Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

venerdì 30 settembre 2016

DAL PRINCIPIO DIO, CASO O CAOS? NE PARLIAMO CON ESIODO



Cari amici,

oggi ci sentiamo molto fatalisti e vogliamo trattare, alla “greca”, il tema dell’origine dell’Universo. Niente scienza, quindi, nessun riferimento al bosone di X!
Chi è Esiodo? E’ un poeta vissuto nella seconda metà dell’VIII° secolo a.C. e rappresenta la prima figura poetica che narra in esametri - vuol dire che ogni verso è costituito di 6 piedi o sillabe, detto in parole povere – esa (6) + metron (misura) - , in dialetto epico ed in prima persona. Di lui restano due opere: la “Teogonia” e le “Opere e i giorni”. Ci piace, in questo breve racconto, soffermarci sul primo componimento di Esiodo: si tratta di un poemetto di 1020 esametri sulla creazione del cosmo e sulla genealogia degli dèi. Le divinità hanno forma umana, come nei poemi di Omero, anche se alcune sono elementi (il Cielo, il Mare), altre sono astrazioni (le Contese, il Travaglio, l’Oblio, la Fame, i Dolori, le Mischie…).
Possiamo distinguere tre sezioni dell’opera: dai versi 1-115 c’è il Proemio alle Muse, nel quale Esiodo ricorda il giorno in cui gli apparvero,  gli insegnarono il canto e gli donarono lo scettro di alloro mentre pascolava il gregge ai piedi dell’Elicona (monte sacro alle Muse).



Dai vv. 116-132 troviamo la teoria sulla formazione dell’Universo: prima ci fu il Caos, poi nacquero Gea (la Terra) ed Eros (l’Amore). Dal Caos derivarono Erebo e Notte, dalla cui unione furono generati i due contrari, Etere e Giorno. Da Gea, infine, derivarono Cielo (detto anche Urano), Monti e Mari. Nell’ultima parte dell’opera (vv. 132-1020) si parla della genealogia degli  dèi. A nostro parere è molto interessante la spiegazione del male: Prometeo divise le carni di un bue in parti disuguali. Zeus lo notò, scelse la parte peggiore e punì gli uomini negando loro il fuoco. Prometeo rubò il fuoco a Zeus e lo regalò agli uomini, a quel punto il dio formò la prima donna, Pandora, e la mandò fra gli uomini come loro rovina.



Quale significato diamo a questo “mitos”, racconto? Semplicemente questo: il male ha origine da un’ingiusta distribuzione dei beni e, in base al mito sopra riportato, è il segno della giustizia di Zeus.
La visione del destino umano, rappresentata efficacemente nella Teogonia, viene approfondita nelle “Opere e i giorni”, poemetto di 828 esametri in dialetto epico. Perno dell’opera è l’etica del lavoro: la ricchezza mal procurata, infatti, è condannata dagli dèi, mentre quella fondata sulla fatica viene lodata. Esiodo si chiede, poi, perché gli uomini siano stati puniti: la risposta è nel già citato mito di Pandora, la prima donna, che aprì il suo vaso dove si trovavano malattie e morte. Soltanto la Speranza non uscì.  Il poeta, infine, racconta il mito delle cinque età: oro, argento, bronzo, eroi, ferro, a cui seguiranno epoche peggiori in cui prevarranno ingiustizia ed inganno, e chiuderà con la leggenda dello sparviero, che tiene fra gli artigli un usignolo, simbolo di un mondo in cui domina l’arbitrio del più forte. Si potrà, quindi, giungere alla salvezza? Sì, quando sugli uomini scenderà la vergine figlia di Zeus, Dike (la Giustizia).

Ad maiora!

mercoledì 14 settembre 2016

Dante in salsa romagnola

Cari amici,

oggi, 14 settembre, ricorre il 695^ anniversario della morte di Dante Alighieri, avvenuta, per l'appunto, il 14 settembre del 1321. Il poeta fiorentino, come tutti sappiamo, muore a Ravenna; la causa del decesso è probabilmente attribuibile alla malaria, da cui Dante viene ammorbato durante il ritorno da Venezia, forse nei pressi delle valli di Comacchio.
Del Sommo restano opere monumentali: Vita Nova, Commedia (l'aggettivo "Divina" le viene conferito da Giovanni Boccaccio), De Vulgari Eloquentia, De Monarchia, Convivio, ecc.
Egli ha reso immortali, nel bene e nel male, personaggi del mito (Ulisse, Caronte...), della storia (Virgilio, Giustiniano, Maometto, Federico II...), figure a lui "care" (Farinata, Ciacco, Cavalcante, Ugolino...) e spiriti immortali (Beatrice, i santi del Paradiso, le anime infelici, ma ancora unite, di Paolo e Francesca...).
Oggi, però, non vogliamo parlare del Dante poeta, ma dell'uomo deluso, rammaricato ed imbestialito per la "domus ultima", ovvero la tomba, regalatagli dai ravennati. Nel livore dantesco verso Ravenna, Apollinare, un borghese cittadino che Dante incontra per le vie e gli angoli della città, e Camillo Morigia, l'architetto, la "vera gloria ravennate", emerge prepotente la personalità poetica di Olindo Guerrini, che dedica al Sommo fiorentino una serie di esilaranti sonetti.
Oggi vi regaliamo, dalla raccolta "Una notte di Dante", il sonetto III.

Ed ei rispose a mè: "Porca Mariola
Cosa parli d'ingegno e d'intelletto
Se mi tengon chiavato in un tempietto
Che fora meglio ch'im dasess la mola,
Morigia? Vera gloria romagnola,
Che fu un patacca e mica un architetto
E pisciò sino sangue, poveretto,
Per fabricarmi questa pivirola
E i ravegnani al lume delle stelle
Vengono poi dal Bugno e coll'orina
Annegano il canton delle Tavelle,
Indi mi allegran sino alla mattina
Voci alte e fioche e suon di cul con elle
Sepolcro un cazzo! Quella è una latrina".

Ad maiora!

martedì 6 settembre 2016

Siamo tutti (W)ebeti?

Cari amici,
sta suscitando molto frastuono la battaglia internettiana messa in piedi dal noto giornalista Enrico Mentana e relativa alla facile attitudine di tanti di noi ad esprimere, superficialmente, giudizi e opinioni, nonchè a lanciare appuntiti ed infuocati dardi contro chiunque.
Pubblichiamo, di seguito, il messaggio del direttore del Tg di La7 (4 settembre 2016):

"C'è gente che il giorno prima inveisce indignata contro la vignetta di Charlie Hebdo - e ci sta - e quello dopo sparge veleno su leggende del calcio, Scirea o Facchetti, di cui ricorre l'anniversario della morte. Forse credono di avere l'esclusiva dello sciacallaggio?".

Riteniamo che la posizione di Mentana sia giusta in quanto tutte queste piattaforme telematiche hanno reso molti di noi completamente privi di ogni tipo di logica razionale: l'importante è far sapere "Urbi et Orbi" che, questa mattina, magari non ancora alzati da letto, ci siamo svegliati con in testa il dubbio del perchè le banane siano gialle e non rosa e lo dobbiamo assolutamente scrivere!
Inoltre - e questa è cosa ben più grave - siamo tutti laureati in "tuttologia" o, come preferite, siamo dei virtuosi onniscienti: musica, politica, moda, arte, cibo, vino, endocrinologia, endoscopia digestiva, sismologia (ahimè!) e tanto altro.
Tornando seri (ma non troppo), facciamo una prova: apriamo la pagina Facebook di un amico e risaliamo al gennaio del 2015: la probabilità che la foto del profilo della persona stessa sia segnata dal tricolore francese è altissima. E' altresì possibile (forse certo?) che, oggi, sulla stessa bacheca compaiano anatemi contro Charlie Ebdo e la sua satira sugli italiani...
Ancor più squallida è la violenza contro Facchetti e Scirea: il primo, bandiera di Inter, Nazionale e uomo di grande spessore (chi scrive è juventino), il secondo, certamente, persona straordinaria e buona, oltre che calciatore eccezionale.
Ecco, purtroppo la moltitudine non comprende che la penna, o la tastiera, non sono delle macchinine che si possono scagliare contro un muro, non sono strumenti inoffensivi, tutt'altro! Ironia e satira sono arti di cui non disponiamo tutti... Chi crede di essere tagliente è, sempre e sicuramente, offensivo, stupido e ottuso.
Come abbiamo già avuto modo di dire, non amiamo pubblicare fatti personali su Facebook; ma, a questo punto, molto meglio vedere foto di gambe (si spera belle) stese su un lettino che leggere str...ate su temi delicati, difficili e declinabili solo da poche e competenti persone.
Ah, dimenticavo: si può guarire dalla (w)ebetite, sia acuta che cronica... Terapia: spegnere il PC, staccare il 3g, o wifi, e uscire a fare una bella passeggiata. Posologia: tutti i giorni, festivi compresi.

Socrate diceva: "E' sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s'illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza".

Ad maiora!

venerdì 5 agosto 2016

A voi, cari amici, il nuovo tris di aperitivi!

Con questo caldo, tre aperitivi non possono che ristorarvi.
Buona lettura!

APERITIVO ETIMOLOGICO
QUO VADIS?
Dove vai? (dagli Atti del martirio di San Pietro)
Secondo una leggenda diffusasi negli ambienti Cristiani di Roma, l’apostolo Pietro, che si trovava in città durante una persecuzione anticristiana dell’imperatore Nerone, essendo stato avvertito del pericolo che correva, stava scappando da Roma. Uscendo, però, incontrò Gesù che, alla sua celebre domanda, rispose che andava a Roma a farsi crocifiggere ancora. L’apostolo capì che si trattava di un rimprovero per il suo secondo tradimento, tornò in città ed affrontò serenamente il martirio.
La frase “Quo vadis?” divenne poi il titolo di un romanzo di H. Sienkewicz, giornalista e scrittore polacco premio Nobel per la letteratura nel 1905, e del kolossal holliwoodiano che ne fu tratto.


Nelle foto: la locandina del film, Henryk Sienkewicz e Peter Ustinov, celebre attore britannico, nei panni di Nerone.




APERITIVO ETIMOLOGICO
Niente basta a chi non basta ciò che è sufficiente (Epicuro).

Epicuro (Samo, 341 a.C. - Atene, 271 a.C.) è fondatore di una delle più importanti scuole ellenistiche, il "Giardino" (L'Ellenismo è un periodo storico/culturale compreso fra III° e I° secolo a.C. e consistente nella diffusione della cultura greca nel vicino e lontano Oriente e nel tentativo di fondare una lingua comune, comprensibile in tutto il mondo "grecizzato" - la cosiddetta "Koinè") ed è autore di oltre 37 libri, 9 dei quali rimasti a noi.
La citazione che abbiamo riportato rappresenta uno dei punti più importanti del pensiero epicureo: vivere serenamente, accettando il naturale scorrere del tempo, non temere la morte perchè "la morte è nulla per noi, perché quando ci siamo noi la morte non c'è e quando c'è la morte non ci siamo più noi". L'unica cosa che rimane è il piacere sereno dell'anima, che va goduto senza covare la pretesa di renderlo durevole in quanto il piacere assoluto non esiste o, quantomeno, l'uomo non potrà mai raggiungerlo.

APERITIVO ETIMOLOGICO
Forse non tutti sanno che...
Oggi non vi raccontiamo la storia di un detto, ma di un fiume: il Tevere.
Fu Benito Mussolini, nel 1923, ad "allargare" i confini della zona tosco-romagnola, in modo da inserirvi la parte di Verghereto, su cui sorge il monte Fumajolo.
Il perchè di questa scelta è presto spiegato: il Duce voleva che la sorgente del fiume Tevere, che si trova appunto sul Fumajolo, nascesse in Romagna. Roma e le sue sacre acque come simbolo e forza di un Impero, quello romano, di cui Mussolini si sentiva in qualche modo continuatore e nuovo Cesare.
Tutti sappiamo come andò a finire...



Ad maiora!


venerdì 24 giugno 2016

Referendum sì o Referendum no?

Cari amici,
abbandoniamo (solo per questa volta) i nostri amati argomenti classici e letterari per rimanere sulla stretta attualità: la Brexit. Come tutti sapete, infatti, il Regno Unito, attraverso il referendum di giovedì 23 giugno, ha espresso la volontà di uscire dall'Unione Europea. Le conseguenze, se ce ne saranno, solo la storia le potrà raccontare.
Noi, naturalmente, non essendo tecnici, non ci avventuriamo in opinioni specialistiche... Il web ne è pieno.
La nostra risposta a Brexit è un'altra: il vero referendum dovrebbe essere quello che, se avete 10 minuti di tempo, viene proposto nel video che abbiamo postato. Perchè no?

Ad maiora!

P.S. Ritorneremo a parlare di Neoclassicismo, e di Vincenzo Monti, al prossimo post.


giovedì 9 giugno 2016

Vincenzo Monti, uomo e poeta (Prima parte)

Cari amici lettori,
la scorsa volta abbiamo introdotto il tema del rapporto fra Neoclassicismo, ovvero il movimento che, nel '700, tende a recuperare il mondo classico nell'arte e nelle lettere, e Romanticismo, vale a dire la ricerca di istinti, impulsi, emozioni e senso patriottico (almeno per quanto riguarda l'Italia).
Cerchiamo, in questa sede, di procedere per gradi e con ordine, partendo dal maggior esponente del movimento neoclassico, Vincenzo Monti. Per farlo, abbiamo pensato di proporre una bella intervista da noi fatta al Professor Luca Frassineti, docente presso la Seconda Università di Napoli, già amico della nostra cittadina, oltre che persona con la quale ci lega un profondo rapporto di stima ed affetto.
Nelle righe che leggerete verrà evidenziato il Monti pubblico e privato: dal rapporto col Foscolo, al problema del matrimonio della figlia Costanza. Per chi volesse approfondire il tema, consigliamo il volume:
- Primo supplemento all'epistolario di Vincenzo Monti, di Luca Frassineti, ed. Cisalpino, 2012.

VINCENZO MONTI, PADRE E MARITO



A colloquio con il Prof. Luca Frassineti sulla sfera privata del poeta dell’Ortazzo


Abbiamo il piacere di ospitare un riprovato amico nostro e delle Alfonsine, Luca Frassineti, ora docente di Letteratura Italiana presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, con il quale desideriamo affrontare il tema dei rapporti familiari di Monti, dalla vicenda sentimentale della figlia ai rapporti con la moglie. 

Caro Luca, cosa puoi raccontarci sulla storia del mancato connubio tra la sensibile Costanza e il giovane intellettuale neo-greco Andreas Mustoxìdi, liaison di appena due anni antecedente l’effettivo matrimonio (giugno 1812) con il più attempato filologo pesarese Giulio Perticari? 
Si tratta davvero di un capitolo esemplare nell’eterna dialettica umana e sociale fra istanze del cuore (dei figli) e interessi materiali (dei genitori), ieri così come ancora oggi. Con l’aggravante che, ai primi dell’Ottocento, in un mondo condizionato dalla prevalenza del cosiddetto sesso forte, lo status di figlia doveva costituire di per sé una complicazione nell’orizzonte del consolidamento delle fortune domestiche. Alle donne era infatti interdetta non solo la carriera delle professioni ma anche la piena disponibilità patrimoniale, come rileva l’istituto stesso della dote (abolito peraltro in Italia nel 1975!), cioè del complesso dei beni che la moglie, o i parenti di essa, recavano al marito quale contributo agli oneri del matrimonio. In cambio, con le nozze, la famiglia della sposa puntava in genere a ricavare vantaggi indiretti, legando il proprio nome a quello di un clan più prestigioso e per censo e per quarti di nobiltà. Sicché la letteratura dei secoli XVIII e XIX o ad essi ispirata è intrisa di progetti tragicamente falliti a causa della scarsa reputazione maschile, come nel noto caso di Jacopo Ortis, amante rifiutato dal padre della “divina” Teresa, il nobile-decaduto “signor T***”, il quale all’appassionato ma modesto borghese, alter ego del Foscolo, preferisce il più insignificante ma aristocratico Odoardo, “uomo di senno, ricco e in aspettativa di una eredità ragguardevole” (Ultime lettere, 20 novembre 1797).




Ovvero, in prospettiva affatto capovolta, nella seconda metà dell’Ottocento ‘trionfano’ le nozze celebrate da famiglie arricchite, di femmine ora in goduta caccia di nuova legittimità collettiva, come per la popolaresca Angelica Sedàra (pensiamo alla ‘vistosa’ interpretazione di Claudia Cardinale nel memorabile film diretto da Luchino Visconti), accasata a un rampollo dell’antica schiatta spagnolesca dei Falconeri nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Passando dalla finzione romanzesca alla ricostruzione biografica, nelle loro debite proporzioni i due infelici capitoli della storia coniugale di Costanza Monti



ventenne potranno senz’altro essere riletti in chiave ‘ortisiana’. Il primo, presto chiuso per l’ostilità irriducibile della madre e l’imprevisto voltafaccia del padre, racconta del vagheggiato incontro con il compagno d’elezione, Andreas Mustoxìdi, esule dalla madrepatria, già allievo di Monti a Pavia, allora in disagiate condizioni economiche ma virtuoso, sincero e affine alla giovane per età (li dividevano appena sette anni), sensibilità e stato sociale. Il secondo, condotto in porto con la calcolata complicità di entrambi i genitori, narra degli sponsali benedetti con un partito vantaggioso soprattutto per la famiglia, attesa l’indifferenza della futura sposa verso l’uomo di cultura non più giovanissimo (Giulio Perticari 




era quasi coetaneo di Foscolo, che pure ebbe per Costanza attenzioni esclusivamente filiali) né
seducente (l’aneddotica attribuisce all’erudito pesarese l’alito fetido di un sepolcro), il quale dovette addirittura nascondere una relazione ancillare e un figlio naturale, Andrea Ranzi, potendo però vantare lo stemma di conte e di ricco proprietario terriero. Donde la decisione ultima di Costanza, come già per l’eroina dell’Ortis, di obbedire alla volontà paterna, non avendo dalla sua neppure la debole opposizione materna, come avviene invece all’amante di Jacopo nell’intreccio foscoliano. 

Hai rammentato l’influenza delle volontà di Monti e della Pikler nei confronti della figlia e del suo avvenire, nel quadro dei loro delicati equilibri familiari. Come si conciliano le figure del poeta e dell’uomo di lettere con quelle del padre di famiglia e del marito? 
La questione è assai delicata, poiché all’inizio Monti appare il vero sponsor dell’unione con Mustoxìdi,



di cui non ignora le difficoltà economiche (anzi!), a differenza della moglie, dotata di spirito assai più pratico e opportunistico, la quale si dichiara sin da subito ostile all’azzardo di un genero borghese, onesto e squattrinato tanto quanto favorevole all’idea futura dell’aristocratico blasonato, vissuto e danaroso. Se, come insegnano i sociologi, nella modernità risulta cruciale il ruolo delle donne nel costruire e negoziare alleanze matrimoniali, dobbiamo ammettere che, prima d’accogliere le riserve della Pikler, nel corso del 1810 il poeta si spinse davvero molto innanzi con le promesse e con gli atti, sino a indurre, ad esempio, l’ex-allievo a rinunciare all’intenzione di accasarsi con una nobile compatriota rifugiata a Venezia, previo il conseguimento di una cattedra universitaria con cui elevarsi socialmente e mantenersi in autonomia. Per questo, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi maliziosa che l’apertura di credito e di affetto verso il giovane neo-greco sia potuta derivare dalla volontà più o meno cosciente di cattivarsi un aiuto grato, esperto (in quanto madrelingua) e discreto nell’opera di rifinitura dell’impresa della colossale versione dell’Iliade di Omero, i cui tomi vennero appunto stampati fra l’aprile 1810 e il febbraio dell’anno successivo (la rottura matrimoniale con Mustoxìdi dovrebbe risalire all’avanzata primavera del 1811). Fu davvero così cinico Monti da illudere e poi disingannare i sentimenti profondi dell’unica figlia e di un giovane amico, in funzione del mero tornaconto letterario (come si sa, il ‘traduttor dei traduttori’ era affatto digiuno di greco)? Affido la risposta alle parole che egli stesso scrisse a Mustoxìdi il 26 febbraio 1810, nella prima lettera della loro corrispondenza – riemersa alla luce solo di recente – ove ritengo si alluda copertamente alla proposta di matrimonio con Costanza, di cui il padre finge ad arte i titoli ed esalta le virtù. Giudichi il lettore se una simile retorica epistolare convenga più a quella di un impulsivo arcangelo annunciatore oppure a quella di un astuto demonio tentatore: “Una fanciulla di 18 anni, unica figlia, bella di volto e più bella di cuore perché dotato di gran carattere, e di più, colta, di spirito, di molta abilità nella musica, e non senza profitto negli studj del Disegno, e che scrive italiano e francese divinamente, questa fanciulla può darsi che sia vostra se la volete. Ella ha ricusato finora molti partiti e tutti plausibili, ma la tempra del suo cuore, di cui il padre l’ha fatta libera liberissima, il cuore non avendo trovato nei proposti partiti il suo conto, gli ha rigettati tutti fermissimamente, altri perché forniti di poco sentimento, altri di poca saviezza e costume, ed altri per altro motivo. Il padre è vostro amico, quanto il son io, e vi stima a segno che dassi a credere che voi solo (finora) sareste quello che potrebbe fissare e contentare l’eccessiva, e quasi ideale delicatezza di sua figlia, che pur vorrebbe veder felice al fianco d’un compagno che sapesse conoscerne il prezzo ed amarla quanto ella merita. La sua condizione è onesta, e recentemente nobilitata, la dote quanto basta per vivere commodamente senza bisogno di vendersi a verun impiego, e il padre vi riceverebbe a braccia aperte in propria casa in Milano per fare con esso voi una sola e beata famiglia. Potrei aggiungere moltr’altre cose, ma basta per ora. […] La giovine che vi propongo non sa che esistete, ma io ho tutta l’influenza su l’animo di suo padre, e posso mettere in campo questo proggetto senza timore di esito sfortunato. Vi abbraccio di cuore, e sono sempre il Vostro Monti”.

Ad maiora!

mercoledì 25 maggio 2016

Classici o Romantici? Da quale parte stiamo?

Cari lettori, 

pochi giorni fa, passeggiando per le campagne alfonsinesi nella zona dell'Ortazzo (oggi Passetto), ho rivisto Casa Monti. Capirai... Quante volte mi è capitato! Ma, non so perchè, il vagare ramingo per i campi, riflettendo e respirando l'aria "antica", mi ha fatto venire voglia di affrontare una delle polemiche più aspre della nostra storia letteraria, vale a dire quella fra i sostenitori del mondo classico (tra cui anche il nostro Vincenzo Monti) e gli assertori del rinnovamento, dell'apertura alla, alle culture europee, ovvero i romantici. Forse non molti conoscono l'essenza del problema, per cui partiremo dalle basi: che cos'è il Romanticismo.
Il termine ha le sue origini nell’Inghilterra del’600 nella quale l’aggettivo romantic sta ad indicare qualcosa di fantastico e di assurdo; dunque il termine aveva valenza negativa, quasi spregiativa. Nel corso degli anni questa definizione viene sfumando fino a scomparire per significare qualcosa di affascinante, suggestivo e nostalgico. Il termine romanticismo è oggetto di dispute e interpretazioni tanto è vero che Friedrich Schlegel, uno dei massimi teorici del movimento, scrive scherzosamente al fratello:” Non ti posso mandare la mia interpretazione della parola romantico; essa è lunga centoventicinque (125) pagine”. Infatti da allora ad oggi i critici hanno elaborato ben 150 definizioni di Romanticismo. In seguito si è convenuto di indicare con questo termine stati d’animo e sensazioni indefinite, così cari a poeti come Leopardi, e nel contempo una rottura con la tradizione (iniziata, come già detto, intorno al 1770, con il movimento dello Sturm und Drang (Tempesta e Assalto).



Quindi una corrente culturale che ha il suo bersaglio nella corrente illuministica e nel classicismo;  ma la storia non sopporta le contraddizioni nette e schematiche. Come sempre, ciò che di vitale è stato di un movimento passa come conquista ineliminabile nella cultura che lo segue. Il concetto di libertà, che è una scoperta tipicamente illuminista, viene assorbito e rivivificato fai romantici; dunque esiste un’intima coerenza fra ‘700 ed ‘800. Scrive il massimo critico italiano, Francesco De Sanctis:



Che cosa fu dunque il movimento del secolo decimonono, sbolliti i primi furori di reazione? Fu lo stesso spirito del secolo decimoottavo, che dallo stato istintivo e spontaneo passava nello stadio della riflessione, e rettificava le posizioni, riduceva le esagerazioni, acquistava il senso della misura e della realtà, creava la scienza della rivoluzione. Fu lo spirito nuovo che giungeva alla coscienza di sé e prendeva il suo posto nella storia. Chateaubriand, Lamartine, Victor Hugo, Lamennais, Manzoni, Grossi, Pellico erano liberali non meno di Voltaire e Rousseau, di Alfieri e Foscolo. Sono anch’essi figli del secolo decimo settimo e decimoottavo, il loro programma è sempre la carta dell’Ottantanove, il credo è sempre libertà, patria, uguaglianza, diritti dell’uomo...Lo spirito nuovo accoglie in sé gli elementi vecchi, ma trasformandoli, assimilandoli a sé, e in quel lavoro trasforma anche se stesso, si realizza ancor più. Questo è il senso del grande movimento uscito dalla reazione del secolo decimonono, di una reazione mutata subito in conciliazione. La base teorica di questa conciliazione è un nuovo concetto della verità, rappresentata non come un assoluto immobile a priori, ma come un divenire ideale, cioè a dire secondo le leggi dell’intelligenza e dello spirito”.

Il Romanticismo infine è la rivalutazione degli ideali religiosi contro il deismo e l’ateismo degli illuministi, rivendicazione del sentimento contro, o meglio, accanto alla ragione: espressione della “restaurazione” post rivoluzionaria e, insieme, derivazione diretta, nei suoi appelli all’umanitarismo, alla libertà ed all’uguaglianza, della Rivoluzione francese.

Ad maiora!