Riconoscimento validità testata giornalistica on line

In base all’art. 3-bis del Decreto Legge 103/2012, “le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero online, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16 della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni.” Resta ferma la necessità dell’indicazione di un direttore responsabile iscritto all’Albo.

giovedì 27 febbraio 2020

QUANTO CONTA LA CULTURA?


Cari amici,
oggi ci troviamo di fronte ad una massiccia emergenza culturale: mancano, infatti, i fondi per donare a più persone possibili un granello di sale utile a far funzionare il cervello. Siamo al delirio, al nichilismo più completo. Riflettendo su tutto ciò, ho evinto che sia proprio la cultura a mancare, che viviamo nella società degli arroganti, dei potenti, dei tronisti, delle pupe e dei secchioni: tutti belli, forti, pomposi. Alla prima difficoltà, però, si sgonfiano. Se ci fosse una guerra – vera, intendo – costoro sarebbero i primi a cadere non valorosamente sul campo.
Ma perché la cultura spaventa tanto? Forse la risposta è nel fatto che in pochi conoscano l’etimologia del termine. “Cultura” deriva dal latino (Sic!), vale a dire da un verbo che significa “coltivare”. Pensiamo, ad esempio, all'agricoltore, ovvero colui che coltiva la terra, ma anche all'aggettivo “colto”, aspetto proprio di qualcuno che sia in possesso di esperienze e conoscenze varie.
Noi crediamo che il segreto della rinascita sia tutto qui. Non commettiamo l’errore di confondere la cultura con la pedanteria, con l’erudizione (cioè l’arida e sistematica conoscenza di tutto), con l’accademia. Viaggiare, incontrare persone, comprenderne la storia, interrogarsi, ascoltare gente saggia: questo è cultura. Evitare i luoghi comuni, diffidare dalle dicerie, saper ascoltare, prima se stessi e poi gli altri, difende dall'ignoranza.



Molte delle persone che svaligiano i supermercati, che saccheggiano le farmacie di disinfettanti e mascherine, che si barricano in casa convinte di essere finite nella Milano appestata di manzoniana memoria (ah, no, citazione troppo colta per loro) dovrebbero ascoltare di meno l’oracolo Mariano e D’Ursiano e provare, almeno un poco, a capire che, per salvarsi, nei limiti delle nostre possibilità, l’unica àncora di salvezza è – ebbene sì, proprio lei, certamente quella – la cultura.

Ad maiora!

giovedì 2 gennaio 2020

La morte di Seneca



Cari lettori,

perdonatemi se non do spazio alle parole da un po' di tempo, ma la dura vita dell'insegnante (lungi da me qualunque tipo di ironia nel dirlo) mi divora le ore.

Ad ogni modo, con la promessa di esservi fedele (quasi) sempre, ho il piacere di riportare la traduzione di un passo dello scrittore latino Tacito, vissuto in epoca imperiale, inerente la morte del grande filosofo Seneca.

Perchè, qualcuno dirà? Beh, perchè penso che la storia di Seneca sia paradigmatica e possa insegnarci qualcosa.

Buona lettura e... Ad maiora!


(62) Quello impavido chiede le tavolette del testamento; ma poiché il centurione lo negava, egli, voltatosi verso gli amici, dal momento che gli veniva proibito di ringraziarli per i loro meriti, diceva di lasciare in eredità la sola cosa che aveva, per quanto bellissima, l’esempio della propria vita, di cui se fossero stati memori, avrebbero portato come premio per una amicizia tanto costante, la gloria delle buone arti. Nello stesso momento trattiene le loro lacrime, ora con il discorso, ora più forte, alla maniera di uno che guida alla fermezza, chiedendo continuamente dove si trovassero gli insegnamenti della sapienza, dove il comportamento meditato per tanti anni contro le minacce incombenti. A chi infatti era stata ignota la crudeltà di Nerone? E dopo l’uccisione della madre e del fratello non gli restava altro che aggiungere la morte dell’educatore e del precettore.


(63) Come disse queste e altre cose come rivolto a tutti, abbraccia la moglie, ed essendosi un po’ intenerito contro la presente forza d’animo, chiede e prega di dominare il dolore e di non addossarselo in eterno, ma di sopportare il desiderio del marito con conforti onesti all'interno della contemplazione di una vita vissuta per mezzo della virtù. Quella al contrario afferma con certezza che la morte era destinata anche a lei e chiede la mano del boia. Allora Seneca, non rifiutandole la gloria, sia per amore, sia per non lasciare esposta alle offese la donna amata in maniera unica da lui, disse: “Io ti avevo mostrato i sollievi della vita, tu preferisci l’onore della morte: non mi opporrò a questo gesto esemplare. Sia pure pari per entrambi la fermezza di questa morte tanto coraggiosa, ma c’è più fama nella tua fine.” Dopo queste cose con lo stesso colpo si taglia le braccia con il ferro. Seneca, poiché il corpo vecchio e indebolito dalla scarsa alimentazione offriva una lenta uscita al sangue, tagliò anche le vene delle gambe e delle ginocchia; stanco per i crudeli tormenti, per non infrangere con il proprio dolore l’animo della moglie e non essere lui stesso preda dell’impazienza vedendo i tormenti di lei, la convince ad allontanarsi in un’altra stanza. E anche nell'ultimissimo istante, dal momento che c’era in lui abbastanza eloquenza, chiamati gli scrivani, dettò molte parole, che essendo state pubblicate con le sue parole, evito di parafrasare.



                                           La morte di Seneca, di Luca Giordano (1684)


(64) Ma Nerone, non essendoci nessun odio personale nei confronti di Paolina, e affinché non si accrescesse l’odio per la sua crudeltà, ordina che sia fermata la morte. Dal momento che i soldati li esortavano, i servi e i liberti bendano le braccia, tamponano il sangue a lei che non si sa se fosse ignara. Infatti, poiché il popolo è incline alle versioni peggiori, non mancarono quelli che credettero che, fintanto che temette che Nerone fosse implacabile, abbia cercato la gloria di una morte unita al marito, poi, essendole stata offerta una speranza più mite, sia stata vinta dai piaceri della vita; a questa lei aggiunse poi pochi anni, con una lodevole memoria verso il marito e con il volto e le membra bianche di un pallore tale da rivelare che molto spirito vitale le era stato sottratto. Intanto Seneca, persistendo il periodo di tempo e la lentezza della morte, prega Anneo Stazio, apprezzato da lungo tempo per la fedeltà dell’amicizia e per l’arte della medicina, di consegnargli il veleno predisposto da tempo, con cui venivano uccisi quelli che erano stati condannati da un pubblico giudizio degli ateniesi; e bevve invano il veleno che gli era stato consegnato, freddo negli arti ed essendo serrato il corpo alla potenza del veleno. Infine entrò in una vasca d’acqua calda, aspergendo i più vicini tra i servi, essendo stata aggiunta da lui l’affermazione che quel liquido fosse una libagione per Giove liberatore. Essendo finalmente portato in un bagno caldo ed essendo stato ucciso dal vapore di quello, viene cremato senza alcun funerale solenne. Così aveva precedentemente scritto nelle disposizioni testamentarie, quando, ancora molto ricco e potente, pensava alla sua fine.





lunedì 9 settembre 2019

COME STAI, CARA SCUOLA?


Ormai ci siamo, la scuola sta per riaprire i battenti ai ragazzi e a tutto il carrozzone che ne consegue. Gli insegnanti, tuttavia, sono già impegnati nelle consuete attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico.
Come le buone tradizioni, anche in questi giorni tornano alla ribalta discorsi già usurati al solo pensiero: meno classi cosiddette “pollaio”, stipendi più alti per i docenti, più costituzione, più ambiente, etc. Siamo impegnati in numerose riunioni di carattere burocratico, spesso imposte da un farraginoso sistema ministeriale, necessarie (?) al buon funzionamento delle cose. C’è tanto precariato, generato dalle promesse – mai mantenute – dei nostri governanti; a volte manca una vera preparazione digitale nel corpo docente e su questo ha ragione Milena Gabanelli. Non si può innovare e rinnovare quando molti insegnanti non sono in grado di adoperare un normalissimo programma di excel. Spendiamo molto tempo nella redazione del P.T.O.F., del P.O.N., del C.L.I.L. … No, cari amici, non sto impazzendo! La nomenclatura scolastica è un ginepraio irto di spine. 




L’opinione pubblica ci denigra, ci calpesta: noi siamo quelli che lavorano solamente la mattina, che godono di tre mesi di ferie, che possono completare la loro giornata con numerose altre attività, sia piacevoli che doverose, perché, tanto, hanno tempo da vendere. Noi non ce l’abbiamo con le persone, che spesso non pensano, ma con la politica: è inutile continuare, ad ogni cambio di governo, a pronunciare sempre gli stessi proclami quando, alla fine, tutto cambia affinchè non cambi nulla!
Buon inizio di scuola a tutti con un augurio: speriamo che finisca la retorica e che, finalmente, qualcosa si muova. Non demonizziamo i metodi del passato, l’impostazione rigorosa che oggi, da molti, è vista come retrograda e superata; cerchiamo di coniugarla con le innovazioni, le nuove spinte di metodo. Non è impoverendo la scuola di contenuti, arricchendola conseguentemente di europeizzazione didattica, che si risolve il problema; al contrario dobbiamo riscoprire la grandezza della nostra tradizione e – qui c’è la sfida – modellarla con le forme del nuovo che avanza. Solo così, a nostro parere, si uscirà dal pantano.

Ad maiora!

mercoledì 24 aprile 2019

25 aprile: tutti allo stadio a vedere il "derby"...


Da giorni mi rimbalzano nella mente le parole del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “il 25 aprile è un derby fra fascisti e comunisti: io non parteciperò!”. Posizione ampiamente discutibile e certamente impropria per chi rappresenta lo Stato. Noi, tanto per sgomberare il campo da discorsi di parte, non apparteniamo alla corrente di pensiero, assai diffusa, secondo la quale la lotta partigiana sia stata condotta esclusivamente dai “rossi”. Purtroppo non viene mai sottolineato che i combattenti furono di fede comunista, certo, ma anche cattolica, socialista, liberale. Imbracciarono i fucili addirittura i sacerdoti.


Nella foto, la passerella sul fiume Senio, ad Alfonsine. Su questi argini si è scritta la storia della liberazione.


Premesso ciò e acclarato che l’opinione pubblica dovrebbe ricordare di più la composizione eterogenea dei partigiani, torniamo alla sentenza salviniana. Noi crediamo che, su alcuni aspetti – sociali ed economici - , il ministro abbia diverse ragioni, così come le hanno i suoi colleghi pentastellati. Ma, in quanto alla storia, vi è un’ignoranza abissale. Di quale derby si dovrebbe parlare? Cosa c’entra? Questi politici parlano per slogan, utilizzano metafore improbabili, nuotano a stile libero in acque a loro ostili. Ma non annegano!
Senza resistenza, senza alleati, senza le grandi manovre vaticane (a questo proposito, conoscono Salvini e Di Maio la figura di Pio XII?) i “nostri” ministri ed onorevoli, oggi, non potrebbero esprimere liberamente le loro idee.
Cosa possiamo fare, noi? Roma continua ad andare a rotoli, la corruzione dilaga, tutti vincono e nessuno perde. Anzi, ci correggiamo: la vera sconfitta è la cultura. La politica nazionale è lo specchio fedele della società: Di Maio viene immortalato su Instagram con la sua nuova fidanzata, Salvini lascia la Isoardi per la figlia di Verdini, siamo messi così. Il virtuale sostituisce il reale, i giovani non conoscono nulla di storia, di politica, di educazione civica. In tanti non hanno idea di cosa sia il 25 aprile. Ciò che conta è tenere espressioni a culo di gallina, utilizzare filtri e fare la conta di quanti followers si collezionano.
Non c’è cultura; i ragazzi nati nel 2000 – i cosiddetti millennians -  non potranno mai avvicinarsi alla politica perché non hanno le basi. Non le possiedono perché nessuno sa imbastirle. Il discorso è vecchio: partire dalla scuola, lavorare sulla nostra storia, appassionare i giovani alle cose semplici, utili, vere. Bisogna stare lontani dai demagoghi, dalle facili parole vuote, senza senso, molto di moda nel mondo del web.
E pensare che Togliatti e Nilde Jotti convivevano “di nascosto” in un appartamento di via delle Botteghe Oscure, sede del PCI di Roma. Senza dimenticare quel gigante di De Gasperi, uomo straordinario e di specchiati valori umani e morali. Ecco, compariamo i grandi di ieri con i nani di oggi. Un giovane, davanti ai modelli attuali, come può entrare in politica perché ci crede?
Non perdiamo, però, la speranza: continueremo a parlarne, cercheremo di ragionare sulle cose, discuteremo di storia, di letteratura, di arte. Proveremo a trasmettere i valori di quell’educazione civica che è il perno di tutto e terremo lontana l’ignoranza di cui sono colme le menti dei parlamentari italiani. Non tutti, ma molti.
Questa sera, già la prima occasione di riscatto: su La 7, alle ore 21,15, verrà trasmesso il film “Il federale”, con Ugo Tognazzi, mentre a seguire ci sarà “Mussolini ultimo atto”, di Carlo Lizzani. Una commedia e un film storico, a tema fascismo e liberazione. Sarebbe già tanto se ci ricordassimo di guardarli.
Chissà se Salvini, Di Maio, la Raggi e la Cirinnà – tanto per citare i più simpatici – resteranno in casa, davanti alla TV…
Ci sembrano illuminanti questi versi danteschi su Firenze (Purgatorio, canto VI), che noi, naturalmente, allarghiamo all’Italia e a chi la (mal)governa:
Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno 
 verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.

Ad maiora!


mercoledì 6 marzo 2019

Petronio, raffinato cantore della cruda realtà


Cari amici,
continuiamo la nostra rassegna di classici, parlando di Petronio, intellettuale al (dis)servizio della corte di Nerone. 
Correva il I^ secolo d.C.
La vita. Il titolo di questo micro-saggio inquadra molto bene, a nostro parere, la figura di Gaio Petronio Nigro, la cui vita è magistralmente tratteggiata da Tacito nei suoi Annales (XVI, 18 – 19). Dopo essere stato proconsole in Bitinia, nel 60 d.C., e successivamente console, Petronio entra a far parte delle grazie dell’imperatore Nerone, che lo celebra come poeta raffinato, colto e certamente molto narcisista. Tant’è che tali caratteristiche gli valgono l’appellativo di arbiter elegantiarum. Nel 65, come accaduto anche a Seneca, Petronio viene accusato di aver partecipato alla congiura dei Pisoni e, quindi, è costretto alla morte, che però viene interpretata dal nostro come uno spettacolo, come l’ultima scena preparata da un grande attore, un Charlie Chaplin di “Luci della ribalta” ante litteram, tanto per citare un colosso del cinema del ‘900. Petronio si taglia le vene durante un banchetto, circondato da donne ed amici, con una teatralità senza precedenti.
Le opere. Di sicura attribuzione petroniana è il Satyricon, mentre sono molto incerte le raccolte e i frammenti di carmi di cui ci parla  l’Anthologia Latina.
Satyricon
Il titolo è una forma latinizzata del genitivo plurale greco Satyrikà, “Storie di satiri”, con riferimento al carattere erotico dell’opera. Di questo lavoro ci è giunto un lungo frammento narrativo in prosa con alcune parti in versi. La storia è narrata in prima persona dal protagonista, Encolpio, che, in viaggio con il suo capriccioso amante Gitone, viene in contrasto con il rivale Ascilto. L’ira del dio Priapo, però, sta per abbattersi su Encolpio, che viene privato della propria virilità. In una ignota località di campagna, i due amanti vengono invitati a cena da Trimalcione, uno schiavo divenuto libero, quindi un liberto. Il convivio, che costituisce la parte più importante e corposa del Satyricon, ovvero il libro XV, altro non è che una sterile quanto vacua ostentazione delle ricchezze e dei beni del rozzo Trimalcione. I due amanti riescono a liberarsi dall’impegno, ma la rivalità fra Encolpio ed Ascilto si acuisce a tal punto che Gitone viene sottratto all’antico amante. Encolpio, tormentato dal dolore, entra in una pinacoteca ed incontra Eumolpo, un poeta squattrinato che si sostituirà ad Ascilto nel ruolo del rivale. Dopo varie peripezie, il protagonista recupera il suo Gitone, ma non riuscirà a liberarsi di Eumolpo, che costituirà quindi il nuovo terzo incomodo nella coppia. I tre si imbarcano sulla nave di un mercante, ma l’imbarcazione naufraga nei pressi di Crotone; a questo punto Eumolpo finge di essere un anziano molto ricco, mentre Encolpio e Gitone i suoi servi. La farsa dura per un po’, fino a quando i Crotoniati non scoprono la verità; Eumolpo, allora, rende pubblico un testamento nel quale nomina erede chi accetterà di mangiare il suo corpo senza vita. Ma qui la narrazione si interrompe.
Il Satyricon è, sostanzialmente, un racconto di avventure, soprattutto erotiche, vissute da persone comuni. I critici non hanno esitato a definire l’opera un romanzo, anche se anticamente questo termine non era utilizzato ed al suo posto si ricorreva a parole come logos, fabula, argumentum, mithos. Chiaramente l’intento di Petronio è quello di parodiare il romanzo erotico greco e ciò lo vediamo dal tipico schema ricorrente che vede una coppia di innamorati che devono affrontare molte peripezie prima di ricongiungersi. L’amore, quindi, è visto come un fatto serio, in cui castità e morale giocano un ruolo di primo piano. Petronio, nella sua parodia, rovescia naturalmente i canoni: pudicizia e pudore non esistono, la morale è assente e la relazione amorosa è di natura omosessuale. A ciò si aggiunga la ricerca di un intreccio molto elaborato  e l’estensione dell’opera, elementi caratteristici del genere del romanzo moderno. E’ inoltre palese l’influsso della fabula Milesia, introdotta a Roma da Cornelio Sisenna  e consistente in brevi novelle condite da situazioni comiche e piccanti. Secondo alcuni critici, poi, il Satyricon avrebbe alcuni punti di contatto con la grande epica, sempre in chiave parodistica: l’ira di Poseidone che perseguita Odisseo o quella di Giunone verso Enea è sostituita da quella di Priapo nei confronti di Encolpio.
Stile e poetica. Ciò che ci consegna Petronio è un unicum nella storia, tutta, della letteratura latina; non esistono precedenti. Egli racconta la realtà come se fosse un labirinto, densa di imprevisti, ingannevole e dominata dalla corruzione del denaro e del sesso privo di morale. La genialità dei Petronio sta nel guardarsi bene dal fornire giudizi critici sui suoi personaggi, oppure dal porre regole etiche e comportamentali; egli si diverte a raccontare, in modo disincantato, le varie vicende dell’opera, lasciando al lettore la facoltà di formulare pareri. Per esprimere la scabrosità dei contenuti, Petronio ricorre, dal punto di vista linguistico, all’urbanitas, vale a dire alla lingua delle persone istruite, non dimenticando, però, il ricorso alle numerosi espressioni volgari: ciò si rende necessario per imitare il carattere dei personaggi, quindi per farli parlare come tutti noi ci aspetteremmo.
Il Satyricon, assai noto nell’antichità, scompare letteralmente dalle scene per molti secoli - è facile intuirne il motivo - . Viene riproposto attorno alla metà del XVII secolo, riscuotendo molto successo anche durante il ‘700. L’età moderna ha, quindi, ridato lustro all’opera, sicuramente mal conciliante con il clima rigido e bigotto dei secoli bui e con la riscoperta della grande cultura classica proposta dal Rinascimento. Non dimentichiamo, in chiusura, di menzionare il grande regista romagnolo, e riminese, Federico Fellini che, nel 1969, ha prodotto un film liberamente tratto dal Satyricon di Petronio. 

Ad maiora!


mercoledì 27 febbraio 2019

L'alfiere del conservatorismo e del nazionalismo: Catone .


Cari amici lettori, 
dopo molto tempo ritorna il caffè del professore. Riprendiamo con un post di letteratura latina, relativo alla figura di un uomo che, probabilmente, ancora oggi avrebbe molto da dire.

Dice Plutarco che Catone è un bonus pater, un bonus maritus non negligens in re familiari augenda, mansuetus, aequus, un ínagnus orator. Dice ancora che, appena gli nasce un figlio, abbandona tutti gli affari, tranne quelli di stretta necessità politica, per potersi dedicare toto corde alla "creazione", nel corpo e nell'anima, di un nuovo Catone.
Assiste al lavaggio ed alla fasciatura del pargolo, all'allattamento che una moglie particolarmente ubertosa dispensa, per volontà interessata del marito, anche ai figli degli schiavi, sì da creare un vero e proprio legame di latte.
In età scolare, lo erudisce su manuali di sua fattura, lo tempra alle fatiche educandolo ad ogni sorta di esercizio ginnico, dal giavellotto al pugilato, dall'equitazione al nuoto. In sua presenza non dice mai parole sconvenienti, quasi si tratti di una Vestale, non si lava mai nudo assieme a lui, e questo per una regola moralistica che cadrà poi sotto i colpi corrotti e spregiudicati dei Greci. Fin qui Plutarco.
E dura, senza tregua è la polemica col mondo e la cultura greca e con coloro che a Roma se ne fanno solerti propagatori: gli Scipioni. Gli episodi salienti di questa instancabile attività antiellenica sono il processo contro gli  Scipioni e la cacciata da Roma dei tre filosofi greci.
E’, quella di Catone, una mentalità contadina il cui centro è l'attività dei campi, una mentalità chiusa e, per certi versi, ottusa. Catone non capisce che il mondo cammina, non capisce che la storia cammina, da quel giorno in cui Roma ha incrociato il ferro con Pirro e con Cartagine.

La vita.
Nasce a Tuscolo nel 234 in una famiglia contadina che possiede un appezzamento di terreno coltivato in proprio. Si arruola agli inizi della seconda guerra punica, cioè nel 218, e la combatte tutta, salvo qualche sporadica interruzione. Percorre l'intero cursus honorum, che culminerà nella carica di censore conferitagli nel 184.



Negli ultimi anni della sua vita, si batte inesorabilmente per la distruzione di Cartagine ( - a nostro avviso la presa di posizione è politicamente ineccepibile - delenda Carthago… ) e muore nel 149, proprio nell'anno in cui inizia la terza guerra punica che si concluderà con la distruzione totale della città. E di Cartagine la storia tacerà per sempre.

Ad maiora!


mercoledì 1 marzo 2017

Aperitivo etimologico

Latinorum = latino (propriamente dei latini)
Si tratta del celebre strafalcione con cui Renzo risponde a don Abbondio che, non sapendo come giustificare la sua indisponibilità e paura a sposare i due giovani, cita delle formule canoniche per spiegare gli impedimenta e i dirimenta per colpa dei quali non è possibile celebrare il matrimonio. Renzo allora esplode manifestando la sua rabbia con questa frase:” Che vuol ch’io sappia del suo latinorum?” convinto di usare un’espressione corretta; in realtà usa quella desinenza che più colpisce i non latinizzati, per la sua diversità dalle abituali desinenze italiane.

Ne discere cessa = Non smettere mai di imparare (Catone)
Questa massima del famoso scrittore latino (famoso anche per la sua volontà di distruggere Cartagine) sta ad indicare che anche le persone avanti negli anni devono continuare ad imparare. La moderna gerontologia ha confermato la validità di questa esortazione, osservando che lo stimolo intellettuale aiuta a conservare la mente giovane.

Funere mersit acerbo = Morì di morte immatura (Virgilio, Eneide)
Nel VI° libro del poema virgiliano, Enea compie un viaggio nell’oltretomba e vede le anime dei bambini confinate nell’Antinferno poiché, non avendo compiuto tutto il ciclo della loro esistenza, non possono trovare una collocazione definitiva all’interno dell’Ade (oltretomba pagano). Questa idea sarà ripresa da Dante che porrà le anime dei bimbi nel Limbo. L’espressione inoltre venne posta da Giosuè Carducci come titolo ad un sonetto scritto per la morte prematura del figlioletto Dante.

Ad maiora!