L’ebbrezza, quindi, come farmaco della vita e come strumento di equilibrio esistenziale.

Chi volesse approfondire il tema del vino nella letteratura, greca e non, se ne avesse voglia potrebbe leggere i seguenti saggi:
Oinos : il vino nella letteratura greca / Luca Della Bianca, Simone Beta
Roma : Carocci, 2002, 108 p. 
Il calamaio di Dioniso : il vino nella letteratura italiana moderna / Pietro Gibellini
Milano : Garzanti, 2001, 184 p.

Alla prossima con l’ultimo lirico, Anacreonte.

Ad maiora!


martedì 5 gennaio 2016

Iliade ed Odissea, tante storie con un unico intreccio? (Il mondo greco, seconda parte)

Ci eravamo lasciati, a fine novembre, con un post sull'origine della civiltà ellenica, rimandando a fasi successive la prosecuzione dell’argomento. A causa dei già noti problemi informatici che hanno colpito  “il ferro” di chi scrive, riprendiamo oggi il filo del discorso.
L’Iliade e l’Odissea raccontano fatti realmente accaduti: Troia (distrutta da una spedizione o da più incursioni) si trovava su una piccola altura, nella regione Nord-Occidentale dell’Asia Minore presso la confluenza di due piccoli fiumi, lo Scamandro e il Simoenta, oggi a sinistra dello Stretto dei Dardanelli. Il luogo è stato identificato dall'archeologo tedesco Heinrick Schliemann sotto la collina di Hissarlik, in Turchia.


La celebre maschera funebre di Agamennone, in oro, ritrovata da Schliemann


Troia, sorta intorno al III millennio a.C., fu abitata dall’800 a.C. da una popolazione indoeuropea che conosceva il cavallo, usava la ceramica, inumava i morti. Intorno al 1300 a.C. fu danneggiata da un terremoto, poi fu ricostruita e nel 1260 a.C. (circa) fu espugnata ed incendiata. Le vicende di Troia furono raccontate dai reduci della guerra e cantate dagli “aedi” (cantastorie) nelle case, durante un banchetto, nei santuari, nelle piazze… Il contenuto dei racconti (che, ricordiamolo bene, NON erano scritti!) veniva aggiornato secondo le richieste del pubblico, ma in genere era strutturato su tre elementi fissi:
le formule, ovvero nessi di parole con metrica costante (“il piè veloce Achille” oppure “il chiaro Odisseo”) ;
scene tipiche (sbarchi, partenze, sacrifici, banchetti, duelli…);
canoni  positivi, vale a dire regole per organizzare la metrica in sequenze tradizionali.


Achille ed Aiace Telamonio mentre giocano a dadi

Nel tempo l’epica si cristallizzò nella forma in cui aveva avuto più successo e nel VII sec. a.C. il processo era ormai definitivamente concluso ed i canti erano recitati a memoria dai “rapsodi” (termine riconducibile a due etimologie: da ῥάψας – cucire insieme – e αἰδιός – cantore -, vale a dire un cantore che cuciva insieme gli episodi; da ῥάβδος – bastone – e αἰδιός – cantore -, ovvero un cantore che si appoggia ad un bastone, visto che, abbandonato lo strumento musicale, recitava sostenendosi con un bastone).


Aedi e Rapsodi


Quindi, per capire meglio, possiamo sintetizzare il tutto in questo modo: l’aedo è il cantore di ogni genere di versi, mentre il rapsodo lo è dei soli versi epici.
Iliade ed Odissea appaiono, però, non come un’aggregazione di parti, ma come una creazione unitaria con un piano organico. A questo proposito può esserci utile ricordare il giudizio di Aristotele: “Omero, nell'Odissea, non racconta tutte le vicende di Odisseo, ma compone l’Odissea intorno ad un’azione (il ritorno di Ulisse) e così anche per l’Iliade (l’ira di Achille).
Uno dei grandi misteri nati attorno a questi due poemi omerici è la paternità degli stessi: chi li ha scritti? Omero è davvero esistito? Perché, secondo alcune teorie, il suo nome significherebbe “non vedente?” A queste domande, che costituiscono la materia di studio denominata “Questione omerica”, daremo risposta la prossima volta.


Ad maiora!

mercoledì 30 dicembre 2015

Eccovi un poker di aperitivi!

Cari amici lettori, finalmente da oggi posso contare di nuovo sul PC! E che PC!
Lo inauguro subito pubblicando quattro aperitivi, fino ad ora visibili solo sulla pagina Facebook del blog!

Ad maiora!


QUI PRO QUO

Una cosa per l’altra (detto proverbiale).

Questa espressione, di origine ignota anche se probabilmente legata alla filosofia scolastica medioevale, deriva forse dalla “corruzione” popolare di qualche altro modo di dire, dato che nell’attuale formulazione non ha alcun significato (infatti la sua traduzione letterale sarebbe:” il quale per il quale”. E’ probabile che il primo pronome fosse in origine un quis o un quid, dando come traduzione o “quale cosa al posto di un’altra” oppure “chi al posto di chi”. Comunque la formula gode ancora oggi di grande popolarità tanto da venire considerata alla stregua di un sostantivo (“il quiproquo”, “un quiproquo”), che è sinonimo di equivoco. Nel mondo anglosassone invece ha assunto il significato di scambio, di una cosa in cambio dell’altra.


CLAVO CLAVUM EICERE (Proverbio)
Chiodo scaccia chiodo (Lett.: scacciare un chiodo con un altro chiodo)
Si tratta di una locuzione che, in origine, designa solo la comodità di scacciare un male con un rimedio simile (si potrebbe anche utilizzare il detto, mutuato dalla medicina omeopatica, “similia similibus curantibus”, vale a dire “il simile si cura con il simile”); la metafora è ancora viva nella nostra lingua, dove però si applica soprattutto all’ambito erotico, dato che “chiodo scaccia chiodo” è quasi sempre un’esortazione a dimenticare un amore cercandone un altro.

SEMPER BONUS HOMO TIRO EST (Marziale, Epigrammi, XII, 51, 2)
L’uomo buono è sempre un pivello...
Il “tiro” era la recluta dell’esercito romano. Dal linguaggio militare il termine è poi passato ad indicare qualsiasi principiante, esordiente o novellino. Concetti simili a questo espresso da Marziale sono presenti in tutte le lingue. In italiano, ad esempio, si può dire “troppo buono, troppo minchione!”.

NON IN SOLO PANE VIVIT HOMO
Non di solo pane vive l'uomo (Deuteronomio, 8, 3; Matteo, 4, 4)...
Celebre soprattutto per la sua presenza nel Vangelo (dove Gesù la pronuncia in risposta alle tentazioni del Demonio nel deserto), la massima acquista significato da ciò che segue: "ma di ogni parola che provenga dalla bocca di Dio". Quindi si tratta di un'esortazione a preoccuparsi della vita spirituale prima che delle necessità materiali. E di questo, soprattutto oggi che è Natale, spesso ce ne dimentichiamo.

Buona degustazione!
Ci sentiamo l'anno prossimo!