Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

lunedì 9 settembre 2019

COME STAI, CARA SCUOLA?


Ormai ci siamo, la scuola sta per riaprire i battenti ai ragazzi e a tutto il carrozzone che ne consegue. Gli insegnanti, tuttavia, sono già impegnati nelle consuete attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico.
Come le buone tradizioni, anche in questi giorni tornano alla ribalta discorsi già usurati al solo pensiero: meno classi cosiddette “pollaio”, stipendi più alti per i docenti, più costituzione, più ambiente, etc. Siamo impegnati in numerose riunioni di carattere burocratico, spesso imposte da un farraginoso sistema ministeriale, necessarie (?) al buon funzionamento delle cose. C’è tanto precariato, generato dalle promesse – mai mantenute – dei nostri governanti; a volte manca una vera preparazione digitale nel corpo docente e su questo ha ragione Milena Gabanelli. Non si può innovare e rinnovare quando molti insegnanti non sono in grado di adoperare un normalissimo programma di excel. Spendiamo molto tempo nella redazione del P.T.O.F., del P.O.N., del C.L.I.L. … No, cari amici, non sto impazzendo! La nomenclatura scolastica è un ginepraio irto di spine. 




L’opinione pubblica ci denigra, ci calpesta: noi siamo quelli che lavorano solamente la mattina, che godono di tre mesi di ferie, che possono completare la loro giornata con numerose altre attività, sia piacevoli che doverose, perché, tanto, hanno tempo da vendere. Noi non ce l’abbiamo con le persone, che spesso non pensano, ma con la politica: è inutile continuare, ad ogni cambio di governo, a pronunciare sempre gli stessi proclami quando, alla fine, tutto cambia affinchè non cambi nulla!
Buon inizio di scuola a tutti con un augurio: speriamo che finisca la retorica e che, finalmente, qualcosa si muova. Non demonizziamo i metodi del passato, l’impostazione rigorosa che oggi, da molti, è vista come retrograda e superata; cerchiamo di coniugarla con le innovazioni, le nuove spinte di metodo. Non è impoverendo la scuola di contenuti, arricchendola conseguentemente di europeizzazione didattica, che si risolve il problema; al contrario dobbiamo riscoprire la grandezza della nostra tradizione e – qui c’è la sfida – modellarla con le forme del nuovo che avanza. Solo così, a nostro parere, si uscirà dal pantano.

Ad maiora!

mercoledì 24 aprile 2019

25 aprile: tutti allo stadio a vedere il "derby"...


Da giorni mi rimbalzano nella mente le parole del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “il 25 aprile è un derby fra fascisti e comunisti: io non parteciperò!”. Posizione ampiamente discutibile e certamente impropria per chi rappresenta lo Stato. Noi, tanto per sgomberare il campo da discorsi di parte, non apparteniamo alla corrente di pensiero, assai diffusa, secondo la quale la lotta partigiana sia stata condotta esclusivamente dai “rossi”. Purtroppo non viene mai sottolineato che i combattenti furono di fede comunista, certo, ma anche cattolica, socialista, liberale. Imbracciarono i fucili addirittura i sacerdoti.


Nella foto, la passerella sul fiume Senio, ad Alfonsine. Su questi argini si è scritta la storia della liberazione.


Premesso ciò e acclarato che l’opinione pubblica dovrebbe ricordare di più la composizione eterogenea dei partigiani, torniamo alla sentenza salviniana. Noi crediamo che, su alcuni aspetti – sociali ed economici - , il ministro abbia diverse ragioni, così come le hanno i suoi colleghi pentastellati. Ma, in quanto alla storia, vi è un’ignoranza abissale. Di quale derby si dovrebbe parlare? Cosa c’entra? Questi politici parlano per slogan, utilizzano metafore improbabili, nuotano a stile libero in acque a loro ostili. Ma non annegano!
Senza resistenza, senza alleati, senza le grandi manovre vaticane (a questo proposito, conoscono Salvini e Di Maio la figura di Pio XII?) i “nostri” ministri ed onorevoli, oggi, non potrebbero esprimere liberamente le loro idee.
Cosa possiamo fare, noi? Roma continua ad andare a rotoli, la corruzione dilaga, tutti vincono e nessuno perde. Anzi, ci correggiamo: la vera sconfitta è la cultura. La politica nazionale è lo specchio fedele della società: Di Maio viene immortalato su Instagram con la sua nuova fidanzata, Salvini lascia la Isoardi per la figlia di Verdini, siamo messi così. Il virtuale sostituisce il reale, i giovani non conoscono nulla di storia, di politica, di educazione civica. In tanti non hanno idea di cosa sia il 25 aprile. Ciò che conta è tenere espressioni a culo di gallina, utilizzare filtri e fare la conta di quanti followers si collezionano.
Non c’è cultura; i ragazzi nati nel 2000 – i cosiddetti millennians -  non potranno mai avvicinarsi alla politica perché non hanno le basi. Non le possiedono perché nessuno sa imbastirle. Il discorso è vecchio: partire dalla scuola, lavorare sulla nostra storia, appassionare i giovani alle cose semplici, utili, vere. Bisogna stare lontani dai demagoghi, dalle facili parole vuote, senza senso, molto di moda nel mondo del web.
E pensare che Togliatti e Nilde Jotti convivevano “di nascosto” in un appartamento di via delle Botteghe Oscure, sede del PCI di Roma. Senza dimenticare quel gigante di De Gasperi, uomo straordinario e di specchiati valori umani e morali. Ecco, compariamo i grandi di ieri con i nani di oggi. Un giovane, davanti ai modelli attuali, come può entrare in politica perché ci crede?
Non perdiamo, però, la speranza: continueremo a parlarne, cercheremo di ragionare sulle cose, discuteremo di storia, di letteratura, di arte. Proveremo a trasmettere i valori di quell’educazione civica che è il perno di tutto e terremo lontana l’ignoranza di cui sono colme le menti dei parlamentari italiani. Non tutti, ma molti.
Questa sera, già la prima occasione di riscatto: su La 7, alle ore 21,15, verrà trasmesso il film “Il federale”, con Ugo Tognazzi, mentre a seguire ci sarà “Mussolini ultimo atto”, di Carlo Lizzani. Una commedia e un film storico, a tema fascismo e liberazione. Sarebbe già tanto se ci ricordassimo di guardarli.
Chissà se Salvini, Di Maio, la Raggi e la Cirinnà – tanto per citare i più simpatici – resteranno in casa, davanti alla TV…
Ci sembrano illuminanti questi versi danteschi su Firenze (Purgatorio, canto VI), che noi, naturalmente, allarghiamo all’Italia e a chi la (mal)governa:
Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno 
 verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.

Ad maiora!


mercoledì 6 marzo 2019

Petronio, raffinato cantore della cruda realtà


Cari amici,
continuiamo la nostra rassegna di classici, parlando di Petronio, intellettuale al (dis)servizio della corte di Nerone. 
Correva il I^ secolo d.C.
La vita. Il titolo di questo micro-saggio inquadra molto bene, a nostro parere, la figura di Gaio Petronio Nigro, la cui vita è magistralmente tratteggiata da Tacito nei suoi Annales (XVI, 18 – 19). Dopo essere stato proconsole in Bitinia, nel 60 d.C., e successivamente console, Petronio entra a far parte delle grazie dell’imperatore Nerone, che lo celebra come poeta raffinato, colto e certamente molto narcisista. Tant’è che tali caratteristiche gli valgono l’appellativo di arbiter elegantiarum. Nel 65, come accaduto anche a Seneca, Petronio viene accusato di aver partecipato alla congiura dei Pisoni e, quindi, è costretto alla morte, che però viene interpretata dal nostro come uno spettacolo, come l’ultima scena preparata da un grande attore, un Charlie Chaplin di “Luci della ribalta” ante litteram, tanto per citare un colosso del cinema del ‘900. Petronio si taglia le vene durante un banchetto, circondato da donne ed amici, con una teatralità senza precedenti.
Le opere. Di sicura attribuzione petroniana è il Satyricon, mentre sono molto incerte le raccolte e i frammenti di carmi di cui ci parla  l’Anthologia Latina.
Satyricon
Il titolo è una forma latinizzata del genitivo plurale greco Satyrikà, “Storie di satiri”, con riferimento al carattere erotico dell’opera. Di questo lavoro ci è giunto un lungo frammento narrativo in prosa con alcune parti in versi. La storia è narrata in prima persona dal protagonista, Encolpio, che, in viaggio con il suo capriccioso amante Gitone, viene in contrasto con il rivale Ascilto. L’ira del dio Priapo, però, sta per abbattersi su Encolpio, che viene privato della propria virilità. In una ignota località di campagna, i due amanti vengono invitati a cena da Trimalcione, uno schiavo divenuto libero, quindi un liberto. Il convivio, che costituisce la parte più importante e corposa del Satyricon, ovvero il libro XV, altro non è che una sterile quanto vacua ostentazione delle ricchezze e dei beni del rozzo Trimalcione. I due amanti riescono a liberarsi dall’impegno, ma la rivalità fra Encolpio ed Ascilto si acuisce a tal punto che Gitone viene sottratto all’antico amante. Encolpio, tormentato dal dolore, entra in una pinacoteca ed incontra Eumolpo, un poeta squattrinato che si sostituirà ad Ascilto nel ruolo del rivale. Dopo varie peripezie, il protagonista recupera il suo Gitone, ma non riuscirà a liberarsi di Eumolpo, che costituirà quindi il nuovo terzo incomodo nella coppia. I tre si imbarcano sulla nave di un mercante, ma l’imbarcazione naufraga nei pressi di Crotone; a questo punto Eumolpo finge di essere un anziano molto ricco, mentre Encolpio e Gitone i suoi servi. La farsa dura per un po’, fino a quando i Crotoniati non scoprono la verità; Eumolpo, allora, rende pubblico un testamento nel quale nomina erede chi accetterà di mangiare il suo corpo senza vita. Ma qui la narrazione si interrompe.
Il Satyricon è, sostanzialmente, un racconto di avventure, soprattutto erotiche, vissute da persone comuni. I critici non hanno esitato a definire l’opera un romanzo, anche se anticamente questo termine non era utilizzato ed al suo posto si ricorreva a parole come logos, fabula, argumentum, mithos. Chiaramente l’intento di Petronio è quello di parodiare il romanzo erotico greco e ciò lo vediamo dal tipico schema ricorrente che vede una coppia di innamorati che devono affrontare molte peripezie prima di ricongiungersi. L’amore, quindi, è visto come un fatto serio, in cui castità e morale giocano un ruolo di primo piano. Petronio, nella sua parodia, rovescia naturalmente i canoni: pudicizia e pudore non esistono, la morale è assente e la relazione amorosa è di natura omosessuale. A ciò si aggiunga la ricerca di un intreccio molto elaborato  e l’estensione dell’opera, elementi caratteristici del genere del romanzo moderno. E’ inoltre palese l’influsso della fabula Milesia, introdotta a Roma da Cornelio Sisenna  e consistente in brevi novelle condite da situazioni comiche e piccanti. Secondo alcuni critici, poi, il Satyricon avrebbe alcuni punti di contatto con la grande epica, sempre in chiave parodistica: l’ira di Poseidone che perseguita Odisseo o quella di Giunone verso Enea è sostituita da quella di Priapo nei confronti di Encolpio.
Stile e poetica. Ciò che ci consegna Petronio è un unicum nella storia, tutta, della letteratura latina; non esistono precedenti. Egli racconta la realtà come se fosse un labirinto, densa di imprevisti, ingannevole e dominata dalla corruzione del denaro e del sesso privo di morale. La genialità dei Petronio sta nel guardarsi bene dal fornire giudizi critici sui suoi personaggi, oppure dal porre regole etiche e comportamentali; egli si diverte a raccontare, in modo disincantato, le varie vicende dell’opera, lasciando al lettore la facoltà di formulare pareri. Per esprimere la scabrosità dei contenuti, Petronio ricorre, dal punto di vista linguistico, all’urbanitas, vale a dire alla lingua delle persone istruite, non dimenticando, però, il ricorso alle numerosi espressioni volgari: ciò si rende necessario per imitare il carattere dei personaggi, quindi per farli parlare come tutti noi ci aspetteremmo.
Il Satyricon, assai noto nell’antichità, scompare letteralmente dalle scene per molti secoli - è facile intuirne il motivo - . Viene riproposto attorno alla metà del XVII secolo, riscuotendo molto successo anche durante il ‘700. L’età moderna ha, quindi, ridato lustro all’opera, sicuramente mal conciliante con il clima rigido e bigotto dei secoli bui e con la riscoperta della grande cultura classica proposta dal Rinascimento. Non dimentichiamo, in chiusura, di menzionare il grande regista romagnolo, e riminese, Federico Fellini che, nel 1969, ha prodotto un film liberamente tratto dal Satyricon di Petronio. 

Ad maiora!


mercoledì 27 febbraio 2019

L'alfiere del conservatorismo e del nazionalismo: Catone .


Cari amici lettori, 
dopo molto tempo ritorna il caffè del professore. Riprendiamo con un post di letteratura latina, relativo alla figura di un uomo che, probabilmente, ancora oggi avrebbe molto da dire.

Dice Plutarco che Catone è un bonus pater, un bonus maritus non negligens in re familiari augenda, mansuetus, aequus, un ínagnus orator. Dice ancora che, appena gli nasce un figlio, abbandona tutti gli affari, tranne quelli di stretta necessità politica, per potersi dedicare toto corde alla "creazione", nel corpo e nell'anima, di un nuovo Catone.
Assiste al lavaggio ed alla fasciatura del pargolo, all'allattamento che una moglie particolarmente ubertosa dispensa, per volontà interessata del marito, anche ai figli degli schiavi, sì da creare un vero e proprio legame di latte.
In età scolare, lo erudisce su manuali di sua fattura, lo tempra alle fatiche educandolo ad ogni sorta di esercizio ginnico, dal giavellotto al pugilato, dall'equitazione al nuoto. In sua presenza non dice mai parole sconvenienti, quasi si tratti di una Vestale, non si lava mai nudo assieme a lui, e questo per una regola moralistica che cadrà poi sotto i colpi corrotti e spregiudicati dei Greci. Fin qui Plutarco.
E dura, senza tregua è la polemica col mondo e la cultura greca e con coloro che a Roma se ne fanno solerti propagatori: gli Scipioni. Gli episodi salienti di questa instancabile attività antiellenica sono il processo contro gli  Scipioni e la cacciata da Roma dei tre filosofi greci.
E’, quella di Catone, una mentalità contadina il cui centro è l'attività dei campi, una mentalità chiusa e, per certi versi, ottusa. Catone non capisce che il mondo cammina, non capisce che la storia cammina, da quel giorno in cui Roma ha incrociato il ferro con Pirro e con Cartagine.

La vita.
Nasce a Tuscolo nel 234 in una famiglia contadina che possiede un appezzamento di terreno coltivato in proprio. Si arruola agli inizi della seconda guerra punica, cioè nel 218, e la combatte tutta, salvo qualche sporadica interruzione. Percorre l'intero cursus honorum, che culminerà nella carica di censore conferitagli nel 184.



Negli ultimi anni della sua vita, si batte inesorabilmente per la distruzione di Cartagine ( - a nostro avviso la presa di posizione è politicamente ineccepibile - delenda Carthago… ) e muore nel 149, proprio nell'anno in cui inizia la terza guerra punica che si concluderà con la distruzione totale della città. E di Cartagine la storia tacerà per sempre.

Ad maiora!


mercoledì 1 marzo 2017

Aperitivo etimologico

Latinorum = latino (propriamente dei latini)
Si tratta del celebre strafalcione con cui Renzo risponde a don Abbondio che, non sapendo come giustificare la sua indisponibilità e paura a sposare i due giovani, cita delle formule canoniche per spiegare gli impedimenta e i dirimenta per colpa dei quali non è possibile celebrare il matrimonio. Renzo allora esplode manifestando la sua rabbia con questa frase:” Che vuol ch’io sappia del suo latinorum?” convinto di usare un’espressione corretta; in realtà usa quella desinenza che più colpisce i non latinizzati, per la sua diversità dalle abituali desinenze italiane.

Ne discere cessa = Non smettere mai di imparare (Catone)
Questa massima del famoso scrittore latino (famoso anche per la sua volontà di distruggere Cartagine) sta ad indicare che anche le persone avanti negli anni devono continuare ad imparare. La moderna gerontologia ha confermato la validità di questa esortazione, osservando che lo stimolo intellettuale aiuta a conservare la mente giovane.

Funere mersit acerbo = Morì di morte immatura (Virgilio, Eneide)
Nel VI° libro del poema virgiliano, Enea compie un viaggio nell’oltretomba e vede le anime dei bambini confinate nell’Antinferno poiché, non avendo compiuto tutto il ciclo della loro esistenza, non possono trovare una collocazione definitiva all’interno dell’Ade (oltretomba pagano). Questa idea sarà ripresa da Dante che porrà le anime dei bimbi nel Limbo. L’espressione inoltre venne posta da Giosuè Carducci come titolo ad un sonetto scritto per la morte prematura del figlioletto Dante.

Ad maiora!


venerdì 24 febbraio 2017

Per i ragazzi di 1CL e 1AS

A beneficio (speriamo...) dei miei studenti, riproponiamo il post sul calendario, certamente legato alla storia delle origini di Roma.

Buona lettura! 

 

Il ferragosto, si sa, è visto da molti come il capodanno dell’estate, portatore di feste, gite fuori porta e scippi legalizzati in ristoranti e bagni al mare. Ci sembra interessante, invece, fare un tuffo nel passato, nella storia, per capire da quando il 15 agosto abbia valore di giorno festivo. Non potremo fare a meno, poi, di slalomeggiare tra i mesi che compongono il nostro calendario e di salutarvi con un paio di chicche cinematografiche a tema. 

 

 

Tutti sappiamo chi fosse Romolo, secondo la leggenda il fondatore di Roma; parrebbe sua l’invenzione del calendario, nome che deriva dalle Calendae, ovvero i primi giorni del mese. Agosto non si è sempre chiamato così: in origine era Sextilis, il sesto. Ma il sesto di cosa? Forse i Romani intendono dirci che si tratta di quello che oggi noi chiamiamo Giugno? Qui c’è la sorpresa: Roma aveva istituito un calendario di dieci mesi, che partiva da Marzo ed arrivava a Dicembre. Il Sextilis, quindi, era la sesta tappa di questo tour reale, ma anche simbolico in quanto ogni nome si collegava a precise divinità, festività e superstizioni. E’ Gaio Ottavio, che dal 43 a.C. si chiamerà Ottaviano e dal 27 a.C. Ottaviano Augusto, primo Imperatore di Roma, a stabilire che il sesto mese sarebbe diventato Augustus. Il 15, ovvero le Idi (circa metà mese, appunto) sarebbero state dette Feriae Augusti, vale a dire il giorno di riposo del Princeps che includeva anche moltissime celebrazioni religiose. Prima dell’avvento del figlio adottivo di Cesare, invece, il nostro ferragosto era il momento in  cui si celebravano i Vinalia Rustica, i raccolti e la conclusione dei principali lavori agricoli. Con l’avvento del Cristianesimo e della Chiesa cattolica la festa laica viene fatta coincidere con l’Assunzione della Beata Vergine Maria (a partire dal XVI secolo), mentre pare che l’abitudine italiana delle gite fuori porta, di cui si diceva all’inizio, sia nata durante il Ventennio grazie all’istituzione di treni ferragostani, a prezzo ridotto, per incentivare viaggi e, di conseguenza, consumi.
Ma torniamo al nostro calendario: i 10 mesi originari diventano 12 con Numa Pompilio, il secondo Re di Roma, mentre è Giulio Cesare ad istituire l’anno di 365 giorni e 6 ore. I 360 minuti in eccedenza costituivano ogni quattro anni un giorno in più, che veniva aggiunto non al 28 febbraio, come ora, ma al 24, il Dies Sextus prima delle calende di marzo. Di conseguenza il giorno successivo al 24 febbraio, aggiunto ogni quattro anni, prese il nome di Dies Bis Sextus, da cui derivò, e resta oggi, il nostro Bisextilis (bisestile).
E’ papa Gregorio XIII, nel 1582, a consegnare al mondo il calendario come lo conosciamo noi oggi.
E gli altri mesi? Vediamo di svelare qualche curiostà in rapida sequenza.
Gennaio (da Ianus, Giano, ovvero il custode della città).
Febbraio (Februa-orum, cerimonie di purificazione).
Marzo (Mars, il dio Marte, signore assoluto della guerra).
Aprile (da Aprilis/Aperire, in riferimento all’apertura, allo sbocciare della primavera).
Maggio (Maius, da Maia, dea della fecondità).
Giugno (Iuno, Giunone, patrona del mondo femminile e custode del matrimonio).
Luglio (Iulius, in onore di Giulio Cesare; in origine era Quintilis, il quinto mese a partire da marzo).
Agosto (se siete stati attenti... lo sapete già!).
Settembre, Ottobre, Novembre e Dicembre (rispettivamente il settimo, l’ottavo, il nono ed il decimo mese a partire da marzo).

Ad maiora! 



martedì 14 febbraio 2017

San Valentino, le origini e la leggenda

L'origine di San Valentino coincide con il tentativo della Chiesa cattolica di «cristianizzare» il rito pagano per la fertilità. Per gli antichi romani febbraio era il periodo in cui ci si preparava alla stagione della rinascita. A metà mese, fin dal quarto secolo a.C., iniziavano le celebrazioni dei Lupercali, per tenere i lupi lontano dai campi coltivati. I sacerdoti di questo ordine entravano nella grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo, e qui compivano sacrifici propiziatori. Contemporaneamente lungo le strade della città veniva sparso il sangue di alcuni animali. I nomi di uomini e donne che adoravano questo Dio venivano inseriti in un’urna e poi mischiati; quindi un bambino estraeva i nomi di alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità, affinché il rito della fertilità fosse concluso.  
I padri precursori della Chiesa, decisi a mettere fine a questa pratica licenziosa, vollero trovare un santo degli innamorati per sostituire l’immorale Lupercus. Nel 496 d.C. Papa Gelasio annullò la festa pagana decretando che venisse seguito il culto di San Valentino.


San Valentino, nato a Interamna Nahars, l’attuale Terni, nel 176 d.C. e morto a Roma il 14 febbraio 273, era un vescovo romano che era stato martirizzato. Valentino dedicò la vita alla comunità cristiana e alla città di Terni dove infuriavano le persecuzioni contro i seguaci di Gesù. Fu consacrato vescovo della città nel 197 dal Papa San Feliciano, poi divenne il protettore dell’amore in tutto il mondo. 
È considerato il patrono degli innamorati poiché la leggenda narra che egli fu il primo religioso che celebrò l’unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana. 
Si dice che un giorno San Valentino sentì passare, vicino al suo giardino, due giovani fidanzati che stavano litigando. Allora gli andò incontro con in mano una rosa che regalò loro, pregandoli di riconciliarsi stringendo insieme il gambo della stessa, facendo attenzione a non pungersi e pregando affinché il Signore mantenesse vivo in eterno il loro amore. Qualche tempo dopo la coppia gli chiese la benedizione del loro matrimonio. Quando la storia si diffuse, molti decisero di andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese, il giorno dedicato alle benedizioni. Poi la data è stata ristretta solo a febbraio, perché in quel giorno del 273 San Valentino morì. 

Ad maiora!