Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

mercoledì 18 gennaio 2017

Olindo Guerrini: in sella verso il '900.

Cari amici,
pubbichiamo ora il testo integrale dell'intervento da noi tenuto venerdì 13 gennaio alla serata nazionale del Liceo Classico, iniziativa che ha coinvolto ben 367 istituti liceali in tutta Italia. Nel nostro piccolo abbiamo voluto dare un contributo alla realizzazione dell'evento presso la scuola in cui volentieri lavoriamo, il Liceo "Ricci - Curbastro" con annessa sezione classica "Trisi - Graziani" di Lugo.
Buona lettura.



Definire Olindo Guerrini soltanto poeta dialettale è certamente riduttivo e non rende merito ad un uomo di grande cultura e formazione classica. Questa sera parleremo del rapporto fra Guerrini e la bicicletta, ma prima ci piace, vista l'occasione in cui ci troviamo, fare qualche breve cenno al patrimonio umanistico che Stecchetti, il nome in Parnaso scelto dal poeta, porta con sé. Con l'affermarsi, nella seconda metà dell'Ottocento, del positivismo come concezione del mondo e del naturalismo come canone dell'arte, nascono in letteratura la scientificità, l'impersonalità e l'impiego di un linguaggio parlato dimesso che attinge molte parole dal dialetto e dall'uso quotidiano, per poter presentare, con realtà e schiettezza, il parlare dei personaggi. Il termine realismo viene usato a significare soprattutto gli aspetti sporchi e deformi della realtà ed il suo elemento di maggiore incisività è l'efficacia dell'evocazione, di cui il francese Baudelaire esprime la cifra simbolica più vera. In Italia non esiste un momento di contemporaneità a Baudelaire, ma un prima e un dopo; ritroviamo in Guerrini questo realismo baudelairiano e la capacità di cogliere l'aspetto sensuale della vita rivestendolo di eleganti forme, divenendo così un poeta prediletto dal pubblico. La critica, tuttavia, non è tenera con Guerrini (vedi Croce, che lo taccia di oscenità), mentre Carducci, nel periodo bolognese, spiega che le liriche di Guerrini non glorificavano la guerra civile, ma erano un'ispirazione sociale, tradotta in versi per amore dell'arte. Entrambi i poeti alzano la bandiera contro le putredini cattoliche e romantiche, legati entrambi alla realtà storica in cui vivono e da cui traggono i loro ideali. Guerrini, eccellente latinista, si distingue, al di là degli strali della critica (Croce e Flora), per la grandezza con cui traduce e recupera gli immortali versi di Catullo (Odi et amo), di Orazio (Odi, libro I, n. 11), di Baudelaire, Hugo, del Leopardi dei Canti (in comune: l'abbandono della donna amata), di Byron e, naturalmente, di Carducci.
Oggi, però, siamo qui per parlare della terra del poeta, di quella Romagna che, a cavallo fra vecchio e nuovo, arretratezza e progresso, vive la grande fase della bicicletta. 



La Romagna è, nel periodo verista, un paese in ebollizione: prorompono le idee socialiste, le lotte, gli scioperi e le masse iniziano gradualmente a prendere coscienza della loro posizione. La bicicletta, o bicyclula, come scrive nel suo poemetto del 1899 Luigi Graziani, a cui è intitolato il nostro Liceo Classico, nasce come mezzo borghese, per pochi, mentre la massa si deve arrangiare con i CÔSP (gli zoccoli) ai piedi, per poi diventare quello strumento possente, veloce ed agile che permetterà anche ai più umili di buttarsi a capofitto nel secolo breve, il '900. Dell'amore per la bicicletta da parte di Olindo Guerrini troviamo espressione in molte parti delle sue poesie, soprattutto in quella che oggi pare la più schietta e genuina, i Sonetti romagnoli, tra l'altro editi postumi dal figlio Guido. I Sonetti, nati senza uno schema prefissato, tratteggiano personaggi tipici della Ravenna di fine 800, le osterie, la forte carica anticlericale e un ciclo di poesie, denominate "E' viazz", in cui il poeta compie la descrizione del suo giro d'Italia in bicicletta , a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del XX^ secolo: da Ravenna al Monte Rosa e poi, attraversando tutto il Nord del Paese, fino a Trieste e infine il ritorno a Ravenna. La bicicletta, quindi, non è soltanto un mezzo di locomozione, ma rappresenta l'ingresso del ceto medio-basso nel mondo moderno, il lasciapassare verso luoghi, angoli, realtà ancora sconosciuti. Guerrini sa cogliere i dettagli di questo cambiamento e li traduce in un linguaggio diretto e ricco, allo stesso tempo, di ricercatezza e sagacia. Di qui la scelta del dialetto che, nei primi anni del Novecento, è oggetto di aspre polemiche fra i linguisti; Guerrini sa coglierne il ruolo fondamentale per la sua espressività, perché più vivo dell'italiano, ha una su struttura, una sua dinamica interna e subisce trasformazioni notevoli che vanno di pari passo con l'evoluzione del mondo culturale che rappresenta, senza lirismi e slanci voluttuosi, ma in modo pratico e misurato. Per chiudere il nostro intervento, ci fa piacere leggere uno dei 51 sonetti de "E' viazz", intitolato "Bulogna", visitata dal poeta e dai suoi amici non per San Petronio o le due Torri, come farebbero tutti, ma per un altro motivo, per dir così, più appetitoso...

BULOGNA

Donca, par fela curta, una matena
Int'e' fe d'l'elba, quand ch'e' canta e' gall,
As lassessom Ravenna dri dal spall
E vi, d'batuda, par la strè Fantena.
E vers a San Michil, dri da la schena
E' sol a poch a poch e' dvinté zall,
E zo pr'e' God e par Bagnacaval,
Par Lug e par la Massa e par Midsena.
Ecco Bologna! Finalment ai sè! Ecco al mura, la porta, i tram e tott...
«Gnente di dazio?» - Un cazz! - Hoia dett ben?
Al do Torr? San Petroni? Chi s'n'infott!
Nò a curessom ai Quattar Piligren
A magnè al parpadell cun e' parsott.

Ad maiora!

martedì 3 gennaio 2017

Letteratura latina, il viaggio. (1)

PERIODO DELLE ORIGINI (? – 241 a.C.)

Agli albori della sua storia, Roma è una piccola comunità dedita esclusivamente alla pastorizia ed all’agricoltura. Non a caso è un pastore – secondo la leggenda – che accoglie ed alleva Romolo e Remo, fondatore il primo della città. Oggi sappiamo da fonti certe che Roma non è stata fondata da uno solo, ma che è nata dalla fusione, ovviamente graduale, di piccoli nuclei agricolo-pastorali.
Per quanto riguarda il periodo delle origini, gli avvenimenti di maggior rilievo sono:
- Periodo monarchico (? – 509);
- Istituzione della repubblica ed ascesa della borghesia. Lotte fra patrizi e plebei. Trattato con Cartagine cui si riconosce il monopolio commerciale nel Mediterraneo occidentale;
- Legge delle XII tavole e codificazione del diritto privato, pubblico, penale e processuale;
- Libertà di connubio fra patrizi e plebei;
- Guerre sannitiche e conseguente predominio di Roma sull’Italia centrale (343 – 290);
- Guerra contro Taranto; egemonia sull’Italia meridionale (282 – 272);
- Prima guerra punica: i Romani si impadroniscono delle isole e dominano il Tirreno (264 – 241).
Per quanto riguarda i primi documenti scritti, restano testimonianze linguistiche, giunteci prevalentemente tramite l’archeologia e l’epigrafia, di contenuto quasi sempre rituale e di non facile intendimento. Interessano quindi, in particolar modo, la storia della lingua, i suoi fenomeni fonetici, morfologici…
- Fibula Praenestina, rinvenuta a Preneste (l’odierna Palestrina, nel Lazio), che reca il nome dell’artefice – Manio – e quello del destinatario – Numasio -.
- Vaso di Dueno, trovato a Roma ed inciso con scrittura sinistrorsa. È interessante notare la forma duenos (buono, dall’indoeuropeo dwonus), in cui è chiara la radice del verbo dare. Di qui il concetto utilitaristico del termine latino bonus, ovvero “colui che dà”.
- Lapis niger, un cippo di tufo rinvenuto davanti all’arco di Settimio Severo. La tradizione vuole che sia servito alla tomba di Romolo.
- Di notevole importanza i documenti pubblici, fra i quali un posto di primo piano spetta alle legese regiae, delle quali riportiamo qualche passo.
Romolo – Ius publicum: “Romolo, dopo aver separato i più ricchi dai più poveri, subito fece delle leggi e stabilì cosa dovesse fare ciascuna parte: ai patrizi spettavano le cariche sacerdotali e giuridiche, i plebei dovevano coltivare i campi…”.
Numa Pompilio – Ius sacrum: “La moglie illegittima non tocchi l’altare di Giunone; se lo tocca immoli, sciolti i capelli, una agnella a Giunone”.
Servio Tullio - ?: “Se un figlio percuote il genitore e quel genitore ricorre alla giustizia, il ragazzo sia sacrificato agli dèi dai genitori”.
Senza dubbio, infine, di eccezionale rilievo sono le leggi delle XII tavole, che rimangono la base di quella ricca creazione giuridica che dominò tutto il corso della storia romana e che ebbe enorme influenza in Europa sulle concezioni giuridiche del Medioevo e nell’epoca moderna.

Ad maiora!

mercoledì 30 novembre 2016

Catullo e Foscolo: materiale per studenti e non...

Cari amici e studenti,
oggi dedichiamo il blog alla pubblicazione di alcune poesie di Catullo e ad un confronto fra l'autore latino e Ugo Foscolo.
Materiale didattico. Per una volta, e per evitare chilogrammi di fotocopie, abbiamo deciso di utilizzare lo strumento informatico. Naturalmente analizzeremo insieme i frammenti...
Buona lettura!

Catullo, seduto e di spalle a noi, mentre legge le sue poesie agli amici

Frammenti scelti dal Liber di Catullo


Dammi mille baci
Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo(ci),
e le chiacchiere dei vecchi troppo arcigni
consideriamole tutte un soldo (bucato).
I giorni [i soli] possono tramontare e ritornare;
noi, una volta che la breve luce è tramontata,
dobbiamo dormire un’unica notte eterna.
Dammi mille baci, (e) poi cento,
poi mille altri, poi ancora cento,
poi di seguito altri mille, (e) poi cento.
Poi, quando ne avremo totalizzate [avremo fatto] molte migliaia,
li rimescoleremo, per non conoscere (il totale),
o perché nessun maligno possa gettar(ci) il malocchio,
sapendo che è così grande il numero dei baci [che c’è tanto di baci].


Ma il cuore non ascolti le ragioni
Questo nostro amore, vita mia
lo prospetti felice
destinato a durare per sempre.
Dei del cielo, fate voi che lei dica il vero,
che lo prometta sincera e dal cuore,
che si possa per tutta la vita
mantener questo patto inviolabile.


Povero Catullo, smettila di illuderti!
Povero Catullo, smettila di illuderti!
Ciò che è perso – e lo sai – è perso: ammettilo.
Giorni di luce i tuoi, un lampo lontano,
quando correvi dove la tua fanciulla ti chiamava,
lei amata come nessuna sarà mai.
Quanta allegria, allora: quanti giochi
volevi, e lei accettava.
Davvero un lampo lontano, quei giorni.
Ora non vuole più: e tu devi accettare.
 Non seguirla, se fugge, e non chiuderti alla vita:
resisti, con tutte le tue forze.
Addio, fanciulla. Catullo è forte:
non verrà a cercarti, non ti pregherà, se tu non vuoi.
Ma tu, senza le sue preghiere, soffrirai.
Ah, infelice, che vita ti rimane?
Chi ti vorrà? A chi sembrerai bella?
Chi amerai? A chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, non cedere, resisti.


Solo con me
Solo con me, sostiene la mia donna,
l’amor farebbe; nemmeno con Giove.
Ma ciò che dice una donna all’amante
fugge nel vento ed è scritto sull’acqua.

Confronto fra Catullo e Foscolo
Al fratello
Ah fratello, fratello! Trascinato
per molte genti  e per molti mari,
sono arrivato qui. Ecco le offerte
che si devono ai morti, nudi riti
d’addio, parole vane per le ceneri
silenziose.
Brutalmente il destino
ti ha rapito a me, povero fratello.
Ora non restano che gli antichi onori
dei padri che tristemente ti rendo
e le parole d’addio: per sempre,
fratello, addio, fratello mio, per sempre.

In morte del fratello Giovanni (U. Foscolo, sonetto, 1803)

                                                                         Ugo Foscolo


Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo


di gente in gente, me vedrai seduto


su la tua pietra, o fratel mio, gemendo


il fior de’ tuoi gentili anni caduto.


La madre or sol, suo dì tardo traendo,


parla di me col tuo cenere muto:


ma io deluse a voi le palme tendo;


e se da lunge i miei tetti saluto,


sento gli avversi Numi, e le secrete


cure che al viver tuo furon tempesta,


e prego anch’io nel tuo porto quiete.


Questo di tanta speme oggi mi resta!


Straniere genti, l’ossa mia rendete


allora al petto della madre mesta.




Ad maiora!

giovedì 17 novembre 2016

L'angolo letterario

Cari amici,
da oggi, a cadenza libera, inauguriamo una nuova rubrica, "L'angolo letterario". Ci piacerebbe alternare qualche recensione di romanzi della letteratura europea ad un excursus storico-letterario del mondo classico, latino in particolare. Ci proviamo.
Oggi, intanto, vi proponiamo la storia di Mastro Don Gesualdo, di Giovanni Verga. Una storia molto attuale.
Buona lettura!

Il celebre romanzo di Giovanni Verga ha una gestazione difficile: iniziato nel 1881, viene ripreso a metà del 1877 con ritmo serrato e pubblicato a puntate sulla Nuova Antologia. Il posto del Mastro Don Gesualdo nello svolgimento del ciclo dei Vinti è chiarito già nella prefazione dei Malavoglia là dove leggiamo che, soddisfatti i bisogni materiali, “...la ricerca diviene avidità di ricchezze e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro Don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia...”. 
La vicenda è collocata nella prima metà dell’Ottocento - due gli avvenimenti storici che vi compaiono, i moti rivoluzionari del 1820 e del 1848 - ed è assai semplice e lineare. Gesualdo, dopo un’infanzia tribolata e da una giovinezza segnate da un lavoro inumano, raggiunge la ricchezza e sposa, per rendersi gradito ai nobili ed ai notabili della sua città, una nobile decaduta, Bianca Trao. In realtà il matrimonio è voluto dai parenti della fanciulla per porre riparo ad una avventura col cugino, il barone Rubiera. Ben presto Gesualdo comprende che il suo tentativo è miseramente fallito: i nuovi parenti non lo tengono in considerazione alcuna, i suoi familiari si sentono traditi (ma continuano a sfruttarlo), con la moglie e la figlia Isabella non esiste rapporto d’amore.

Il Mastro Don Gesualdo in una rappresentazione teatrale

Anzi proprio la figlia darà un colpo mortale al destino di Gesualdo; innamoratasi di un giovane squattrinato, Isabella fugge da casa. Il padre, per riparare all’accaduto, è obbligato a darla in moglie al Duca di Leyra, che non ama la fanciulla ma ambisce ad impadronirsi del patrimonio del suocero. Continuano le ostilità dei notabili nei suoi confronti, muore la moglie e si manifestano i primi sintomi di una male incurabile che gli rode lo stomaco. Il genero lo porta in palazzo a Palermo per farlo meglio curare, anche se in realtà è soprattutto preoccupato di controllarlo e di impedirgli di disporre liberamente delle ricchezze che gli restano. Qui Gesualdo trascorre gli ultimi anni della sua vita, ripensando ai vasti campi che gli rimangono (e che verranno dilapidati dal genero) e desidera inutilmente un rapporto finalmente affettivo ed intimo con la figlia. E una notte muore “tra l’indifferenza e i lazzi della servitù”.
Emerge dalla lettura un messaggio piuttosto chiaro: l’arrampicata sociale costa lacrime e sangue, la ricchezza non basta a mutare stato. La sfida forsennata per uscire dal “cerchio” naufraga miseramente in quanto s destinata ad un a inevitabile e “necessaria sconfitta” che reca comunque in sé una dimensione di solennità e di tragica dignità. Quel pessimismo che percorre l’altro grande romanzo verghiano, i Malavoglia, si incupisce ancora di più. Se Alessi e la Nunziata riescono a riscattare la “casa del nespolo” trovando un punto d’approdo per chi resta tenacemente fedele alle leggi della casa e del lavoro, nel Mastro Don Gesualdo non c’è speranza alcuna e la legge della economicità pura finisce per divorare i propri figli.

Il busto di Verga. Giardino Bellini (Catania)

Il romanzo si può “...anche leggere come paradigma e figura della condizione umana e del lavoro di Sisifo in cui essa si risolve. Si tratta comunque di un approdo senza sbocco alcuno: a chi vi era pervenuto non restava che il silenzio” (Salvatore Guglielmino).



Giovanni Verga - Mastro Don Gesualdo, Mursia, Milano, 1987.

Ad maiora!

giovedì 10 novembre 2016

Omero, Omero... Perchè sei tu, Omero?

Cari amici,

anagrammando la speranzosa domanda di Giulietta per il suo Romeo, oggi vogliamo parlarvi di Omero, il grande autore di Iliade ed Odissea. O, forse, solo possibile. C'è che sostiene, addirittura, che il poeta greco non sia nemmeno esistito! Vediamo di fare un po' di luce su questo misterioso padre dell'epica.
Che cosa intendiamo con l’espressione “Questione omerica”? Quando pensiamo ad Iliade ed Odissea il primo nome che ci viene in mente è quello di Omero, l’autore dei due poemi epici. Tuttavia, da tempo, gli studiosi hanno dibattuto sull'esistenza del poeta greco, mettendone in discussione lo stesso nome!



Secondo le due teorie più accreditate, infatti, Omero potrebbe derivare dal verbo “omerèin” (“incontrarsi”, con allusione alle feste in cui si ci ritrovava per recitare i racconti epici) oppure dall'espressione “o mè oròn” (participio sostantivato greco, traducibile con “colui che non vede”, “il cieco”, secondo la credenza per cui Omero fosse, appunto, non vedente). Altri, infine, pensano al significato di “ostaggio”. Ciò che sappiamo di certo è che il nome Omero non è un soprannome, quindi l’ipotesi più verosimile è, o sarebbe, la prima che abbiamo riportato. Tornando al problema della paternità dei poemi omerici, le cui storie venivano raccontate dai reduci della guerra di Troia, nel tempo si sono succedute diverse linee di pensiero.
Gli antichi Senone ed Ellanico (III secolo a.C.) negano ad Omero l’Odissea e vengono chiamati i “Korìzontes” (i separatori), mentre Aristarco di Samotracia attribuisce entrambi i poemi ad Omero stesso.



In età moderna, le opinioni sono più complesse e basate su studi filologici molto approfonditi. Francois D’Aubignac, nel 1664, arriva addirittura a negare l’esistenza di Omero; Vico, nel 1730, pensa invece a più poeti, scartando quindi un’unica figura. Wolf (1795), l’inventore della critica analitica, sostiene che i poemi sono stati redatti da una commissione di dotti su incarico di Pisistrato, il tiranno ateniese del VI secolo a.C.
I neounitari, al contrario, esaltano la coerenza complessiva delle due opere, mentre i comparativisti, nel ‘900, raffrontano i poemi omerici con gli scritti epici di altri popoli e trovano, soprattutto nell’Odissea, materiale presente anche in fiabe e novelle di terre non greche.
Ciò che di certo sappiamo, senza ombra di dubbio, è che nel III – II secolo a.C. i filologi alessandrini, tra cui Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio ed Aristarco curano un’edizione critica dei due poemi, li dividono in ventiquattro canti ciascuno contrassegnando ogni canto con una delle ventiquattro lettere dell’alfabeto greco.

Al di là del mistero legato alla paternità di Iliade ed Odissea, resta il primato assoluto del valore culturale e morale dei poemi, figli di un’epoca vera, ma resi sublimi dal mito che li rende immortali, oltre che fondamento della nostra cultura ed identità.

Ad maiora!

giovedì 3 novembre 2016

TRE APERITIVI IN PARTENZA!

Dopo un po' di tempo, e dopo aver privilegiato altri temi, ritornano i nostri aperitivi.
Buona lettura!

Aurea mediocritas

L’aurea via di mezzo (Orazio, Odi, II, 10, 5)


Si tratta di una traduzione alternativa al “modus optimum” con cui veniva reso il precetto greco di Pitagora (Métron άriston: l’ottima misura). L’aggettivo “aureus” indicava eccellenza e la “mediocritas” era il termine tecnico con cui i filosofi abitualmente rendevano il giusto equilibrio. L’ode di Orazio in cui viene impiegata l’espressione è, infatti, un invito alla saggezza, che consiste proprio nella capacità di tenersi lontani da ogni eccesso. Al giorno d’oggi, però, la locuzione è mal interpretata: dato che, in italiano, il termine “mediocrità” non ha il valore positivo del suo antenato latino, “aurea mediocritas” ha finito per essere usato nel senso di “mediocrità superficiale”. Niente di più sbagliato! Trovarsi a metà strada, infatti, è aureo perché equidistante fra la cima, ovvero gli eccessi, e la base, i difetti.

Gloria fugientes magis sequitur
La gloria insegue preferibilmente quelli che la sfuggono
(Seneca, De beneficiis, V,1,4)

Massima, a nostro avviso, di grande, grandissima potenza. Molto più di un luogo comune, quindi. Nella cultura classica la modestia è un requisito indispensabile per raggiungere la vera gloria, che non va esaltata nè desiderata. Potremmo attualizzare il concetto in riferimento ai tanti personaggi che popolano la nostra quotidianità e che si affannano ad apparire, senza preoccuparsi di essere.
Ecco, quindi, un buon motivo per rispolverare le tradizioni classiche, mai passate di moda, mai superflue.
 
Tu ne quaesieris, scire nefas

Tu non chiedere, non è lecito saperlo (Orazio, Odi, I, 11, 1)

Si tratta dell’inizio di una delle odi più celebri di Orazio, quella del Carpe diem. Il poeta, parlando con la sua donna, il cui nome lirico è Leuconoe, dal greco “testa/mente candida”, la invita a non cercare di prevedere il futuro ricorrendo alla magia perché non è lecito sapere quale sorte ci abbiano riservato gli dei. L’unica salvezza per l’uomo è non sperare nel domani, poiché non sappiamo se ci sarà un domani, e vivere nel presente, cogliendo l’attimo, ed evitando speranze troppo a lungo termine (Spatio brevi spem longam reseces: “Taglia la speranza troppo lunga in uno spazio troppo breve”). Forse molti di voi ricordano un film, “L’attimo fuggente”, in cui il Professor Keating invitava i suoi ragazzi a vivere il mondo con libertà ed autonomia morale, di pensiero e di azione, lottando contro le rigide imposizioni delle famiglie e della società. Un insegnamento coraggioso, straordinario, ma anche molto pericoloso. Non vogliamo dire che si debba seguire pedissequamente il volere degli altri, ci mancherebbe! Ma i giovani hanno anche bisogno di riferimenti e di regole ed è stato questo – forse – il piccolo grande errore commesso dal Professore. Speriamo che il Carpe diem e la citata pellicola che ha come protagonista Robin Williams vi invitino a riguardare, o a vedere per la prima volta, questo straordinario film. Più arduo sarà leggere le Odi di Orazio, ma la speranza è sempre l’ultima a capitolare!

Ad maiora!

giovedì 20 ottobre 2016

QUANDO IL COMPITO A CASA FA PIU’ VITTIME DI UN’EPIDEMIA DI PESTE…

Cari amici,

non volevo affrontare il discorso, ma non so resistere. Da alcune settimane sta scoppiando la polemica, voluta e strumentalizzata da sedicenti siti web e accreditata a genitori di varie parti d’Italia, sull’eccessiva mole del compito che gli studenti hanno quotidianamente a casa. Addirittura – e la cosa sarebbe grave – anche il ministro (volutamente in minuscolo) all’Istruzione, Stefania Giannini, ha affermato che, grazie alla “buona” (ancora in minuscolo!) scuola, i ragazzi saranno meno gravati dall’onere di trascorrere i loro pomeriggi in casa, a studiare. Siamo in odore di referendum e tutto è concesso. Comunque sia, cerchiamo di essere seri: a cosa serve il compito? Certamente è una forma di responsabilizzazione del ragazzo, il quale sa di dover affrontare un dovere ineludibile; è un mezzo per imparare ad organizzarsi, a dettare dei tempi definiti entro i quali svolgere l’attività e, ancor di più, aiuta a ragionare, riflettere e rielaborare. Insomma, il compito a casa è necessario. Purtroppo, però, in un’epoca pessima come è la nostra, un valore educativo e, perché no, morale come il dovere scolastico è diventato un fatto secondario al bisogno delle famiglie di pensare in primis alle attività sportive e ricreative da far svolgere ai propri figli, poi all’assoluta impellenza di dedicare molto tempo agli svaghi. 




A noi andrebbe anche bene così, a patto che padri e madri non venissero più a lamentarsi dei brutti voti del loro ragazzo! Invece – e questo è meraviglioso – ogni giustificazione è valida purchè si metta in evidenza che è la scuola ad essere troppo esigente e che il povero studente non ce la fa a reggere un ritmo così tambureggiante. Per fortuna, al di là della propaganda messa in moto da questo governo (minuscolo!) di Marionette (maiuscolo!), siamo convinti che la maggior parte dei genitori sia ancora dell’idea per cui le priorità di un adolescente siano la formazione, lo studio e la crescita morale ed intellettuale. E’ ovvio che gli svaghi ed i momenti di libertà sono necessari! Nessuno lo mette in dubbio. Crediamo, però, che i professori non siano figli di un’erudizione vuota ed arida: anche loro sono persone, hanno problemi, scadenze, emozioni, momenti di difficoltà. E sanno benissimo calibrare l’obiettivo ed assegnare le giuste attività casalinghe ai loro studenti, senza privarli dei necessari spazi di vita. Se, poi, per una famiglia sono più importanti per l’avvenire del loro figliolo i risultati nel gioco del calcio o nella danza, beh, allora, alziamo le mani! Il timone della scuola italiana sta virando verso un iceberg che la distruggerà, questo è il punto. Quale soluzione, quindi? Più spazio ai buoni contenuti, al confronto costruttivo, alle lezioni libere da quegli stupidi vincoli burocratici, al modello socratico. 



Il celeberrimo affresco di Raffaello, la Scuola di Atene (Socrate si trova alla nostra sinistra, in piedi, vestito con una tunica verde)

Sì, il vero insegnamento è proprio quello, a nostro parere. Chi scrive è ancora oggi affezionato a certi professori piuttosto che ad altri, che non ricorda volentieri. Forse, o senza dubbio, ci sarà un motivo.



Ad maiora!