Cari amici,
sta suscitando molto frastuono la battaglia internettiana messa in piedi dal noto giornalista Enrico Mentana e relativa alla facile attitudine di tanti di noi ad esprimere, superficialmente, giudizi e opinioni, nonchè a lanciare appuntiti ed infuocati dardi contro chiunque.
Pubblichiamo, di seguito, il messaggio del direttore del Tg di La7 (4 settembre 2016):
"C'è gente che il giorno prima inveisce indignata contro la vignetta di Charlie Hebdo - e ci sta - e quello dopo sparge veleno su leggende del calcio, Scirea o Facchetti, di cui ricorre l'anniversario della morte. Forse credono di avere l'esclusiva dello sciacallaggio?".
Riteniamo che la posizione di Mentana sia giusta in quanto tutte queste piattaforme telematiche hanno reso molti di noi completamente privi di ogni tipo di logica razionale: l'importante è far sapere "Urbi et Orbi" che, questa mattina, magari non ancora alzati da letto, ci siamo svegliati con in testa il dubbio del perchè le banane siano gialle e non rosa e lo dobbiamo assolutamente scrivere!
Inoltre - e questa è cosa ben più grave - siamo tutti laureati in "tuttologia" o, come preferite, siamo dei virtuosi onniscienti: musica, politica, moda, arte, cibo, vino, endocrinologia, endoscopia digestiva, sismologia (ahimè!) e tanto altro.
Tornando seri (ma non troppo), facciamo una prova: apriamo la pagina Facebook di un amico e risaliamo al gennaio del 2015: la probabilità che la foto del profilo della persona stessa sia segnata dal tricolore francese è altissima. E' altresì possibile (forse certo?) che, oggi, sulla stessa bacheca compaiano anatemi contro Charlie Ebdo e la sua satira sugli italiani...
Ancor più squallida è la violenza contro Facchetti e Scirea: il primo, bandiera di Inter, Nazionale e uomo di grande spessore (chi scrive è juventino), il secondo, certamente, persona straordinaria e buona, oltre che calciatore eccezionale.
Ecco, purtroppo la moltitudine non comprende che la penna, o la tastiera, non sono delle macchinine che si possono scagliare contro un muro, non sono strumenti inoffensivi, tutt'altro! Ironia e satira sono arti di cui non disponiamo tutti... Chi crede di essere tagliente è, sempre e sicuramente, offensivo, stupido e ottuso.
Come abbiamo già avuto modo di dire, non amiamo pubblicare fatti personali su Facebook; ma, a questo punto, molto meglio vedere foto di gambe (si spera belle) stese su un lettino che leggere str...ate su temi delicati, difficili e declinabili solo da poche e competenti persone.
Ah, dimenticavo: si può guarire dalla (w)ebetite, sia acuta che cronica... Terapia: spegnere il PC, staccare il 3g, o wifi, e uscire a fare una bella passeggiata. Posologia: tutti i giorni, festivi compresi.
Socrate diceva: "E' sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s'illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza".
Ad maiora!
Riconoscimento validità testata giornalistica on line
In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.
martedì 6 settembre 2016
venerdì 5 agosto 2016
A voi, cari amici, il nuovo tris di aperitivi!
Con questo caldo, tre aperitivi non possono che ristorarvi.
Buona lettura!
Buona lettura!
APERITIVO ETIMOLOGICO
QUO VADIS?
Dove vai? (dagli Atti del martirio di San Pietro)
Secondo una leggenda diffusasi negli ambienti Cristiani di Roma, l’apostolo Pietro, che si trovava in città durante una persecuzione anticristiana dell’imperatore Nerone, essendo stato avvertito del pericolo che correva, stava scappando da Roma. Uscendo, però, incontrò Gesù che, alla sua celebre domanda, rispose che andava a Roma a farsi crocifiggere ancora. L’apostolo capì che si trattava di un rimprovero per il suo secondo tradimento, tornò in città ed affrontò serenamente il martirio.
La frase “Quo vadis?” divenne poi il titolo di un romanzo di H. Sienkewicz, giornalista e scrittore polacco premio Nobel per la letteratura nel 1905, e del kolossal holliwoodiano che ne fu tratto.
Nelle foto: la locandina del film, Henryk Sienkewicz e Peter Ustinov, celebre attore britannico, nei panni di Nerone.
APERITIVO ETIMOLOGICO
Niente basta a chi non basta ciò che è sufficiente (Epicuro).
Epicuro (Samo, 341 a.C. - Atene, 271 a.C.) è fondatore di una delle più importanti scuole ellenistiche, il "Giardino" (L'Ellenismo è un periodo storico/culturale compreso fra III° e I° secolo a.C. e consistente nella diffusione della cultura greca nel vicino e lontano Oriente e nel tentativo di fondare una lingua comune, comprensibile in tutto il mondo "grecizzato" - la cosiddetta "Koinè") ed è autore di oltre 37 libri, 9 dei quali rimasti a noi.
La citazione che abbiamo riportato rappresenta uno dei punti più importanti del pensiero epicureo: vivere serenamente, accettando il naturale scorrere del tempo, non temere la morte perchè "la morte è nulla per noi, perché quando ci siamo noi la morte non c'è e quando c'è la morte non ci siamo più noi". L'unica cosa che rimane è il piacere sereno dell'anima, che va goduto senza covare la pretesa di renderlo durevole in quanto il piacere assoluto non esiste o, quantomeno, l'uomo non potrà mai raggiungerlo.
APERITIVO ETIMOLOGICO
Forse non tutti sanno che...
Oggi non vi raccontiamo la storia di un detto, ma di un fiume: il Tevere.
Fu Benito Mussolini, nel 1923, ad "allargare" i confini della zona tosco-romagnola, in modo da inserirvi la parte di Verghereto, su cui sorge il monte Fumajolo.
Il perchè di questa scelta è presto spiegato: il Duce voleva che la sorgente del fiume Tevere, che si trova appunto sul Fumajolo, nascesse in Romagna. Roma e le sue sacre acque come simbolo e forza di un Impero, quello romano, di cui Mussolini si sentiva in qualche modo continuatore e nuovo Cesare.
Tutti sappiamo come andò a finire...
Ad maiora!
venerdì 24 giugno 2016
Referendum sì o Referendum no?
Cari amici,
abbandoniamo (solo per questa volta) i nostri amati argomenti classici e letterari per rimanere sulla stretta attualità: la Brexit. Come tutti sapete, infatti, il Regno Unito, attraverso il referendum di giovedì 23 giugno, ha espresso la volontà di uscire dall'Unione Europea. Le conseguenze, se ce ne saranno, solo la storia le potrà raccontare.
Noi, naturalmente, non essendo tecnici, non ci avventuriamo in opinioni specialistiche... Il web ne è pieno.
La nostra risposta a Brexit è un'altra: il vero referendum dovrebbe essere quello che, se avete 10 minuti di tempo, viene proposto nel video che abbiamo postato. Perchè no?
Ad maiora!
P.S. Ritorneremo a parlare di Neoclassicismo, e di Vincenzo Monti, al prossimo post.
abbandoniamo (solo per questa volta) i nostri amati argomenti classici e letterari per rimanere sulla stretta attualità: la Brexit. Come tutti sapete, infatti, il Regno Unito, attraverso il referendum di giovedì 23 giugno, ha espresso la volontà di uscire dall'Unione Europea. Le conseguenze, se ce ne saranno, solo la storia le potrà raccontare.
Noi, naturalmente, non essendo tecnici, non ci avventuriamo in opinioni specialistiche... Il web ne è pieno.
La nostra risposta a Brexit è un'altra: il vero referendum dovrebbe essere quello che, se avete 10 minuti di tempo, viene proposto nel video che abbiamo postato. Perchè no?
Ad maiora!
P.S. Ritorneremo a parlare di Neoclassicismo, e di Vincenzo Monti, al prossimo post.
giovedì 9 giugno 2016
Vincenzo Monti, uomo e poeta (Prima parte)
Cari amici lettori,
la scorsa volta abbiamo introdotto il tema del rapporto fra Neoclassicismo, ovvero il movimento che, nel '700, tende a recuperare il mondo classico nell'arte e nelle lettere, e Romanticismo, vale a dire la ricerca di istinti, impulsi, emozioni e senso patriottico (almeno per quanto riguarda l'Italia).
Cerchiamo, in questa sede, di procedere per gradi e con ordine, partendo dal maggior esponente del movimento neoclassico, Vincenzo Monti. Per farlo, abbiamo pensato di proporre una bella intervista da noi fatta al Professor Luca Frassineti, docente presso la Seconda Università di Napoli, già amico della nostra cittadina, oltre che persona con la quale ci lega un profondo rapporto di stima ed affetto.
Nelle righe che leggerete verrà evidenziato il Monti pubblico e privato: dal rapporto col Foscolo, al problema del matrimonio della figlia Costanza. Per chi volesse approfondire il tema, consigliamo il volume:
- Primo supplemento all'epistolario di Vincenzo Monti, di Luca Frassineti, ed. Cisalpino, 2012.
la scorsa volta abbiamo introdotto il tema del rapporto fra Neoclassicismo, ovvero il movimento che, nel '700, tende a recuperare il mondo classico nell'arte e nelle lettere, e Romanticismo, vale a dire la ricerca di istinti, impulsi, emozioni e senso patriottico (almeno per quanto riguarda l'Italia).
Cerchiamo, in questa sede, di procedere per gradi e con ordine, partendo dal maggior esponente del movimento neoclassico, Vincenzo Monti. Per farlo, abbiamo pensato di proporre una bella intervista da noi fatta al Professor Luca Frassineti, docente presso la Seconda Università di Napoli, già amico della nostra cittadina, oltre che persona con la quale ci lega un profondo rapporto di stima ed affetto.
Nelle righe che leggerete verrà evidenziato il Monti pubblico e privato: dal rapporto col Foscolo, al problema del matrimonio della figlia Costanza. Per chi volesse approfondire il tema, consigliamo il volume:
- Primo supplemento all'epistolario di Vincenzo Monti, di Luca Frassineti, ed. Cisalpino, 2012.
A colloquio con
il Prof. Luca Frassineti sulla sfera privata del poeta dell’Ortazzo
Abbiamo il piacere di
ospitare un riprovato amico nostro e delle Alfonsine, Luca Frassineti, ora docente
di Letteratura Italiana presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, con
il quale desideriamo affrontare il tema dei rapporti familiari di Monti, dalla
vicenda sentimentale della figlia ai rapporti con la moglie.
Caro
Luca, cosa puoi raccontarci sulla storia del mancato connubio tra la sensibile
Costanza e il giovane intellettuale neo-greco Andreas Mustoxìdi, liaison
di appena due anni antecedente l’effettivo matrimonio (giugno 1812) con il più
attempato filologo pesarese Giulio Perticari?
Si
tratta davvero di un capitolo esemplare nell’eterna dialettica umana e sociale
fra istanze del cuore (dei figli) e interessi materiali (dei genitori), ieri così
come ancora oggi. Con l’aggravante che, ai primi dell’Ottocento, in un mondo
condizionato dalla prevalenza del cosiddetto sesso forte, lo status di
figlia doveva costituire di per sé una complicazione nell’orizzonte del
consolidamento delle fortune domestiche. Alle donne era infatti interdetta non
solo la carriera delle professioni ma anche la piena disponibilità patrimoniale,
come rileva l’istituto stesso della dote (abolito peraltro in Italia nel
1975!), cioè del complesso dei beni che la moglie, o i parenti di essa,
recavano al marito quale contributo agli oneri del matrimonio. In cambio, con
le nozze, la famiglia della sposa puntava in genere a ricavare vantaggi
indiretti, legando il proprio nome a quello di un clan più prestigioso e
per censo e per quarti di nobiltà. Sicché la letteratura dei secoli XVIII e XIX
o ad essi ispirata è intrisa di progetti tragicamente falliti a causa della
scarsa reputazione maschile, come nel noto caso di Jacopo Ortis, amante rifiutato
dal padre della “divina” Teresa, il nobile-decaduto “signor T***”, il quale
all’appassionato ma modesto borghese, alter ego del Foscolo, preferisce
il più insignificante ma aristocratico Odoardo, “uomo di senno, ricco e in
aspettativa di una eredità ragguardevole” (Ultime lettere, 20 novembre
1797).
Ovvero, in prospettiva affatto capovolta, nella seconda metà
dell’Ottocento ‘trionfano’ le nozze celebrate da famiglie arricchite, di
femmine ora in goduta caccia di nuova legittimità collettiva, come per la
popolaresca Angelica Sedàra (pensiamo alla ‘vistosa’ interpretazione di Claudia
Cardinale nel memorabile film diretto da Luchino Visconti), accasata a un
rampollo dell’antica schiatta spagnolesca dei Falconeri nel Gattopardo
di Tomasi di Lampedusa. Passando dalla finzione romanzesca alla ricostruzione biografica,
nelle loro debite proporzioni i due infelici capitoli della storia coniugale di
Costanza Monti
ventenne potranno senz’altro essere riletti in chiave
‘ortisiana’. Il primo, presto chiuso per l’ostilità irriducibile della madre e l’imprevisto
voltafaccia del padre, racconta del vagheggiato incontro con il compagno
d’elezione, Andreas Mustoxìdi, esule dalla madrepatria, già allievo di Monti a
Pavia, allora in disagiate condizioni economiche ma virtuoso, sincero e affine
alla giovane per età (li dividevano appena sette anni), sensibilità e stato
sociale. Il secondo, condotto in porto con la calcolata complicità di entrambi
i genitori, narra degli sponsali benedetti con un partito vantaggioso soprattutto
per la famiglia, attesa l’indifferenza della futura sposa verso l’uomo di
cultura non più giovanissimo (Giulio Perticari
era quasi coetaneo di Foscolo,
che pure ebbe per Costanza attenzioni esclusivamente filiali) né
seducente (l’aneddotica
attribuisce all’erudito pesarese l’alito fetido di un sepolcro), il quale
dovette addirittura nascondere una relazione ancillare e un figlio naturale, Andrea
Ranzi, potendo però vantare lo stemma di conte e di ricco proprietario
terriero. Donde la decisione ultima di Costanza, come già per l’eroina dell’Ortis,
di obbedire alla volontà paterna, non avendo dalla sua neppure la debole opposizione
materna, come avviene invece all’amante di Jacopo nell’intreccio foscoliano.
Hai
rammentato l’influenza delle volontà di Monti e della Pikler nei confronti della
figlia e del suo avvenire, nel quadro dei loro delicati equilibri familiari.
Come si conciliano le figure del poeta e dell’uomo di lettere con quelle del padre
di famiglia e del marito?
La questione è assai delicata, poiché all’inizio
Monti appare il vero sponsor dell’unione con Mustoxìdi,
di cui non
ignora le difficoltà economiche (anzi!), a differenza della moglie, dotata di
spirito assai più pratico e opportunistico, la quale si dichiara sin da subito ostile
all’azzardo di un genero borghese, onesto e squattrinato tanto quanto
favorevole all’idea futura dell’aristocratico blasonato, vissuto e danaroso. Se,
come insegnano i sociologi, nella modernità risulta cruciale il ruolo delle
donne nel costruire e negoziare alleanze matrimoniali, dobbiamo ammettere che,
prima d’accogliere le riserve della Pikler, nel corso del 1810 il poeta si
spinse davvero molto innanzi con le promesse e con gli atti, sino a indurre, ad
esempio, l’ex-allievo a rinunciare all’intenzione di accasarsi con una nobile
compatriota rifugiata a Venezia, previo il conseguimento di una cattedra
universitaria con cui elevarsi socialmente e mantenersi in autonomia. Per
questo, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi maliziosa che l’apertura di
credito e di affetto verso il giovane neo-greco sia potuta derivare dalla
volontà più o meno cosciente di cattivarsi un aiuto grato, esperto (in quanto madrelingua)
e discreto nell’opera di rifinitura dell’impresa della colossale versione dell’Iliade
di Omero, i cui tomi vennero appunto stampati fra l’aprile 1810 e il febbraio
dell’anno successivo (la rottura matrimoniale con Mustoxìdi dovrebbe risalire
all’avanzata primavera del 1811). Fu davvero così cinico Monti da illudere e
poi disingannare i sentimenti profondi dell’unica figlia e di un giovane amico,
in funzione del mero tornaconto letterario (come si sa, il ‘traduttor dei
traduttori’ era affatto digiuno di greco)? Affido la risposta alle parole che
egli stesso scrisse a Mustoxìdi il 26 febbraio 1810, nella prima lettera della
loro corrispondenza – riemersa alla luce solo di recente – ove ritengo si
alluda copertamente alla proposta di matrimonio con Costanza, di cui il padre
finge ad arte i titoli ed esalta le virtù. Giudichi il lettore se una simile retorica
epistolare convenga più a quella di un impulsivo arcangelo annunciatore oppure a
quella di un astuto demonio tentatore: “Una fanciulla di 18 anni, unica figlia,
bella di volto e più bella di cuore perché dotato di gran carattere, e di più,
colta, di spirito, di molta abilità nella musica, e non senza profitto negli
studj del Disegno, e che scrive italiano e francese divinamente, questa
fanciulla può darsi che sia vostra se la volete. Ella ha ricusato finora molti
partiti e tutti plausibili, ma la tempra del suo cuore, di cui il padre l’ha
fatta libera liberissima, il cuore non avendo trovato nei proposti partiti il
suo conto, gli ha rigettati tutti fermissimamente, altri perché forniti di poco
sentimento, altri di poca saviezza e costume, ed altri per altro motivo. Il
padre è vostro amico, quanto il son io, e vi stima a segno che dassi a credere
che voi solo (finora) sareste quello che potrebbe fissare e contentare
l’eccessiva, e quasi ideale delicatezza di sua figlia, che pur vorrebbe veder
felice al fianco d’un compagno che sapesse conoscerne il prezzo ed amarla
quanto ella merita. La sua condizione è onesta, e recentemente nobilitata, la
dote quanto basta per vivere commodamente senza bisogno di vendersi a verun
impiego, e il padre vi riceverebbe a braccia aperte in propria casa in Milano
per fare con esso voi una sola e beata famiglia. Potrei aggiungere moltr’altre
cose, ma basta per ora. […] La giovine che vi propongo non sa che esistete, ma
io ho tutta l’influenza su l’animo di suo padre, e posso mettere in campo
questo proggetto senza timore di esito sfortunato. Vi abbraccio di cuore, e
sono sempre il Vostro Monti”.
Ad maiora!
mercoledì 25 maggio 2016
Classici o Romantici? Da quale parte stiamo?
Cari lettori,
pochi
giorni fa, passeggiando per le campagne alfonsinesi nella zona dell'Ortazzo
(oggi Passetto), ho rivisto Casa Monti. Capirai... Quante volte mi è capitato!
Ma, non so perchè, il vagare ramingo per i campi, riflettendo e respirando
l'aria "antica", mi ha fatto venire voglia di affrontare una delle
polemiche più aspre della nostra storia letteraria, vale a dire quella fra i sostenitori
del mondo classico (tra cui anche il nostro Vincenzo Monti) e gli assertori del
rinnovamento, dell'apertura alla, alle culture europee, ovvero i romantici.
Forse non molti conoscono l'essenza del problema, per cui partiremo dalle basi:
che cos'è il Romanticismo.
Il termine ha le
sue origini nell’Inghilterra del’600 nella quale l’aggettivo romantic
sta ad indicare qualcosa di fantastico
e di assurdo; dunque il termine
aveva valenza negativa, quasi spregiativa. Nel corso degli anni questa
definizione viene sfumando fino a scomparire per significare qualcosa di affascinante, suggestivo e nostalgico.
Il termine romanticismo è oggetto di
dispute e interpretazioni tanto è vero che Friedrich Schlegel, uno dei massimi
teorici del movimento, scrive scherzosamente al fratello:” Non ti posso mandare la mia interpretazione della parola romantico; essa è lunga
centoventicinque (125) pagine”. Infatti da allora ad oggi i critici hanno
elaborato ben 150 definizioni di Romanticismo.
In seguito si è convenuto di indicare con questo termine stati d’animo e
sensazioni indefinite, così cari a poeti come Leopardi, e nel contempo una
rottura con la tradizione (iniziata, come già detto, intorno al 1770, con il
movimento dello Sturm und Drang (Tempesta
e Assalto).
Quindi una corrente culturale che ha il suo bersaglio nella
corrente illuministica e nel classicismo;
ma la storia non sopporta le contraddizioni nette e schematiche. Come
sempre, ciò che di vitale è stato di un movimento passa come conquista ineliminabile nella cultura
che lo segue. Il concetto di libertà,
che è una scoperta tipicamente illuminista, viene assorbito e rivivificato fai
romantici; dunque esiste un’intima coerenza fra ‘700 ed ‘800. Scrive il massimo
critico italiano, Francesco De Sanctis:
” Che
cosa fu dunque il movimento del secolo decimonono, sbolliti i primi furori di
reazione? Fu lo stesso spirito del
secolo decimoottavo, che dallo stato istintivo e spontaneo passava nello stadio
della riflessione, e rettificava le posizioni, riduceva le esagerazioni,
acquistava il senso della misura e della realtà, creava la scienza della
rivoluzione. Fu lo spirito nuovo che giungeva alla coscienza di sé e prendeva
il suo posto nella storia. Chateaubriand, Lamartine, Victor Hugo, Lamennais,
Manzoni, Grossi, Pellico erano liberali non meno di Voltaire e Rousseau, di
Alfieri e Foscolo. Sono anch’essi figli del secolo decimo settimo e
decimoottavo, il loro programma è sempre la carta dell’Ottantanove, il credo è
sempre libertà, patria, uguaglianza,
diritti dell’uomo...Lo spirito nuovo accoglie in sé gli elementi vecchi, ma
trasformandoli, assimilandoli a sé, e in quel lavoro trasforma anche se stesso,
si realizza ancor più. Questo è il senso del grande movimento uscito dalla
reazione del secolo decimonono, di una reazione mutata subito in conciliazione.
La base teorica di questa conciliazione è un nuovo concetto della verità,
rappresentata non come un assoluto immobile a priori, ma come un divenire
ideale, cioè a dire secondo le leggi dell’intelligenza e dello spirito”.
Il Romanticismo
infine è la rivalutazione degli ideali religiosi contro il deismo e l’ateismo
degli illuministi, rivendicazione del sentimento contro, o meglio, accanto alla
ragione: espressione della
“restaurazione” post rivoluzionaria e, insieme, derivazione diretta, nei suoi
appelli all’umanitarismo, alla libertà ed all’uguaglianza, della Rivoluzione
francese.
Ad maiora!
martedì 17 maggio 2016
I nuovi aperitivi con un po' di musica!
APERITIVO ETIMOLOGICO
Nihil est tam mobile quam feminarum voluntas
Niente è tanto mobile quanto i voleri delle donne (Seneca,
De remediis, XVI, 3).
Il tema della mutevolezza femminile è da sempre caro ai
proverbi e alle sentenze d’autore. Per concetti analoghi vediamo anche il detto
virgiliano “Varium et mutabile semper foemina” (La donna è una creatura sempre
varia e mutevole, Eneide, IV, 569-70) e l’amara consapevolezza espressa da
Catullo nel suo Liber: “Mulier cupido quod dicit amanti, in vento et rapida
scribere oportet aqua (Ciò che una donna dice all’amante pieno di desiderio
bisognerebbe scriverlo nel vento e nell’acqua corrente). Occhio, quindi, a non compiere passi falsi! Come ci ricorda Big Luciano Pavarotti in questa versione tratta dal Rigoletto di Giuseppe Verdi...
APERITIVO ETIMOLOGICO
Una scusa non richiesta è un'accusa manifesta (Proverbio)
Questo proverbio, di origine medievale, riprende una tradizione già diffusa nel mondo antico, secondo la quale l'eccessiva difesa di una causa fa apparire la colpevolezza di chi parla. Il proverbio esiste ancora oggi nelle moderne lingue europee.
Ad interim
(In carica) provvisoriamente.
Si tratta di un avverbio, interim, che ha il valore di complemento di tempo (frattanto) e di una preposizione ad che indica il momento fino a cui si estende il tempo del quale si parla. Sia nel latino classico che in quello moderno si parla di carica ad interim quando chi la ricopre non ne è il definitivo incaricato, ma solo un sostituto che ne svolge le funzioni in via strettamente provvisoria. Per fare un esempio un Presidente della Repubblica ad interim può essere il Presidente del Senato quando il Presidente in carica sia ammalato, morto o destituito; inoltre esistono anche ministeri ad interim ricoperti dal Presidente del Consiglio quando si deve provvedere alla sostituzione di ministri dimissionari.
Ad maiora!
lunedì 2 maggio 2016
Metti una sera con Stecchetti... (Seconda parte)
La poesia in dialetto di Stecchetti è il simbolo di una
Romagna che prende coscienza della propria posizione, con le sue masse che
lottano e cercano di ribellarsi al potere dei più forti. Ma il vernacolo non è
solo questo, naturalmente: esprime l’amore per la buona tavola, gli scherzi, le
bestemmie, le volgarità. Il dialetto romagnolo è pratico e misurato, non è né voluttuoso
né lirico. Stecchetti, nei suoi sonetti, spazia dai temi più seri a quelli
maggiormente pungenti, come in “Diritto al lavoro”, in cui il poeta denuncia l’arroganza
del padrone:
Un ved, e mi sgnor
Cont, un ved incora
Ch’a i’ho tre creatur
da sustintè?...
A set cus ch’um ha
arspost…? Porco, lavora!
dalla descrizione del
viaggio
BULOGNA
Al do Torr? San
Petroni? Chi s’n’infott!
Nò a curessom ai
Quattar Piligren
A magnè al parpadell
cun e’ parsott.
alla forte vena
anticlericale, come si può vedere nell’ultima terzina de “Pro eligendo
Pontefice”.
L’ha al muroid? Mo dì pian ch’an sen za surd.
L’ha al muroid? Ui vo poch a fel guarì
Basta lavei e’cul cun l’acqua d’Lurd.
Il tutto è condito
dalla presenza di personaggi tipici, archetipi assoluti di un modo di vivere, l’uno
all’opposto dell’altro: si passa, infatti, da Tugnazz, uomo del popolo, bonario
e mangiatore,
Mo paura Tugnazz?
Porca paletta
Un è bon gnanc Enrico
Barbarossa.
Paura lò? Tugnazz! Mo
vat a fe…
Ma val a dé d’intendar
a mi nona…
a Pulinèra, che
impersona il ravennate classico, antico e conservatore: una notte egli si
trovava dietro a un muro e stava facendo i suoi bisogni, quando all'improvviso
gli apparve Dante…
E tott in t’una volta
um salté fura
Un vigliacch d’un
fantesma, un zizulon,
Cun una sbossla da
caricatura
E una stanela rossa da
strigon.
Che alora ai dess: “Vui
fiol d’na sumara
Se venissi per farmi
una figura
Cavati prima la galoza
e impara”.
Ma lui rispose per leteratura:
“Calca, calca,
propulsa, Polinara
Perché a ben dir lo
vero è cosa dura”.
attraverso Dante, visto non come il grande poeta, ma come
maschera romagnola che sta in un tempietto costruito dall’architetto ravennate
Camillo Morigia, una “vera gloria romagnola”, come è ironicamente definito:
Morigia? vera gloria
romagnola,
Che fu un patacca e
mica un architetto
E pisciò sino sangue,
poveretto,
Per fabbricarmi questa
pivirola
E i ravegnani al lume
delle stelle
Vengono poi dal Bugno
e coll’orina
Annegano il canton de
le Tavelle,
Indi mi allegran sino
alla mattina
Voci alte e fioche e
suon di cul con elle
Sepolcro un cazzo!
Quella è una latrina.
Chiudiamo con il sonetto integrale dedicato a Papa Pio X;
non c’è bisogno di alcun commento…
VIVA LA SU FAZZA!
Pio disum, quand ch'us elza la matena,
Us magna du panett
cun e' furmai
E' to la su
acquavita, e' to un vintai,
E' va in zarden
fumend la caratena,
Us mett a l'ombra
senza papalena
E un pezz e' lezz
l'Avanti d' spara guai
Un pezz us god a
corrar dri al parpai
E dal volt a sunè la
garavlena,
Us botta in t' la
spagnera a cul buson,
E' stend al gamb, e'
sptona la butega
E pu e' dorum pinsend
a la clazion.
Mè, sgond a mè, a
direbb che ló us n'infrega,
Mo sgond a sti
giurnel d'i mi coion
«Per ora il Papa
osserva, pensa e prega».
Ad maiora!
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