Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

martedì 26 novembre 2024

Generazione 883

Cosa ci lascia la serie TV sul gruppo icona degli anni ’90. Eravamo davvero così felici?

di Fabio Pagani

Pur con qualche ritrosia, per i motivi che spiegherò più avanti, ho guardato tutte le otto puntate della serie “Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883”. Sydney Sibilia, il regista, ha senz’altro realizzato un buon prodotto, avvalorato dall’ottima interpretazione dei giovanissimi protagonisti, Elia Nuzzolo (Max Pezzali) e Matteo Oscar Giuggioli (Mauro Repetto).

La narrazione è abbastanza fedele alla reale vicenda del duo, ascoltando le interviste rilasciate dagli attori: dagli inizi difficili, all’esplosione definitiva, fino alla rottura, di cui si intuisce il motivo, senza che, però, sia declinato. Sicura, a questo proposito, la seconda stagione della serie.

Ma, dicevo, mi sono avvicinato alla visione con un pizzico di prevenzione: in genere, quando si riapre la porta della nostalgia, in questo caso evidente per una certa generazione, come la mia, si corre il rischio di enfatizzare e celebrare un periodo che pare migliore di quello attuale. Per alcuni versi, può essere così: i giovani degli anni ‘80/’90 avevano realmente più cose da dire di quelli di oggi? Erano più sognatori? La storia di Max e Mauro è la classica amicizia di due ragazzi di provincia, che si conoscono a scuola e che condividono la passione per la musica; le lunghe estati di Pavia, quelle, per intenderci, in cui ci si annoia mortalmente – ah, la noia, stato fisico e mentale che, quando vissuto in modo sano, fa apprezzare il valore dell’attesa – nascondono in realtà la risposta a tutte le inquietudini dei due protagonisti. È proprio dal nulla apparente che nascono le storie, a loro volta cullate nella fantasia che riempie di contorni luccicanti l'ordinaria quotidianità. E così, molto semplicemente, una ragazza, anzi, la ragazza tanto desiderata da Max, che gli racconta le proprie inquietudini amorose, ispira il testo del primo successo degli 883, dal titolo “Non me la menare”, come rappresenta il paradigma assoluto della sofferenza sentimentale, del possibile “NO” in “Come mai”.

Max e Mauro sono, forse è meglio dire “erano”, due ragazzi come tanti di noi che, a cavallo di quegli anni, si accontentavano di avere un sogno; quel mondo senza smartphone, internet e Instagram ci consentiva di inforcare la bicicletta o il motorino per andare a trascorrere lunghi pomeriggi in giro per le vie della città, ci alimentava con la benzina dell’immaginazione, quella che manca terribilmente ai ragazzi degli anni ’20 del 2000.

E allora, se i Max e i Mauro del 1992 fossero qui, oggi, e vivessero il 2024, cosa direbbero? Come ci giudicherebbero? Non sono tanto sicuro che risponderebbero con fermezza che negli anni ’90 si stesse meglio; si adatterebbero al moderno, forse produrrebbero canzoni ancora più iconiche, più forti, grazie alla tecnologia e alle infinite possibilità offerte dalla comunicazione. Oppure, no… No, perché il bombardamento a cui siamo sottoposti non stimola la creatività, semmai la inibisce.

Ecco perché, pur contento di aver visto la serie e di averla molto apprezzata, credo che la nostalgia per quegli anni sia discutibile. Domani, forse, rievocheremo il 2024 perché vivremo in un mondo ancora peggiore di questo; non lo so e non credo sia utile pensarci. Ciò di cui sono sicuro, invece, è che i giovani devono recuperare la voglia di sognare, di entusiasmarsi solo perché quella luce, in quella finestra, in quella casa in cui abita la ragazza del cuore, è accesa: sarebbe già una grande conquista.

venerdì 22 novembre 2024

Ricordi ed emozioni nell'ultimo libro di Nevio Spadoni

di Fabio Pagani

Poesia e musica per celebrare il senso della vita. Giovedì 21 novembre, nella bellissima cornice della sala Ragazzini di Ravenna, Nevio Spadoni ha letto ed interpretato alcune delle liriche contenute nella raccolta Parôl d’sêl e d’mél (Parole di sale e di miele - Arcipelago Itaca Edizioni), con l'ottimo accompagnamento di Alvio Focaccia alla fisarmonica. Un'ora di intense vibrazioni a cui il numeroso pubblico presente ha tributato applausi sinceri.

Spadoni (San Pietro in Vincoli, 1949) è poeta e drammaturgo di respiro nazionale ed internazionale: ha alle spalle una vita nell'insegnamento della storia e della filosofia, con cui ha lasciato tracce profonde nei tanti studenti che, oggi, sono suoi lettori e amici. Fra i riconoscimenti ottenuti in carriera, ricordiamo gli ultimi, vale a dire il premio "Lerici Pea-Paolo Bertolani" per la poesia in dialetto nel 2023 ed il premio "Pascoli", nel settembre di quest'anno, ricevuto proprio per la raccolta Parôl d’sêl e d’mél (per una bio-bibliografia approfondita, consigliamo il sito internet personale dell'autore: www.neviospadoni.com).

Questa raccolta, che è una narrazione poetica, fluisce secondo un corso, quello dell’esistenzialismo di cui Nevio è grande conoscitore. La domanda che emerge dalla lettura delle liriche è: come possiamo affrontare quel Nichilismo che, seguendo il pensiero del filosofo Heidegger, pare essere dominante nel mondo di oggi?

La risposta, o una delle risposte, è nella poesia: attraverso la parola, l’autore fiuta la possibilità di indagare nell’interiore dell’individuo, scalfendo la scorza dura della vita: dolori, ricordi, preoccupazioni vengono attenuati e, a volte, leniti dalla poesia. Spadoni, che giunge a quest'antologia dopo un percorso fatto di indagini, scoperte e riscoperte, è un “archeologo” del verso perché riesce a far riaffiorare ricordi e profumi ormai soffocati dall’incedere vuoto del tempo di oggi. 


E fa ciò con il dialetto, la sua lingua-madre, quella che lo tiene legato alle proprie radici; il vernacolo, con la sua immediatezza e sfrontatezza, insieme alla musicalità e al lirismo, produce chiarezza, significato, ma lo fa in modo sobrio e senza inutili ricami. E’ la lingua della campagna, di un humus che ricollega tutti noi - anche se, spesso, lo dimentichiamo - “ad un dialogo incessante fra passato e presente, tra mondo d’origine e realtà in trasformazione”, come scrive Manuel Cohen nella prefazione al libro.

Le poesie di Parôl d’sêl e d’mél sono proprio questo: una riflessione sulla vita, a tratti cruda, a volte dolce e malinconica. Ma senza poesia, quel “tocco sinistro del presente” di cui parla Spadoni risuonerebbe insopportabile.



domenica 6 marzo 2022

ALLA SCOPERTA DELLE RADICI DELLA NOSTRA LINGUA

 Puntata n. 2


Carissimi,

quante volte vi avranno definito in questo modo: “Sei proprio un ghengo!”. Ma dove risale l’origine di questo termine, molto popolare nella Romagna ravennate, meno nel resto della “Provincia Romandìolae”?

Ghèngh”, cioè “fannullone”, è diffuso a Ravenna, Ville Unite, Russi, Fusignano ed Alfonsine e la sua etimologia è attribuibile, con ragionevole approssimazione, al tedesco “gagg/gang” e significa “viandante”. 



Qualcuno ha, con una punta di ironia, definito colui che viaggia come uno che non lavora: i romagnoli, quindi, avrebbero preso alla lettera queste parole, associando il “Ghèngh” al “girandolone”, ovvero “zirandlôn”, oppure allo “zingaro”, “e’ zèngan”, vale a dire un vagabondo dedito solo all’ozio.

 

Ad maiora!

venerdì 31 dicembre 2021

ALLA SCOPERTA DELLE RADICI DELLA NOSTRA LINGUA

 Puntata n. 1


Carissimi,

rispolvero il motto del periodico bolognese di Stecchetti, “Il Matto”: “Il giornale uscirà quando crede: non più di una volta al giorno, non meno di una volta all’anno”. Perché, vi chiederete? Senza dubbio, uno dei motivi è che, pubblicando oggi questo testo, ho ragionevole certezza di non essere costretto ad uscire ancora nel 2021.

Bando alle ciance, o quasi, vi voglio raccontare la storia di un aggettivo della lingua romagnola, assai noto alle generazioni più mature, ma pressoché sconosciuto a quelle più verdi: “spagogn”.


Mi ritrovo molto in questo termine, forse perché, come dicevano i Latini, “nomen – omen”?

Comunque sia, “spagogn” significa “ritroso”, “indocile” ed è proprio di un carattere introverso, scontroso, spigoloso, poco socievole, infastidito dal contatto umano cercato a tutti i costi. La sua probabile etimologia deriverebbe dal latino” pagan(ic)us”, abitante del “pagus” (villaggio), perciò rustico e selvaggio. Un’altra possibile origine sarebbe “expacare” (spaventare), dove il suffisso –ogn ha valore attenuativo: un po’ spaventato, un po’ scontroso, quindi, come è nello stile del carattere dello “spagogn”.

Con questo, cari lettori, vi saluto, augurando a tutti noi un 2022 tranquillo.

Ad maiora!

mercoledì 22 settembre 2021

Vivi nella parola… In pillole

 Cari amici,

oggi parliamo di un altro autore, non un poeta, ma uno scrittore: Renato Serra. Come mai, forse vi chiederete, allora compare nell’antologia? Il motivo è presto detto: Serra evoca benissimo il dolore e lo smarrimento di fronte alla morte, una morte che deriva dalla tragedia della guerra, la Grande Guerra, a cui egli partecipa. Inoltre, diversi lirici dell’area cesenate, contenuti in “Vivi nella parola”, trattano criticamente la produzione del Serra e, quindi, riteniamo utile parlarne.

Renato Serra nasce a Cesena nel 1884 e muore sul monte Podgora, in Friuli, il 21 luglio 1915. Di famiglia benestante, si laurea in Lettere presso l’Università di Bologna e ha nel Carducci il proprio modello culturale di riferimento. Aderisce alle idee socialiste del tempo e, nonostante la vita lo porti ad entrare all’accademia militare e a frequentare gli ambienti fiorentini e romani, mantiene sempre forte il legame con la sua terra, la Romagna, di cui ama approfondire anche gli autori minori. Serra, molto sensibile al tema della guerra ed alla necessità di mistificarne il mito – evidente, qui, il contrasto con D’Annunzio -, rifiuta l’idea per cui il conflitto bellico sia necessario, spogliandolo di ogni abito morale ed etico.

Lo scrittore cesenate, decidendo di prendere parte alla Grande Guerra, assume una posizione decisamente netta, declinandola attraverso il ruolo della letteratura: quest’ultima, infatti, non è capace di esprimere il senso di smarrimento dei giovani di fronte al dramma delle bombe, non sa trovare nelle trincee un minimo motivo di giustificazione, non può celebrare ciò che conduce milioni di uomini, giovani soprattutto, a morte certa.

Ne Esame di coscienza di un letterato, scritto dal nostro nell’aprile 1915, Serra dipinge il sacrificio della morte con colori grigi, freddi, in antitesi alle gloriose celebrazioni che i letterati e gli intellettuali producono:

[…] la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo, che non conosce più la grazia. […]

[…] Vorremmo che quelli che hanno faticato, sofferto, resistito per una causa che è sempre santa, quando fa soffrire, uscissero dalla prova come quasi da un lavacro: più puri, tutti. E quelli che muoiono, almeno quelli, che fossero ingranditi, santificati; senza macchia e senza colpa. E poi no. Né il sacrificio né la morte aggiungono nulla a una vita, a un’opera, a un’eredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era. […]

 

Ad maiora!

Nel nostro caso, appuntamento a mercoledì 29 settembre, ore 21.00, presso il Cinema Gulliver di Alfonsine, per la presentazione del libro.

mercoledì 15 settembre 2021

VIVI NELLA PAROLA… IN PILLOLE

Cari amici,

per la nostra rubrica, in vista della prima presentazione del libro, che avverrà alla sala Gulliver di Alfonsine mercoledì 29 settembre alle ore 21, oggi parliamo di un altro autore presente nella raccolta, Dino Campana.

Definito dai critici come un visionario ed erede, in qualche modo, della tradizione simbolista francese, il poeta vive un’esistenza tormentata e segnata dal soggiorno coatto in manicomio, dal gennaio 1918 al 1932, anno della morte.


La lirica di Campana, confluita nella raccolta “Canti orfici”, punta a sconvolgere e a fulminare le coscienze, scagliando saette emotive che stordiscono il lettore. Amore e Morte, “Eros” e “Thànatos”, passione e dolore mescolati perfettamente nell’attrazione per Sibilla Aleramo, la sola donna che Campana, a modo proprio, amerà. “Dino, io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più”, scrive Sibilla in una lettera del febbraio 1917.

Campana, nell’ultimo verso dei “Canti orfici”, ci lascia il testamento della sua vita che, secondo Carmelo Bene, uno dei massimi interpreti del poeta di Marradi, è trascorsa tutta nel dolore e nel delirio, non solo in quei quattordici anni di reclusione nel sanatorio. “Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo”, chiosa Campana: senza dubbio queste parole contengono l’amara riflessione su se stesso, anima libera che paga, come vittima sacrificale del mondo, l’aver cercato di toccare i più intimi segreti dell’uomo.

 

Ad maiora!

lunedì 6 settembre 2021

VIVI NELLA PAROLA... IN PILLOLE

 

Cari amici,

continuiamo la nostra breve rassegna sugli autori che troverete nell'antologia "Vivi nella parola. I sepolcri dei poeti romagnoli", edita da "L'arcolaio" e scritta da me e da Nevio Spadoni. Oggi parliamo di Olindo Guerrini, che non è soltanto poeta dialettale, ma uomo di grande cultura e formazione classica. 

Con l’affermarsi, nella seconda metà dell’Ottocento, del positivismo come concezione del mondo e del naturalismo come canone dell’arte, nascono in letteratura la scientificità, l’impersonalità e l’impiego di un linguaggio parlato dimesso che attinge molte parole dal dialetto e dall’uso quotidiano, per poter presentare, con realtà e schiettezza, il parlare dei personaggi. Il termine “realismo” viene usato a significare soprattutto gli aspetti sporchi e deformi della realtà ed il suo elemento di maggiore incisività è l’efficacia dell’evocazione, di cui il francese Baudelaire esprime la cifra simbolica più vera. In Italia non esiste un momento di contemporaneità a Baudelaire, ma un prima e un dopo; ritroviamo in Guerrini questo realismo baudelairiano e la capacità di cogliere l’aspetto sensuale della vita rivestendolo di eleganti forme, divenendo così un poeta prediletto dal pubblico. La critica, tuttavia, non è tenera con Guerrini (vedi Croce, che lo taccia di oscenità), mentre Carducci, nel periodo bolognese, spiega che le liriche di Guerrini “non glorificavano la guerra civile, ma erano un’ispirazione sociale, tradotta in versi per amore dell’arte”. Entrambi i poeti alzano la bandiera contro le putredini cattoliche e romantiche, legati entrambi alla realtà storica in cui vivono e da cui traggono i loro ideali. Guerrini, eccellente latinista, si distingue, al di là degli strali della critica (Croce e Flora), per la grandezza con cui traduce e recupera gli immortali versi di Catullo (Odi et amo), di Orazio (Odi, libro I, n. 11), di Baudelaire, Hugo, del Leopardi dei Canti (in comune: l’abbandono della donna amata), di Byron e, naturalmente, di Carducci.

Ad maiora!