Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 17 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 2

di Fabio Pagani

Proseguiamo il nostro tour nei posti più iconici della città al fine di trasmettere, anche ai più giovani, il significato più profondo delle nostre radici.

Oggi parliamo del Santuario di Madonna del Bosco e del Museo della battaglia del Senio.

Santuario della Madonna del Bosco

Il Santuario di Madonna del Bosco si trova lungo la via Raspona, poco prima del ponte sul Reno: qui, nel primo ‘700, a seguito di un evento drammatico che provocò la morte di un contadino, Domenico Pochintesta, il fattore degli allora marchesi Spreti decise di invocare la protezione di Maria, apponendone l’immagine sacra sul luogo della disgrazia. E così sarebbe stato nei tempi a seguire, con il Santuario che venne costruito grazie alla permuta che gli Spreti fecero di alcuni loro terreni e alle elemosine raccolte, per una cifra totale di 2419 scudi. La chiesa, fino a qualche decennio fa, conteneva le originali tavolette votive, ora custodite presso la Curia di Faenza. Si può trovare ampia documentazione su quanto detto non solo sul web, ma anche nei testi cartacei quali i Quaderni Alfonsinesi ed i volumi sulla storia di Alfonsine, consultabili presso la biblioteca comunale.


Il Santuario della Madonna del Bosco

Museo della battaglia del Senio

Il Museo del Senio nasce nel 1981 per custodire e tramandare la memoria dell’ultimo biennio della seconda guerra mondiale. Un luogo dedicato alla Resistenza, alla lotta per la liberazione e al territorio non soltanto comunale, ma anche del distretto e oltre. Voluto dall’ANPI e dallo stato maggiore dell’esercito, questo spazio racconta di battaglie, di armi, di persone.
All’esterno si nota un iconico oggetto evocativo, vale a dire parte di un esemplare di “ponte Bailey”, utilizzato dall’esercito inglese per procedere sul territorio nelle zone vallive.
All’ingresso, si viene accolti da grandi immagini che rappresentano i protagonisti del racconto: soldati tedeschi ed alleati, civili, mezzi militari e scene della drammatica distruzione dell’abitato. Al piano superiore vi sono armi, cartografie e oggetti militari, oltre ad accattivanti pannelli fotografici; completano il museo le nuove camere emozionali, che permettono al pubblico di vivere l’esperienza immersiva della ricostruzione di un rifugio antiaereo.

Sala interna del Museo del Senio


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venerdì 12 dicembre 2025

Viaggio nella storia di Alfonsine - Parte 1

di Fabio Pagani 

Inauguriamo una piccola rubrica su alcuni dei luoghi storici della città di Alfonsine. In molti ne conoscono le vicende legate alla Resistenza ma, con uno sguardo più attento, possiamo scoprire angoli interessanti, noti o meno popolari, che vogliamo mettere in luce.

Partiamo con due posti: Casa Monti e Palazzo Fernè.

CASA MONTI

“…domattina riposerò sotto il tetto che mi ha veduto nascere. Questa idea mi fa battere il cuore e mi torna in pensiero tutta la mia gioventù…”.

Con queste parole, il poeta Vincenzo Monti ricorda la casa dove nacque, nel 1754, terz’ultimo di dieci figli. Il podere fu acquistato dal padre nel 1749, un anno prima di costruirvi l’abitazione. I Monti si trasferirono poi a Maiano nel 1774, lasciando l’immobile di Alfonsine ad un parente; la proprietà passò, a metà ‘800, alla famiglia Bagnara, a cui era legato un terribile fatto di sangue: il giovane Cassiano Bagnara morì durante un tentativo di rapina effettuato dalla “Ligaza di Trentasì”, molto attiva in Romagna fra il 1863 e il 1865. Non avendo i Bagnara degli eredi, la casa fu rilevata dal medico condotto Cassiano Meruzzi, che vi abitò fino al 1951, quando il podere passo nelle mani del Comune di Alfonsine. L’edificio fu restaurato dall’Amministrazione Comunale in occasione del bicentenario della nascita di Vincenzo Monti. Altre celebrazioni: 1928, nel centenario della morte; 1978, nel centocinquantesimo della morte; 1998, restauro definitivo e 2024, riammodernamento degli interni a corredo del 270° della nascita. 


Casa Monti: esterno e sala con busto del Poeta


PALAZZO FERNE’

Questo bellissimo palazzo, che costeggia via Mameli e si può ammirare dall’alto percorrendo la passerella di legno sul Senio, deve il proprio nome ad una ricca famiglia di Lavezzola che commerciava in vino. Uno degli eredi dei Fernè, a fine ‘800, sposò una ragazza di Alfonsine, Anna Massaroli, ed i due coniugi andarono a vivere nella villa appartenuta ai genitori della giovane, donata come dote alla nuova famiglia Fernè. Durante la seconda guerra mondiale, la casa fu utilizzata come ricovero per i feriti, mentre ad ostilità appena finite fu sede del Comitato di Liberazione Nazionale. Per un breve periodo, prima della ricostruzione del paese, palazzo Fernè ospitò la sede del Comune di Alfonsine. Oggi, la villa è di proprietà di un privato.

Palazzo Fernè: esterno e sala studio



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mercoledì 3 dicembre 2025

La scuola al tempo di Eduscopio è ancora scuola?

di Fabio Pagani

Per chi non mastica il linguaggio burocratico della scuola, con “Eduscopio” intendiamo l’indagine che, ogni anno, la Fondazione Agnelli conduce sugli istituti superiori e sul livello di preparazione che essi rilasciano agli studenti diplomati e che hanno già frequentato il primo anno di università.

Il termine è la sintesi di due parole di estrazione classica: “edu”, da “edùcere”, vale a dire “tirare fuori”, mentre “scopio” dal greco “σκοπέω”, cioè “guardare / esaminare”. In pratica, si analizza il risultato formativo ed educativo che la scuola ha saputo dare ai ragazzi.

Proprio oggi sono usciti gli esiti dell’ultimo studio, che copre gli anni scolastici dal 2019/20 al 2021/22: nella regione Emilia Romagna, se ci soffermiamo soltanto sui licei (lascio da parte gli istituti tecnici e professionali per non tediarvi oltre), la provincia di Ravenna primeggia o si attesta sul podio: prima per quanto riguarda il Liceo Scientifico, seconda nel Classico e nel Linguistico, terza nelle Scienze Umane. Se, invece, ci limitiamo alla sola circoscrizione ravennate, Lugo è in testa allo Scientifico e al Classico, mentre è secondo negli altri corsi.

A questo punto, è d’obbligo una domanda: servono davvero queste statistiche? Cercherò di rispondere onestamente, dato che, oltre ad insegnare, svolgo anche la funzione di collaboratore del dirigente scolastico, quindi ho a che fare con tanta, ma proprio tanta burocrazia. A mio parere, l’errore di fondo sta nel merito del verbo “servire” applicato ai numeri: la scuola di oggi è chiaramente cambiata rispetto a quella di ieri, tant’è vero che sono diventati centrali i risultati in termini di visibilità e marketing. Il ruolo stesso del dirigente ha avuto una metamorfosi che lo ha portato a tenere gli occhi ben aperti non soltanto sull’aspetto educativo, ma anche – e molto – su quello istituzionale e territoriale.

Credo che le statistiche di Eduscopio, per quanto siano, quando positive, una bella soddisfazione per la scuola, non rappresentino il senso della comunità faticosamente mantenuta in piedi dagli insegnanti perché non tengono minimamente in considerazione il valore umano e formativo che un valido docente sa trasmettere agli studenti. Non lo devo dire io, ma penso che un buon allievo lo sia se mescola in modo giusto conoscenze e competenze con le qualità umane che, in primis la famiglia, ma poi in larga misura i professori sanno trasmettere.

D’altronde, i numeri non possono e non devono fotografare tutto: un ragazzo brillante all’università non è detto che abbia frequentato con ottimo profitto le scuole superiori; e vale anche il ragionamento inverso, per cui si può fare male nel percorso accademico pur avendo preso 100 all’esame di maturità. E’ chiaro che una scuola non può preparare ottimamente in tutte le materie uno studente: ci sono insegnanti bravi ed altri meno preparati, ragion per cui comprendiamo facilmente che il numero statistico, in sé e per sé, non ha alcun senso reale. Cosa voglio dire: diffidiamo dalle statistiche! Non stiamo giocando il campionato di calcio, nel quale, alla fine, i numeri sono sempre veritieri del valore di una squadra; comprendo molto bene il significato di Eduscopio e la presa che esso ha sulla politica scolastica, ma non posso e non me la sento, in tutta onestà, di condividerne il merito.



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giovedì 13 novembre 2025

La statua dell’Asso degli Assi nel saggio di Giuseppe Masetti

di Fabio Pagani

Il riscatto dell’eroe. Storia sociale del monumento di Lugo a Francesco Baracca. È questo il titolo del contributo che l’autore, Giuseppe Masetti, direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna, ha pubblicato all’interno del volume Sul piedistallo della storia. Monumenti e statue in Emilia Romagna dall’Ottocento a oggi, curato da Sofia Nannini ed Elena Pirazzoli per Viella editore; un tracciato della genesi di quello che è un vero riferimento per tutti i cittadini lughesi, nessuno escluso, da sempre legatissimi al loro aviatore. All'alba dei 90 anni che compirà il monumento nel 2026, ci sembra interessante riproporre la nostra intervista al curatore del saggio.

Dott. Masetti, perché il monumento a Baracca, costruito nel 1936 da Domenico Rambelli, è da considerarsi un particolare caso di studio?

“Mi è stato chiesto di dedicare attenzione all’effigie di Francesco Baracca sulla rivista inserita negli atti annuali degli istituti storici e devo dire che le curiosità che ho avuto modo di approfondire non sono state poche. Partiamo dicendo che, quello dedicato a Baracca, è uno dei pochi monumenti ad personam legati ai personaggi della Grande guerra, che ha prodotto in larga parte sacrari a ricordo di militari generici. Nel 1936, a diciotto anni dalla morte dell’Asso degli Assi, il regime fascista vuole dare una connotazione propagandistica anche alla vicenda dell’aviatore lughese: è il cosiddetto “Fascismo di pietra”, vale a dire un preciso indirizzo architettonico che tende a sfruttare le occasioni celebrative della prima guerra mondiale, portandole ad una mitizzazione del tutto finalizzata al consenso politico e ideologico”.

Mi viene da pensare che la sublimazione di figure come quella di Baracca fosse già in embrione prima dell’avvento del Regime.

“Certamente. Gabriele D’Annunzio, nel 1918, celebra con ardore l’uomo Francesco Baracca, ma è il Fascismo a costruire un sistema vero e proprio: quando si decide, infatti, di finanziare il grande monumento all’aviatore, Mussolini versa di tasca propria cinquecentomila lire per l’opera, mentre Margherita Sarfatti, figura chiave nel percorso politico del Duce, interviene personalmente per affidare la costruzione del monumento stesso allo scultore Rambelli. A quel punto, la grande opera statuaria non viene più intesa come celebrativa dell’uomo Francesco Baracca, ma come omaggio all’aviazione militare italiana, che è quella, per citare un nome, di Italo Balbo e che proprio quest’anno festeggia i cento anni di vita”.

Osservando il monumento, in effetti molti particolari richiamano l’iconografia del Ventennio.

“La statua non presenta alcun tratto distintivo dei piloti della Grande guerra: la tuta, per esempio, è quella degli aviatori anni ’30 e l’eroe di Rambelli è molto distante dall’uniforme attillata, dalle pose studiate e dalle decorazioni che di solito ricoprivano il petto di Baracca. La grande ala, inoltre, non è quella dei biplani, vale a dire i velivoli pilotati nel primo conflitto mondiale, ma ricalca gli aerei del terzo decennio del secolo. Il Fascismo capisce che mitizzare Baracca come eroe invitto e icona della Romagna è utile per celebrare la nuova aeronautica e il sogno della velocità e dell’uomo – macchina”.

Caduto il Regime, c’è stato il reale rischio dell’abbattimento di questa grande opera? E i lughesi come hanno vissuto il rapporto con il monumento nei difficili anni della ricostruzione post – bellica?

“I cittadini di Lugo, nonostante l’inaugurazione del 1936 fosse stata di portata nazionale, sono sempre rimasti affezionati al Francesco di San Potito, vedendo in lui uno del popolo. Baracca trasmette identità, senso di appartenenza alla comunità ed è sempre stato così, anche all’indomani del 25 luglio 1943, giorno della caduta del Fascismo: ai piedi della gradinata del monumento fu cancellato il cartiglio che riportava la scritta “A. XIV E. F.” (Anno quattordicesimo Era Fascista) e questo può essere considerato l’unico episodio di furia iconoclasta post – fascista. I monumenti, oggi ancor di più, parlano a seconda di chi li guarda ed il loro valore cambia nel tempo; anche se stiamo assistendo a diversi episodi prodotti dalla cancel culture, intenzionata a cancellare la memoria di eventi e persone, l’amore dei lughesi per il loro eroe sarà sempre profondo e libero da qualsiasi estremismo”.

(C) Rivisitazione dell'articolo da me pubblicato sul numero de "Il Nuovo Diario Messaggero" del 22/06/2023

mercoledì 5 novembre 2025

"La strada" verso la verità nel romanzo di Mc Carthy

 di Fabio Pagani

La strada è un romanzo che tutti dovrebbero leggere; è la storia di un padre e di un figlio, sopravvissuti alla distruzione di un mondo nel quale umanità e solidarietà sono sentimenti scomparsi.

Confortati da un carrello, sul quale caricano le loro uniche speranze di sopravvivenza, i due protagonisti cercano di percorrere centinaia di km per raggiungere la costa della California, con l’auspicio di trovare un clima ed un ambiente migliori. Cormac McCarthy, l’autore del romanzo, immagina che l’umanità si sia quasi del tutto estinta e che, fra le poche persone rimaste vive, sia arduo trovarne di buone; nelle parole e nei gesti del bambino ritroviamo non solo quel disperato desiderio di rimanere aggrappato alla vita (spesso, lungo la storia, il piccolo chiede a suo padre quanto sia vicina la morte per entrambi), ma anche la scintilla, la fiamma, il fuoco – appunto – che alimenta le speranze dell’uomo, che protegge e, nello stesso tempo, dà al proprio figlio gli strumenti per poter sopravvivere anche senza di lui.

È questo, a nostro modo di vedere, il passaggio chiave di un libro scritto in modo incalzante, con frasi brevi ed incisive: nel legame indissolubile fra un padre ed un figlio si trova il senso della vita, della trasmissione di valori che restano; l’uomo, sempre più devastato dalla malattia e dalla fame, rincuora il giovane, lo difende e lo accudisce lasciandogli l’arma più importante (che non è la pistola con la quale l’adulto va in giro): la speranza. “Quella notte il bambino dormì vicino al padre e lo tenne abbracciato, ma quando al mattino si svegliò il padre era freddo e rigido. […] Pianse per un bel pezzo. “Ti parlerò tutti i giorni”, sussurrò, “e non mi dimenticherò. Per niente al mondo. Poi si alzò, si voltò e tornò verso la strada”.

Alla fine della storia, il giovane proseguirà il proprio cammino con un uomo, un reduce, uno dei pochi rimasti in vita, ed una donna: “Ogni tanto la donna gli parlava di Dio, ma la cosa migliore era parlare con il padre e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai. La donna diceva che andava bene così. Diceva che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno”.

Il bambino è il vero portatore del “fuoco”, della luce e della compassione umana, trasmessagli da un padre latore di valori etici e morali, ma costretto a fare i conti con la dura realtà della guerra e della distruzione. Il bambino questo lo sa e riconosce al suo salvatore l’umano sentimento della paura, che spinge l’adulto, in più occasioni, a pensare solo alla salvezza del proprio figlio.

Cormac Mc Carthy (1933-2023)

L’amore incondizionato del padre verso il figlio contrasta molto con il contesto drammatico in cui è ambientata la storia: durante il loro viaggio, i due incontreranno Ely, l’unico personaggio a cui McCarthy dà un nome: una sorta di vecchio profeta, forse Elia, che mette a nudo la differenza sostanziale fra padre e figlio: il primo pensa alla sopravvivenza del bambino, a cui lo lega un amore assoluto, il secondo pare sempre connotato da sentimenti di pietà e compassione. Chiudiamo con una riflessione religiosa: “Sapeva [il padre] che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. La lezione più importante del romanzo è legata all’amore: che esista o meno Dio, che si possa avere fede oppure no, l’unica cosa che conta sono i valori e l’impegno che dobbiamo mettere per perseguirli, conservarli e tramandarli, come un buon genitore deve fare con i propri figli.

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giovedì 23 ottobre 2025

Arancia meccanica, dal romanzo al film

di Fabio Pagani

Nel mese di ottobre, in molte sale cinematografiche italiane è stata proiettata la versione restaurata di Arancia meccanica, il capolavoro firmato nel 1971 da Stanley Kubrick.

La locandina del film

Tratto dal romanzo distopico Clockwork orange dell'autore britannico Anthony Burgess, titolo che sta a significare qualcosa di vivo (l’arancia), ma che all’interno nasconde una natura bizzarra e meccanica come un orologio (appunto, clockwork), il film ha come protagonista Alex DeLarge, un ragazzo della media borghesia, dotato di grande cultura musicale (in particolare di Beethoven, che il protagonista chiama “Ludovico Van”), ma violento e senza freni. Il giovane trascorre le notti in compagnia della sua banda (i drughi), bevendo latte drogato e commettendo ogni tipo di violenza; a seguito di un omicidio, Alex deve scontare la propria condanna in carcere, galleggiando fra l’ipocrisia della sua condotta e le naturali pulsioni verso l’eccesso che trova leggendo i passi erotici contenuti nella Bibbia. Ad un certo punto, viene sottoposto alla cura “Ludovico”, un programma che interviene sulle devianze della psiche con la metodica del condizionamento, secondo i dettami della psicologia sperimentale di Watson e Skinner. I risultati sono estremi: Alex perderà sì la propria natura violenta, ma anche il libero arbitrio e tutto ciò che farà, gesti e pensieri, risulterà essere un’arancia meccanica: fuori, pulita e regolare, dentro, invece, mossa da meccanismi e automatismi vuoti.

Alex e i drughi in una scena del film

Uscito di galera, Alex subirà le stesse violenze che un tempo aveva compiuto, rincontrando le sue stesse vittime; a quel punto, dopo aver tentato il suicidio, si libererà dal condizionamento psicologico della cura subita in carcere. Tornato il teppista di un tempo, il protagonista stringerà un patto con il primo ministro, affermando pubblicamente, in cambio di favori reciproci, l’efficacia della cura “Ludovico”.

Se vogliamo comparare il significato del finale del film Arancia meccanica con quello del romanzo, i messaggi di Kubrick e Burgess sono diametralmente opposti: per lo scrittore c’è possibilità di redimersi dalla violenza, conservando la propria individualità. Il regista, al contrario, ritiene che la naturale tendenza di Alex alla ferinità non possa essere soppressa, ma rimane in quanto lui, come gli essere umani nel loro insieme, sono energia libera e potente che nessun legame politico e sociale potrà mai contenere.

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mercoledì 15 ottobre 2025

Una serata per Vincenzo Monti: il lato comico del poeta nell'anniversario della morte

 di Fabio Pagani

Lunedì 13 ottobre, la città di Alfonsine ha omaggiato la memoria del suo figlio più illustre, il poeta Vincenzo Monti. Nell’affascinante collocazione di Casa Monti, il Comitato Montiano ha organizzato un evento che ha voluto far conoscere al pubblico presente il lato meno noto del letterato: il presidente, prof. Luca Frassineti, fra i massimi esperti in Italia di ‘700 e ‘800, ha infatti sottolineato la vena comica ed eroicomica del Monti, introducendo le letture dei testi, declamati da Giulia Torelli, apprezzata regista teatrale. Prima di tutto, una doverosa premessa: la serata è stata dedicata al prof. Arnaldo Bruni, presidente onorario del Comitato Montiano, scomparso pochi giorni fa.

Il primo frammento è quello di una lettera del luglio 1774, indirizzata da Monti all’amico di studi Ercole II Calcagnini; in quel periodo, il poeta – non ancora tale – aveva 20 anni e si trovava a Ferrara per gli studi universitari in Medicina (a lui, in realtà, imposti dal padre). I toni ed i contenuti della missiva sono volutamente ironici e di spiccato gusto cameratesco, il ché sta a testimoniare chiaramente il rapporto di stretta amicizia fra i due interlocutori; eccone uno stralcio: Olà, corpo di mia Nonna: a che gioco giochiamo? Io son vivo, e però non sono morto. Se voi siate tale, v’è molto da dubitare, ed io non vorrei che foste già convertito in qualche costellazione. Fate i miei complimenti all’Orsa Maggiore, e pregatela a favorirmi una cassa del suo freddo, che ne ho bisogno in questo caldo maledetto.

Il secondo testo è una canzonetta dal titolo Per un grave incommodo emorroidale (novembre 1779), di cui il Monti soffriva cronicamente; qui emerge l’attenzione sull’argomento canonico della malattia, solitamente trattata riguardo agli altri, ma in questo caso resa propria. I modelli di questa “canzonetta sopra il culo” fanno riferimento alla preziosa elegia X, libro III, di Tibullo (poeta latino del I secolo a.C.). Nei versi montiani, vi è il voluto slittamento dal registro elegiaco a quello epico, con la chiara intenzione di prendere in giro il genere alto della poesia: La bell’arte dei poeti / mente chiede ognor serena; / ma i pensier ridenti e lieti / fuggon via se il culo è in pena.

Il terzo ed ultimo contributo concerne la versione in ottava rima della Pucelle d’Orléans di Voltaire (traduzione del 1798-99): i passi scelti sono incentrati sull’attentato alla castità della protagonista, Giovanna d’Arco: Stende la grassa man verso l’amante / senza pensarvi, e tosto la ritira / rossa in volto, pentita e palpitante, / e poi si rassicura e poi sospira. / Poi dice alfin: - Bell’asino galante, / vana è la speme che pel cor vi gira; / è una chimera: pregovi d’avere / rispetto alla mia gloria, e al mio dovere.

A fine serata, molti dei presenti si sono meravigliati di questa versione del Monti, assai poco nota: da sempre, infatti, la fama del poeta è legata alla somma traduzione dell’Iliade, alle tragedie, alle poesie e non certamente - almeno per noi profani - a questo lato letterario che lo rende, senza dubbio, più terreno, ma non in modo banale.

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